UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BOLOGNA

 

FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA

CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN

ANTROPOLOGIA CULTURALE ED ETNOLOGIA

 

 

TITOLO DELLA TESI

 

Rappresentazioni sportive e comunità montane. Costruzione e spettacolarizzazione

del fenomeno sciistico.

 

 

TESI DI LAUREA IN

ETNOLOGIA DELLE CULTURE EUROPEE

 

 

 

Relatrice:

Prof.ssa Francesca Sbardella

 

 

 

Correlatrice:

Prof.ssa Adriana Destro

 

 

Presentata da:

 

SERENA COSTA

 

 

 

Sessione Terza

Anno Accademico 2006/2007


INDICE

 

Introduzione – LO SCI: UNO SPORT CON DIVERSE SFUMATURE

I

 

 

Capitolo 1 – DUE TAVOLE, TANTE STORIE

1

 

 

 

2.1 Ipotesi storiche sullo sci

1

2.2 Lo sci in pratica

17

 

 

Capitolo 2 – IL CORPO E L’EMOZIONE DELLO SCI

31

 

 

3.1 Sciare con il corpo e la mente

31

3.2 Educare sciando

45

3.3 L’arte e l’emozione

53

 

 

Capitolo 3 – UN FENOMENO SOCIALE

62

 

 

4.1 Antropologia dello sport

62

4.2 Discipline sciistiche e comunità

69

 

 

Capitolo 4 – SCI, NATURA E SPETTACOLO

94

 

 

4.1 la costruzione culturale del paesaggio


 

96


 

4.2 sviluppo sostenibile in montagna

105

4.3 uomo e montagna tra spettacolo ed emozione

116

 

 

Capitolo 5 – NOTE METODOLOGICHE SUL LAVORO DI RICERCA

127

 

 

5.1 L’esperienza di un’etnografia “domestica”

127

5.2 Il quadro teorico di riferimento della ricerca

136

 

 

Appendice I – LINEE GUIDA PER RICERCA E INTERVISTE

145

 

 

Appendice II – INTERVISTE EFFETTUATE

147

 

 

BIBLIOGRAFIA

191


 

 

 


 

INTRODUZIONE

 

 

Lo sci: uno sport con diverse sfumature

 

 

La realizzazione di questa ricerca nasce da un lato dalla curiosità di conoscere meglio le diverse rappresentazioni legate alla realtà delle discipline sciistiche, in relazione alle comunità montane – alpine di riferimento, dall’altro lato dalla volontà di dare voce ad un mondo e ad un contesto sociale e fisico spesso trascurato nella letteratura e nella ricerca antropologica, come è quello alpino-dolomitico-bellunese.

Ogni persona, come emerge anche dal lavoro di campo effettuato, dipinge una propria idea del significato dello sci. Stiamo parlando dell’omonimo sport, ma anche degli sci in quanto oggetti da analizzare nelle loro implicazioni e nei valori storico-antropologici per le comunità sopraindicate, significati in continua evoluzione storica e materiale, dove da mezzi di sostentamento e locomozione per le popolazioni alpine sono diventati ad esempio simboli di status, di specifici gruppi sociali, ma anche il motore di importanti economie (basate sul turismo, sulla formazione, sulla moda, sull’artigianato locale, ecc.) per le stesse valli montane in cui un tempo erano semplici ma indispensabili "tavole di legno" con la principale funzione dello spostamento e del trasporto di uomini e merci.

Facendo capo a particolari studi riguardanti il settore montano-sciistico – in particolare Spampani, Trivero, Messner, e quello più specifico dell’insegnamento – con Joubert, Thoeni, Fink accanto ai Testi Ufficiali per l’’insegnamento dello sci CONI-FISI, si è tentato di ricostruire da diversi punti di vista le rappresentazioni di questo fenomeno sportivo all’interno di una cornice metodologica di impostazione dialogico-postmodernista, che vede in Clifford, Marcus, Fischer e Geertz i riferimenti principali per la stesura etnografica.

La tesi si suddivide in cinque capitoli, ognuno dei quali va ad analizzare più aspetti emersi come direttamente correlati e in relazione tra il mondo dello sci

I


e quello delle comunità montane, tenendo sempre come perno, appunto, le proiezioni delle discipline sportive in oggetto. La stesura del lavoro è percorsa da un’esposizione teorico-letteraria intrecciata e connessa al materiale etnografico raccolto, tramite brani di interviste e narrazioni che hanno fornito utili chiavi di lettura, nozioni interpretative e spunti di riflessione. Nel corso della ricerca e alla luce dell’esperienza di campo sono apparsi inoltre nuovi interessanti ambiti e considerazioni da affrontare, allargando in questo modo il raggio di studio ad altri settori che ruotano attorno alla costruzione dell’immagine dello sci sotto vari e dinamici aspetti.

Il presente studio è stato impostato inizialmente sull’analisi dell’impatto avuto dallo sci e dalla sua evoluzione storica di significato – da mezzo di locomozione e sostentamento a pratica sportiva e perno del mercato e dell’offerta turistica per le comunità montane (cfr. Motti-Oddo, 1977; Spampani, 2006; Trivero, 2004; Simonicca, 2004) – per poi porre attenzione alla parte più “istituzionale” a cui fa riferimento, che convoglia leggi e organi specifici quali, ad esempio, la F.I.S.I. (Federazione Italiana Sport Invernali), le Scuole di Sci, i Collegi Regionali, l’A.M.S.I. (Associazione Maestri di Sci Italiani), ecc.

In seguito, non fermandosi alla storia dell’evoluzione del mezzo e della pratica rispetto al passato, ci siamo concentrate sul significato dello sci in termini di vera e propria esperienza emozionale (cfr. Pussetti, 2005; Abu-Lughod, Lutz, 1990), valutandone la diretta connessione con la cornice educativa, dove come sport può essere inserito in quanto pratica “sana e salutare, sia dal punto di vista fisico sia da quello comportamentale e della crescita” come emerge da molte interviste raccolte. Una visione, questa, condivisa da vari praticanti, ma anche da esperti in campo medico e istruttori professionisti, tanto da arrivare a poter parlare di sci come una vera e propria arte, in cui non solo la tecnica ma soprattutto lo stile, la creatività e l’esperienza personale possono essere elementi primari e forgianti della pratica, a tutti gli effetti “incorporata” (cfr. Bourdieu 1979; Wittgenstein, 1953).

Considerando lo sci nell’ottica di riflessione dell’antropologia dello sport (cfr. Mauss, 1936; Rivièrè, 1995), si è guardato successivamente al processo di costruzione dell’identità e dell’immagine sportiva in termini di rappresentazioni collegate alla creazione di vere e proprie reti di relazioni e di comunità connesse alle varie discipline sciistiche, dalle quali affiora l’importanza del ruolo sociale dello sport stesso, i cui significati sono in continua ri-negoziazione.

II


 

Una costante trasformazione che influisce anche sulle identità dei singoli individui, i quali si trovano così ad essere specchi della comunità a cui ritengono di appartenere, ma che parallelamente contribuiscono a ridefinire. Si tratta di gruppi sociali con propri rituali, abiti, pratiche e rappresentazioni, analizzati con una metodologia “incrociata” di considerazioni e visioni in base alle diverse opinioni raccolte sul campo, dalle quali è tuttavia evidente come non sia possibile distinguere rigidamente le varie comunità inerenti alle varie pratiche (cfr. Mora, 2005).

Accanto a ciò, si è riflettuto sul concetto culturale di paesaggio preferito all’espressione più ambigua di “natura” (cfr. Romani, 1994; Turri, 1979; Farinelli, 1991; Lai, 2000), inteso come suggestiva cornice all’interno della quale lo sci viene inserito, garantendo così un fondamentale componente all’emozione e all’identificazione che i praticanti delle diverse discipline sviluppano in base al proprio specifico rapporto con il contesto naturale circostante, che scaturisce dall’esperienza stessa. Ampliando l’area di studio, grazie a vari spunti emersi dai colloqui con gli intervistati, si è giunte ad interessanti considerazioni riguardanti anche l’impatto “fisico” (umano e ambientale) dello sci, un argomento, quest’ultimo, ricollegato alla più vasta questione del turismo sostenibile[1] (cfr. Messner, 2001; Zamagni, 1995; Corona, 2002). Infine, oltre a concentrarci sulla visione, spesso emersa dalle interviste, di sport in cui “essere a contatto con la natura e il suo spettacolo”, è stata affrontata la figura dello sci stesso rappresentato “come un vero e proprio spettacolo nella cornice montana”. Da qui siamo passate ad esaminare l’ambito della cultura materiale relativa alla pratica, intesa nelle sue declinazioni di strumenti tecnici e simbolici ed evidenziando la funzione comunicazionale-sociale del consumo (Appadurai, 1986) e della fruizione talvolta “spettacolarizzata” dello sport stesso, nella ricerca di affermazione sociale e immagine nell’ottica della moderna società dei consumi (cfr. Douglas, 1979; Bourdieu, 1979; Ferraresi, 2005; Trivero, 2004), ma arrivando in un certo senso a scardinare la concezione stessa di status sociale.


[1] Per secoli antichi saperi hanno permesso, anche nelle fasi di cambiamento, una relazione positiva tra uomo e ambiente, fino a che uno sviluppo a volte disordinato e intensivo ha aggredito il territorio producendo ricchezza ma in certi casi anche degrado e crisi di identità. Con il tempo, scelte complesse e problematiche riguardanti questi ambienti hanno comportato un evidente cambiamento nel paesaggio, e di riflesso nell’identità dei residenti; un fenomeno a cui, emerge dalla ricerca di campo, pare necessario far fronte con progetti finalizzati a conseguire uno sviluppo attento sia alla biodiversità sia alle specificità locali.

III


 

Nel tentativo di interpretare quello che viene considerato “il mondo dello sci” in una prospettiva che vada a illuminare le diverse raffigurazioni che questi strumenti/pratiche sportive possono assumere per le persone direttamente coinvolte a diverso livello e titolo nella pratica, ci si è avvalse di strumenti etnografici quali, essenzialmente, l’osservazione partecipante, le interviste con persone direttamente implicate nel fenomeno sciistico, e la consultazione sia della letteratura locale/specifica del settore sportivo-montano, sia di quella a più ampio respiro inerente la teoria antropologica, integrata successivamente da altri testi connessi agli argomenti via via affrontati.

 

Posto che l’etnografia permette di entrare in contatto con i processi di continua creazione e costruzione di significati, essa si configura come un tipo di ricerca e pratica sociale che si sviluppa nello studio dei gruppi e degli spazi socioculturali, descrivendone le relazioni e le interconnessioni, con in sé il fascino dell’esplorazione e del contatto con l’alterità. Si tratta quindi di un lavoro a carattere esplorativo, descrittivo e interpretativo[2] il cui scopo è quello di fornire una ricostruzione di un sistema di rappresentazioni legate qui al fenomeno sciistico, presentando tale sistema come solo una delle soluzioni possibili di cui andare a fornire un tentativo di interpretazione (Remotti, 1990).

Il quadro teorico a cui si fa riferimento in questo lavoro, si genera a partire da un tentativo di co-costruzione (Clifford, Marcus, 1986) di una ricerca che prende vita dall’osservazione partecipante e dalla relazione in prima persona con gli intervistati, attraverso colloqui ed esperienze di inserimento diretto nel mondo dello sci e della montagna, in cui il ricercatore si presenta come parte attiva e partecipante nella realtà che indaga (per quanto riguarda la difficoltà metodologica del mio particolare percorso di “etnografa indigena”, rimando il lettore al Capitolo 5 per un maggiore approfondimento sull’argomento).


[2]  In questo senso, con esplorare intendo l’andare sul campo usando i propri sensi e le proprie relazioni per fare esperienza della realtà, impegnandosi a descrivere, a tradurre questa esperienza sensoriale in parole cercando poi di interpretarla, attribuendo alla realtà osservata dei significati, siano essi quelli esplicitamente assegnati dagli attori o quelli ricostruiti dal ricercatore tramite il collegamento a costrutti teorici e bibliografici.

IV


 

Gli spunti di riflessione raccolti hanno un valore reale per la comprensione delle dinamiche sociali più generali, perché prendono le mosse dalle interpretazioni “contestualizzate” che i soggetti danno della propria cultura. Con questo lavoro si vorrebbe dunque mettere in luce un intervento integrato di conoscenze non solo accademiche, ma anche locali, che consentano una visione più vasta delle dinamiche innescate dallo sci in quanto pratica.

Il “campo” come territorio di rilevamento per le interviste è stato in particolare la zona dolomitica della provincia di Belluno, situata nel nord della Regione Veneto al confine con il Tirolo Austriaco. All’interno di questo ambiente si incrociano mondi sociali in vari sensi contigui ma allo stesso tempo con interessi diversi, che hanno come protagonisti ad esempio operatori turistici a contatto con lo scenario sciistico, lavoratori stagionali, maestri di sci, sciatori e popolazioni locali che vivono in pieno tutte le esternalità, positive o negative, relative al fenomeno sportivo in oggetto. La prossimità di questi “mondi” è sia fisica – le persone si trovano continuamente a contatto tra loro e in interrelazione diretta nelle valli alpine, sia sociale – poiché gli attori di cui si parla sono, benché a diverso livello di coinvolgimento, ugualmente esposti alle varie sfumature di significato di cui si dipinge lo sci. Una “contiguità di alterità”, come è emerso bene dalla ricerca di campo, che si è cercato di rendere grazie ad una narrazione polifonica e caleidoscopica: se infatti è la pluralità di significati che si vuole cogliere, è una pluralità di voci e di visioni sull’argomento che vanno ascoltate (cfr. Fabietti, Matera, 1997, 25). A questo proposito, è interessante riportare come, indagando i processi di costruzione di realtà pratiche e sociali ci si confronta con persone che divengono, a loro volta, soggetti attivi della ricerca e come tali ne prendono parte costruendola (Dwyer, 1982; Clifford, 1986). Si è ritenuto indispensabile, in ogni caso, assumere un rigore e un metodo definiti, benché flessibili, per l’indagine, cercando di mantenere il lavoro all’interno di alcune linee guida teoriche e di contenuto da cui partire per sviluppare il progetto (cfr. Appendice 1).

Il compito del ricercatore si snoda così tra il tentativo di non perdere il “filo del discorso”, cercando di rimanere nella posizione di regista della ricerca –   posizione indispensabile per poter costruire un discorso etnografico, e il lasciarsi prendere dagli eventi, dalla complessità della costruzione del reale, indagandola con un senso di curiosità consapevole di non poter comunque approfondire e conoscere tutti i dati e i risvolti della specifica realtà sociale e dei meccanismi di interazione degli uomini (Piasere, 2006).

V


 

La presente ricerca è inscritta nella biografia dell’autrice, in un tempo e in uno spazio oggettivi e soggettivi, assumendo una dimensione concreta in quanto parte di una storia di vita (cfr. Capitolo 5) che può orientare la lettura del testo e trasmettere al lettore il fatto di trovarsi davanti ad una riflessione nata da una partecipazione diretta e profonda al tema affrontato, in una sorta di esperienza personale che per certi versi può conferire allo studio l’attendibilità data dal being there, dall’essere là, dentro il mondo che si vuole descrivere (Clifford, 1986; Malighetti, 2004). Nella ricerca di campo posso ammettere di aver vissuto lo “spaesamento” cui i ricercatori si sottopongono per guardare da una prospettiva non scontata una realtà tanto familiare quanto quella in cui si è nati e cresciuti (cfr. Jackson, 1985; Scarduelli, 2003), e confesso altresì che non è stato semplice entrare nei panni dell’etnografa dallo sguardo limpido – se mai davvero uno sguardo etnografico può essere “limpido” (cfr. Bianco, 1988, 44) per trattare ciò che è familiare come estraneo e ciò che è estraneo come familiare, provando a ricostruire con il giusto distacco i significati sottesi a pratiche e rappresentazioni degli attori, a cui viene data voce anche per evocare un mondo con l’immediatezza propria dell’“essere stata là”.

Ho comunque la consapevolezza di averci provato, con la tenacia, la convinzione e l’impegno che ogni progetto in cui si crede davvero richiede a chi lo desidera vedere crescere e germogliare, per sé, per una terra, per una comunità. Nell’esposizione dei prossimi capitoli saranno analizzate in modo integrato le fasi principali della ricerca etnografica (raccolta dei dati, interpretazione e narrazione), che andranno a fondersi a volte in un processo di alternanza e reciproco adattamento anche in relazione alla letteratura consultata in merito.

 


VI


Capitolo 1 – DUE TAVOLE, TANTE STORIE


 

 

Negli ultimi anni lo sci è stato investito di un successo clamoroso. Protagonista di una storia lunga e carica di significato, un tempo semplice mezzo di locomozione per le popolazioni nordiche, è diventato oggi un “attrezzo” sportivo di primo piano sulla scena degli sport invernali, dove, se fino a pochi anni fa era considerato uno sport di lusso, riservato ad una clientela d’élite – l’unica che si potesse permettere le vacanze invernali – oggi è a tutti gli effetti uno sport trasversale a ogni età e classe sociale. Proveremo ora a ripercorrere brevemente questo percorso in una sintetica ricostruzione storica.

 

1.1 Ipotesi storiche sullo sci

Numerosi autori (Kobold, 2001; Motti-Oddo, 1977; Trivero, 2004; Spampani, 2006) riportano come gli sci siano il più antico mezzo di locomozione inventato dall'uomo, prima ancora della ruota: di grande utilità pratica nei paesi nordici, il loro uso risalirebbe, secondo archeologi scandinavi, già a prima del 4000 a.C. Un'incisione nell'isola di Rødøy, in Norvegia, databile nel IV millennio a.C. raffigura infatti uomini che hanno ai piedi degli sci, mentre figure di sciatori sono rappresentate su altri disegni rupestri e sono stati rinvenuti, nelle torbiere svedesi, sci fossili databili circa nel 2500 a.C. di forma curiosa rispetto a quelli odierni: larghe racchette da porre sotto i piedi, allungate davanti e dietro da lunghe asticelle di legno (Spampani, 2006, pp. 53 e 106). Nel IV secolo a.C. Erodoto, nelle Historiae, parla di popoli dell’Asia minore con “scarpe di legno” per spostarsi sulla neve (in Trivero, 2004, 9) e, avvicinandosi nel tempo, troviamo una descrizione sull'uso degli sci nella Historia de gentibus et della natura septentrionalibus di Olaus Magnus, arcivescovo di Uppsala e plenipotenziario del re di Svezia presso la Santa Sede, tradotta dal latino e pubblicata nel 1565[3].


[3]Riportato in Catalogo Edizioni Antiche “Historia de gentibus et della natura septentrionalibus”, indirizzo web: http://siba3.unile.it/archives/images/gensettr.html.

1


Le necessità legate alla sopravvivenza indussero gli uomini della montagna a escogitare questo sistema efficace e pratico per vincere l'ostacolo della neve nel lungo inverno (Spampani, 2006, 106). Lo sci non nacque quindi come oggi è concepito, ma giunse alla forma attuale attraverso una lenta evoluzione: era un mezzo di sopravvivenza prima che di movimento (Trivero, 2004, 7). I primitivi abitanti della terra provvedevano al sostentamento con caccia, raccolta e pesca, e se questo era relativamente semplice durante la bella stagione, nel momento in cui la neve iniziava a ricoprire le sterminate distese e i boschi, mentre i laghi e i corsi d’acqua gelavano, per l’uomo primitivo la situazione diventava difficile, soprattutto nelle regioni settentrionali. Ecco che per trovare un sistema che permettesse di muoversi con agilità sulle superfici ostili, l’uomo inventò un prototipo di slitta che potesse scivolare sulla neve e sul ghiaccio. Tale mezzo derivò forse dalla rudimentale canoa, costruita per scorrere sull’acqua, e come questa, anche le prime slitte furono grossi tronchi d’albero incavati e appiattiti sul fondo, spesso trainati da animali (Motti-Oddo, 1977, 163 e segg.).

Successivamente l’uomo elaborò un attrezzo che gli consentisse di essere più agile e spedito nei movimenti in autonomia: nacquero i pattini per le superfici gelate, gli sci per quelle innevate e le scarpe da neve, paragonabili alle attuali racchette (le cosiddette ciaspe, ritornate ultimamente di grande moda e tuttora in uso presso gli indiani del Canada): assi di legno di forma ovale con intelaiatura di corde, vimini o pelo di animale applicate alle scarpe per camminare sulla neve senza affondare.   
Alcuni esploratori e storici, (Kobold, 2001, 9; Trivero, 2004, 5 e segg.) studiando le origini degli sci, ne fanno risalire l’invenzione alla regione asiatica dell’Altaj tra Mongolia e Siberia, da cui partirono due grandi correnti migratorie con le quali l’uso di questi attrezzi si propagò verso ovest – nell’Europa Settentrionale, e verso est – in America del Nord, attraverso lo stretto di Bering, Alaska e Canada, conquistando il Continente. Questa teoria è avvalorata anche dal rinvenimento di sci e racchette nelle tribù Athabaska del Canada, molto somiglianti a quelle in uso presso le popolazioni arcaiche in Islanda, Finlandia, Lapponia e Manciuria (Spampani, 2006, 106). Anche una saga norvegese narra che il Paese venne occupato circa 2000 anni fa da un popolo di sciatori del nord-est, mentre una cronaca della Cina Manciù del X sec. a.C. riferisce l'incontro con

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 un gruppo di cacciatori muniti di assicelle di legno con la punta ricurva fissate ai piedi da laccioli, che scivolavano velocissimi sulla neve. Inoltre, è da sottolineare che in antico la parola finlandese suksi indicava un attrezzo adatto a scivolare sulla neve, e nella regione dell’Altaj, nonché nell'arcaico alfabeto cinese, per indicare gli sci veniva usato un termine molto simile, mentre in Turchia gli sci sono anche attualmente chiamati kayak, da kay, che indica l’azione di scivolare: la stessa radice che presso gli Inuit indica le imbarcazioni classiche, appunto “tavolette per scivolare". Sarà comunque lo sci artico a dare il nome a questo sport: il termine "sci" deriva infatti dall'antico norvegese skid ("ricoperto di pelle") e, precisamente, da due vocaboli antichissimi: saa e suk, che indicavano l’attrezzo, il pezzo di legno; nel moderno norvegese si scrive ski e si pronuncia shi, termine che oggi viene usato in quasi tutte le lingue del mondo (Motti-Oddo, 1977, 166-168).  
Fino all'inizio del secolo scorso, era diffuso in Lapponia un particolare tipo di sci, mezzo artico e mezzo nordico[4], costituito da uno sci "sinistro" (langskia) lungo e sottile, adatto alle grandi velocità, e uno "destro" (andoren) corto, largo e foderato di pelle di foca, usato per spingere, guidare e frenare. La loro descrizione nel XVI sec. da parte del vescovo di Uppsala Olaus Magnus come “zoccoli di legno lunghi e in punta ritorti all’insù a guisa d’arco”, diede modo a Papa Paolo III di definirli "strumenti del demonio" (Motti-Oddo, 1977, 176). Sempre in quegli anni Gustav Eriksson Vasa, prigioniero dei danesi durante l’invasione della Svezia, riuscì a fuggire con gli sci e ritornò in patria, dove organizzò la sommossa che diede il via alla guerra di liberazione svedese, diventando Re di Svezia Gustavo I[5] (Trivero, 2004, 12). Nei racconti delle saghe medievali scandinave i riferimenti agli sci e a questa pratica sono innumerevoli, anche per quanto riguarda le storie delle corti regnanti e le tradizioni storiche, andando così ad alimentare la fama del Nord Europa come “culla dello sci”.


[4] La zona dello sci artico comprendeva Norvegia settentrionale, Finlandia, Siberia e Giappone, dove veniva usato un attrezzo molto leggero e sottile, lungo 150-170 cm e largo 20 cm, diretto con funicelle e con punte ricurve alle due estremità e, nella parte inferiore, ricoperto con pelle di renna o di foca che garantivano più rinforzo e una maggior presa sulla neve, permettendo di spostarsi silenziosamente, senza scivolare o affondare nella neve. Per contro, in Groenlandia meridionale, Islanda, Svezia e Norvegia centromeridionale si diffuse lo sci nordico, la forma più vicina a quella odierna dello “Sci di Fondo”. Lo sci era stretto e lungo (fino a 4 m), più leggero rispetto agli altri tipi, e senza funicelle; gli sciatori si servivano di una lancia o di un lungo bastone, progenitore dei moderni bastoncini per mantenere l’equilibrio durante la flessione in curva, costituiti da un’asta con un cerchio intrecciato fissato sulla punta per limitarne l’affondamento nella neve.

[5] In memoria della sua impresa, nel 1922 nacque la Vasaloppet, gara di granfondo che si snoda lungo il tragitto di 90 km da lui compiuto durante la fuga.      
 


3


A contatto con la civiltà europea centro meridionale, gli Scandinavi abbandonarono questa pratica, per riprenderla poi a scopo militare alla fine del XVIII secolo, quando, sperimentatane la grande utilità, i Norvegesi pensarono di istruire i soldati organizzando corsi e competizioni comprendenti gare di fondo, di biathlon (combinata nordica), di discesa libera e obbligata senza bastoncini.

 

Dallo sci nordico allo sci alpino

 

Lo sci in genere e lo sci agonistico in particolare sono nati nell’ambito di quello che oggi è conosciuto come “sci da fondo” o “sci nordico”. In questa particolare disciplina l’uomo considerò inizialmente e per molto tempo gli attrezzi sciistici come mezzi di locomozione per spostarsi agevolmente sui terreni innevati. Il modo usato per muoversi con gli sci ai piedi era in origine estremamente elementare, e consisteva nel fare avanzare alternativamente gli sci in scivolata, con lo stesso movimento istintivo di chi cammina. Anche se primordiale, questo modo di sciare costituiva un abbozzo di tecnica, preannunciando “i passi” che nell’ultimo secolo sono stati codificati nella tecnica dello sci di fondo, basata principalmente sul “passo alternato”, da cui deriveranno gli altri. La loro applicazione pratica è condizionata dall’andamento del terreno, adatta in particolare alle aree tipicamente nordiche, piane o caratterizzate da lievi ondulazioni (Trozzi, 2007). Questa disciplina, quindi, perfetta per le enormi distese scandinave, non era l'ideale per le ripide discese alpine, dove lo sci non poté più avvalersi esclusivamente di questa tecnica, perse la sua caratteristica di mezzo di locomozione, e divenne soprattutto un divertimento sportivo. Questo sdoppiamento del modo di usare lo sci originò la nuova tecnica dello sci alpino, già abbozzata prima che lo sci raggiungesse le vallate alpine, da Sondre Norheim, con il suo “Telemark”: falegname norvegese della regione omonima, dal 1886 cominciò a sperimentare nuovi sistemi di curva in velocità e frenata usando un unico bastone e attacchi con il tallone libero, appoggiando tutto il corpo su uno spigolo (Gluazza, 1991; Trivero, 2004, 23). Il Telemark trasformò lo sci, essendo la prima tecnica con curva accentuata che agevolava

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gli sciatori nella voltata, in cui si avanza lo sci esterno assumendo una posizione inginocchiata e “ad angelo”. Se il tallone libero permetteva una grande libertà di movimento in pianura e in salita, in discesa lo sciatore restava però piuttosto instabile, nonostante l’introduzione parallela nello sci nordico dell'uso dei bastoncini, che conferivano maggiore equilibrio. Bisognerà aspettare gli anni ’20 del Novecento per affrontare in sicurezza discese più ripide in profonda neve fresca, grazie all’introduzione di “attacchi” e scarponi che bloccavano il tallone (Motti-Oddo, 1977; Grandese (a cura di), 2001, 22). Veniva alla luce in questo modo quello che oggi chiamiamo “sci alpino”, la cui evoluzione è legata strettamente sia all’adattamento alle difficoltà comportate da un terreno accidentato come quello delle Alpi sia allo sviluppo dei materiali[6] (Spampani, 2006, 54). Si modificò lo stile “alla scandinava” e gli attrezzi correlati, ad esempio riducendo la lunghezza e il peso degli sci (quelli nordici arrivavano anche a 3 metri), usando appunto scarponi e attacchi che assicurassero meglio il piede e compiendo le discese a gambe larghe e parallele per aumentare la stabilità, fattori che si riveleranno fondamentali per l’evoluzione tecnica del movimento in questo sport. In seguito alla diffusione nell’Europa centrale del Telemark, venne introdotto lo spazzaneve – la forma più elementare di discesa in cui gli sci vengono aperti a V facendo forza sui talloni, e più avanti la tipologia di sciata “cristiania”, dove lo sciatore porta tutto il peso del proprio corpo sullo sci a valle (Gluazza, 1991).

Furono i norvegesi, e in seguito gli svedesi, i primi ad usare gli sci sul piano agonistico: nella prima metà del 1800, nelle zone di Telemark (Norvegia), durante feste paesane venivano organizzate prove di resistenza e gare di salto con gli sci, che sarebbero rimaste a lungo confinate a livello regionale, se a farle conoscere altrove non fossero stati i giovani studenti e militari giunti a Oslo per frequentare l’università o l’accademia. Durante l’inverno molti di essi si recavano sui monti nei dintorni della capitale norvegese per riprendere quelle divertenti corse che avevano visto e a cui avevano partecipato nelle

[6] Per quanto riguarda l’evoluzione della tecnica sciistica, è opportuno ricordare la scuola austriaca, che con Matthias Zdarsky, "padre dello sci alpino", maestro di sci e ideatore dello sci acrobatico, modificò il modello di sci norvegese accorciandolo e apportando un attacco di sua invenzione, il Lilienfelder Binding. Nel 1896 pubblicò il suo primo manuale di tecniche sciistiche, dove compaiono: il cristiania, l’inclinatura della racchetta da sci, l’appoggio del peso verso l’interno degli sci tenendoli paralleli, e la voltata. La prime scuole in Tirolo adottarono proprio queste tecniche, mentre Johannes Schneider ideò un nuovo metodo di voltata in “controspalla” (dal Testo di teoria per il maestro di sci, Ed. Scuola Italiana Sci, FISI–CONI 2004).

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province di origine, facendo dilagare dal 1830 in poi la passione e il fenomeno di queste gare (Motti-Oddo, 1977, 183; Kobold, 2001, 9).
La prima gara di sci vera e propria tra civili di cui si abbia notizia si svolse a Tromsø, in Norvegia, nel 1843, ma il posto preferito per le competizioni alla periferia di Oslo era situato nella Nordmarka e si chiamava Holmenkollen, località destinata a divenire molto famosa nella storia dello sci nordico
[7]. Nel frattempo molti scandinavi, attratti dalle miniere aurifere del Canada o dai lontani territori australiani, avevano portato con sé gli sci nelle loro migrazioni, trasferendo oltre gli oceani la propria passione e la novità per il nuovo sport (Trivero, 2004, 18). Inoltre, degna di nota per la diffusione dello sci nel mondo in senso sportivo fu la traversata sciistica della Groenlandia compiuta dallo scienziato ed esploratore norvegese Nansen, nel 1888, che fece scoprire l'utilità di quegli strani pezzi di legno per spostarsi sulla neve e contribuì notevolmente a veicolarne la pratica. Crebbe in questi anni l’interesse per lo sci in Europa, negli Stati Uniti, e in Norvegia fu acclamato come sport nazionale; iniziarono a comparire i primi sciatori e sci club in Svizzera, Austria e Francia, mentre gare di sci cominciarono ad essere organizzate in diversi centri della cerchia alpina. Da quel momento le notizie relative allo sci apparvero con regolarità, la pratica diventò un passatempo e uno sport praticato ovunque dalle classi abbienti, adottato in diversi paesi anche in campo militare.        
Nelle valli alpine italiane gli sci arrivarono recentemente, e non solo come sport, salvo in una zona molto limitata della Carnia (Friuli). In quest’area, durante la Guerra dei trent’anni (1618-1648), fu presente un gruppo di soldati scandinavi che rimasero nella regione, portando questo costume che inizialmente non fece però molta presa sui nativi – considerato anche il fatto che nelle suddette valli non sono presenti grandi distese di terreno innevato come nei paesi nordici, e la tradizione dello sci ancora veniva vista come distante e “altra”, addirittura “da un altro mondo, di diavoli già nati con gli sci ai piedi”, quali erano visti i nordici. L'Italia dovrà aspettare più di due secoli, e per merito di un altro "diavolo", el diau (Kobold, 2001, 10). 


[7] Nel 1883 venne fondato lo Sci Club Christiania, dal nome stesso della capitale norvegese (l’attuale Oslo), e alle gare si iniziò a tentare di stabilire dei record riguardanti lo sci nordico, di fondo o di salto.

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Nel nostro Paese, pioniere di questo sport possiamo considerare l’ingegnere svizzero Adolf Kind (Coira 1848 – Bernina 1907), che nel 1896 diede le prime dimostrazioni relative alla pratica sciistica sulle nevi di Bardonecchia con un paio di sci di frassino (Spampani, 2006, 106; Trivero, 2004, 45). Il 1897 sarà l'anno della nascita ufficiale dello sci in Italia: conquistato un gruppo di giovani temerari e amanti della montagna, Kind e amici iniziarono a recarsi abitualmente sulle Alpi Occidentali, in inverno, allora collegate a Torino dalla vaporiera "Menelik". Leggende locali ricordano che i montanari che per primi videro quell'uomo scivolare leggero sulla neve, scapparono gridando spaventati: "el diau, el diau!". Da qui la storia delle origini “diaboliche” dello sci! Egli fu però un buon diavolo, dalla cui passione per questo sport nacque nel 1901 lo Ski Club Torino, uno dei più importanti sci club d’Italia, così come gli Sci Club di Milano (1902), Genova e Cortina (1903). Finalità di queste società era la diffusione e l’agevolazione dello sci, già praticato in molte località europee, attraverso escursioni sui monti della cerchia alpina. In breve tempo i soci erano moltissimi e nel 1909 queste prime società di simpatizzanti disputarono il primo campionato italiano, dove fu proprio il figlio di Kind, Paolo ("il piccolo diau"), a vincere la combinata salto-fondo – le uniche discipline allora diffuse (Motti-Oddo, 1977).       
Nello stesso periodo anche l'esercito si stava rendendo conto delle potenzialità belliche degli sci, e l'allora Ministro della Guerra Gen. Ottolenghi decise di formare alcuni reparti di sciatori da inserire nei reggimenti alpini, impegnati in seguito nella Grande Guerra (
Grandese (a cura di), 2001, 21). Organizzando campi per sciatori e centri sportivi militari in tutto il territorio alpino, si esercitò la prima attività sciistica nazionale, dando un’ulteriore spinta alla diffusione di questa pratica come sport, che ben presto interessò anche i civili arrivando nel giro di pochi decenni ad essere il traino portante di vasti interessi economici e turistici per intere valli montane.      
A tutt’oggi in Italia è la F.I.S.I. (Federazione Italiana Sport Invernali) a gestire lo sci, fondata nel 1913 come Federazione Italiana Sci (F.I.S. nel 1920), e diventata F.I.S.I. nel 1930, che sovrintende le seguenti discipline: biathlon, bob, freestyle, sci alpino, d'erba, di velocità e nordico, slittino, snowboard e sci-alpinismo.

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Lo sci diventa sport di massa        
        
All’inizio del Ventesimo secolo iniziò a crearsi un divario tra sci nordico e sci alpino, frattura ufficialmente sancita ad opera dell’austriaco Schneider e dell’inglese Lunn (Trivero, 2004, 52 e 81). Il primo, vero fondatore dello sci alpino, fondò la prima scuola organizzata e un sistema di insegnamento comprendente tutte le scoperte più recenti della tecnica, a partire dallo spazzaneve. Il secondo, che in Svizzera aveva organizzato nel 1911 una gara di slalom con passaggi obbligati da paletti e aveva fondato il Kandahar Ski Club, propose a Schneider un patto di collaborazione. Dalla prima gara internazionale di sci alpino che ne nacque nel 1928, la storia dello sci si sviluppò in un continuo crescendo: il perfezionamento dell’equipaggiamento (attrezzi, stazioni turistiche, piste, mezzi di risalita) favorì l’aumento dei praticanti; l’esempio dei grandi campioni fece progredire le conoscenze tecniche, rendendo il movimento sciistico più razionale e adatto ai percorsi di montagna prima e alle piste e ai tracciati di gara poi. Continuò anche la progressiva specializzazione legata all’ambiente e dal 1930 la distinzione tra sci alpino e sci nordico venne codificata nell’ambito delle competizioni, durante il congresso F.I.S.I. di Oslo (D’Isep, Tomasi (a cura di), 2004).     
Fino al 1908 alle Olimpiadi Invernali erano infatti state ammesse solo gare di pattinaggio e hockey, mentre l’introduzione degli sci ai giochi era ancora fuori discussione. Dopo la prima Guerra Mondiale, la polemica durò fino al 1924, data di fondazione della Federazione Internazionale Sci (F.I.S.), quando anche le discipline sciistiche (salto, fondo e biathlon) acquisirono cittadinanza olimpica a Chamonix. Per lo sci alpino bisognerà attendere il 1936 con i giochi di Garmisch-Panterkirchen, unica edizione dell'anteguerra, in cui il vincitore si impegnava nella Discesa e nello Slalom con il riconoscimento del titolo unico di “combinata”. Dopo la Guerra le Olimpiadi Invernali ripresero nel 1948 a Saint-Moritz, e nel 1952[8], a Oslo venne introdotto lo Slalom Gigante, mentre nel 1988 a Calgary (Canada) si aggiunse il Supergigante (cfr.
Grandese (a cura di), 2001, 40-41). Il dopoguerra è stato caratterizzato anche dall’aumento di sponsor commerciali che utilizzano gli eventi dello sci come grande vetrina pubblicitaria, favorendo la diffusione della pratica dello sci escursionistico nel tempo libero dell’élite borghese (Trivero, 2004, 52).


[8] Anno a cui risale anche l’adozione della prima neve artificiale, a Grossinger's, New York.

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 Questo fenomeno, se da un lato ha contribuito in un secondo momento anche alla espansione popolare dello sci, dall'altro è divenuto a volte un fattore di pesante condizionamento dello svolgimento agonistico degli eventi[9] (Spampani, 2006, 234), laddove fino a pochi anni prima sia la pubblicità sia il professionismo erano ancora parole aborrite. Da allora i praticanti dello sci sono cresciuti in modo esponenziale, nonostante i costi elevati sia per le attrezzature sia per l’accesso alle piste e i viaggi in montagna, non sempre agevoli. Il turismo invernale è diventato un’industria di importanza mondiale, in cui i campioni (non più solo scandinavi) che si sono susseguiti negli anni figurano da portabandiera del “movimento sportivo”: da Zeno Colò a Gustave Thoeni, da Toni Sailer e Jean Vuarnet (Trivero, 2004, 80 e segg.; Spampani, 2006, 91 e segg.; Motti-Oddo, 1977, 229 e segg.). Degni di nota sono anche i Campionati Mondiali del 1954 a Falun (Svezia), dove per la prima volta fecero la loro comparsa i fondisti sovietici e le prove di fondo femminile, e i Giochi Olimpici del 1956 a Cortina D’Ampezzo, dove, oltre al lancio delle Dolomiti come meta d’élite per turismo sciistico invernale (Ferraresi, 2002, 51 e segg.), iniziò anche la divulgazione mediatica su scala mondiale delle imprese sportive sulla neve e sul ghiaccio grazie al nuovo mezzo di comunicazione di massa: la televisione (Spampani, 2006, 167; Trivero, 2004, 181). Ne derivò una propaganda straordinaria, non solo per lo sport e le località sciistiche, ma anche per i protagonisti che divennero dei veri e propri “divi” (Ivi, 121 e segg.). In quegli anni ci fu anche la presentazione innovativa della posizione “a uovo” e di rivoluzionari sci metallici ad opera del francese Jean Vuarnet, in risposta alla necessità di ridurre al minimo gli attriti degli sci sulla neve e del corpo nell’aria ai giochi di Squaw Valley, gli ultimi giochi con caratteristiche “sportive”.


[9] Ad esempio, si pensi che il grande giro di affari che muove il circuito dello sci alpino ha portato a un'intensificazione del calendario stagionale estendendolo dagli originali due mesi di attività a quasi cinque mesi di gare, da novembre a marzo, per rispondere alle richieste di molte località turistiche e di mercato, incuranti delle condizioni climatiche, ambientali e fisiche degli stessi atleti.

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 Le edizioni successive raccolsero infatti i migliori sciatori del mondo specializzati nelle proprie specialità, ma l’importanza assunta dallo sci come pratica e come spettacolo sceneggiarono le singole gare limitandone a volte il vero valore sportivo. In seguito ai sempre più frequenti e importanti grandi incontri internazionali (come ad esempio le Olimpiadi[10]), crebbe in modo esponenziale l’aspetto cerimoniale dell’exploit sportivo, in una società fondata sempre più sulla produzione e sul denaro, da cui nacquero commercializzazioni, pubblicità e professionalizzazione in incremento pervasivo (Rivière, 1995, trad. it., p. 129).

A partire dagli anni Settanta, lo sci di discesa è divenuto uno sport molto seguito e praticato, al punto da risuonare oggi come sinonimo di “sci” nell’uso comune del termine. In tutto il mondo sono sorte numerose stazioni sciistiche attrezzate per ospitare migliaia di turisti e appassionati che, a diverso livello, praticano lo sci e seguono da tifosi gli eventi agonistici, favoriti anche dall’attrezzarsi di suggestive plaghe montane a rinomate località turistiche, con l’adozione di numerose seggiovie, sciovie e ski-lift, fattori determinanti per quello che sarà un vero e proprio sci di massa[11].

Negli anni ’70 il circo bianco dello sci alpino iniziava ad espandersi in tutte le parti del mondo dove vi fossero campi di neve attrezzati. Alle stazioni tradizionali si aggiunsero moltissimi centri minori in rapida espansione e soprattutto le nuove stazioni costruite solo in funzione dello sci (ski total o ski area), vere “macchine” per sciare in cui tutto è predisposto per facilitare al massimo il rapporto uomo-neve, con impianti di risalita a catena che scavalcano valli e creste collegando spesso a carosello località diverse, con tessere unificate di libera circolazione, settimane bianche e altre facilitazioni per aumentare l’afflusso di sciatori e turisti e allungare la durata della stagione invernale.

C’è stata tuttavia una sorta di reazione alla meccanizzazione spinta dello sci di discesa grazie al successo dello sci di fondo e dello sci-alpinismo anche nell’arco alpino, con competizioni sul modello delle maratone scandinave[12], un successo favorito altresì dai buon risultati ottenuti pure in campo internazionale dalla squadra italiana (Spampani, 2006, 21).


[10] Ogni anno, dal 1967, si tiene la Coppa Del Mondo di Sci, mentre i Campionati del Mondo si svolgono ogni quattro anni e dal 1985 ogni due, alternati alle Olimpiadi.

 [11] Inoltre, proprio in quegli anni, pure le piste si trasformano in modo sostanziale anche grazie all’introduzione dei battipista meccanici (i “gatti delle nevi”), trattori cingolati che si diffondono dall’America all’Europa, trasformando le piste in suoli duri e battuti, serviti da impianti di risalita (funivia, seggiovie, telecabine, ovovie,…) spesso disposti a carosello, che permettono agli sciatori il passaggio diretto da una valle all’altra, in cui i biglietti singoli o “a punti” sono gradualmente sostituiti da tesserini magnetici, adatti alla lettura automatizzata dei dispositivi di controllo, validi anche per più giorni e per un altissimo numero di impianti (Trivero, 2004, 151).

[12] In Italia, ad esempio, si affermò la “Marcialonga”, competizione in cui tuttora migliaia di fondisti si allineano ogni anno alla partenza per la conquista dell’ambito omonimo diploma, dopo percorsi di circa 45 o 70 km nelle suggestive valli di Fiemme e Fassa.

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Questo periodo infatti, se lentamente segna il declino del predominio scandinavo nelle classifiche delle grandi manifestazioni, dove ormai si avvicendavano diversi atleti di molte nazioni, consacra in tutte le discipline sciistiche la supremazia degli sciatori italiani: a Gustavo Thoeni si affianca rapidamente una schiera di uomini eccellenti anche nelle specialità da poco introdotte nelle competizioni, come lo slalom. I fuoriclasse apportano conoscenze nuove alla tecnica sciistica, dalla cui analisi nasce l’evoluzione dello sport, in stretta connessione con il miglioramento dei materiali in particolare della costruzione di scarponi e sci (Trivero, 2004). Le tecniche esecutive infatti spesso si evolvono in funzione delle mutazioni che il materiale tecnico ha subìto, a sua volta influenzato dalle nuove esigenze di sciata.

Lo sci diventa sempre più un fenomeno di massa di dimensioni clamorose, con un turismo invernale in grado di muovere enormi interessi economici e politici (Ferraresi, 2002, pp. 52-59; Spampani, 2006, 27 e 155). Il boom nato in tutti i paesi alpini all’inizio degli anni ‘70 (dove ancora era uno sport d’élite), ha oggi superato lo stadio di “sport di moda” per diventare una realtà composita, in cui turismo e attività atletica si uniscono in un binomio inscindibile, nonostante l’attuale offuscamento della “valanga azzurra” nel panorama delle gare internazionali. Tutte le classi sociali sono ormai approdate al mondo dello sci e ciò allarga enormemente la base dei praticanti (cfr. Interviste 4 e 15), mentre accanto allo sci alpino crescono rapidamente il fondo e lo sci alpinismo, il Telemark (riscoperto) e lo snowboard.

 

Il turismo arriva in montagna

 

Passiamo ora all’analisi di quello che può essere definito “turismo montano” nell’ambito dello studio dell’antropologia del turismo, come si vedrà in seguito (cfr. Simonicca, 2004; Aime, 2005). Questo tipo di turismo nacque e si sviluppò nella seconda metà del 1800, grazie alla pratica delle cure termali unita alla contemplazione delle alte vette, spinta dapprima da intenti scientifici ed esplorativi, poi da scopi meramente sportivi, mentre i valori della montagna venivano esaltati dalla letteratura, dalle scienze naturali e dalla pittura romantica (Lai, 2000, 107-108; Barzaghi, 2001). Inizialmente riservato ai pochi che disponevano di adeguati mezzi finanziari, questo tipo di turismo trascinerà successivamente una sempre più numerosa schiera di escursionisti, alpinisti, sciatori o più semplicemente persone alla ricerca di tranquillità, riposo e cure per la propria salute.

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L’alpinismo dei pionieri contribuì alla conoscenza delle montagne rivelandosi fatto promozionale di rilievo, in quanto uno dei primi momenti di incontro e avvicinamento tra uomini della pianura e uomini della montagna.

Il turismo invernale, particolare forma di turismo montano, richiede attrezzature specifiche, impianti di risalita e piste sciistiche: inevitabili ma gravi ferite all’ambiente naturale (cfr. Interviste 6, 13, 15). Per esercitarsi in tali sport sono infatti necessarie, oltre alla neve, apposite strutture ambientali – che comportano una selezione “naturale” delle località idonee ad accogliere il turismo invernale – e tecniche, che presuppongono cospicui investimenti facendo di questo fenomeno un’industria economica, politica e socioculturale.

La trasformazione del turismo in montagna da élitario a fatto di massa, ha modificato il suo sistema e di conseguenza anche le strutture necessarie ad accoglierlo, finché quasi ovunque da fatto eccezionale, è divenuto “realtà abituale”. Una realtà che ha influito molto, e non sempre positivamente, sulla trasformazione dell’ambiente e del territorio: a parte i casi di località incantevoli ridotte alla stregua delle peggiori periferie cittadine, non c’è dubbio che le esigenze imposte dal flusso turistico abbiano profondamente sconvolto alcuni insediamenti montani che per secoli avevano seguito una loro precisa logica vitale (Lai, 2000, 118). Lo sviluppo derivante dal turismo in montagna non corrisponde sempre felicemente all’ambiente naturale in cui avviene: l’urbanizzazione massiccia di queste zone, con la relativa antropizzazione del territorio, lo sfruttamento per fini turistici di aree un tempo coltivabili, sono solo esempi del prezzo, durissimo, che la montagna e i suoi abitanti hanno dovuto pagare in cambio del “benessere” portato dal turismo.
Oggi questo fenomeno, sia estivo sia invernale, è un’autentica impresa industriale, un bene considerato necessario da milioni di persone: soprattutto sulle Alpi, esso occupa un posto di primo piano nell’economia montana ed è entrato imperiosamente a far parte del paesaggio (Motti-Oddo, 1977; Ferraresi, 2005). Sono state aperte strade e gallerie, costruite funivie e ferrovie, ma l’aspetto più evidente della metamorfosi della montagna è rappresentato dalle stazioni turistiche: nate come circoscritti agglomerati di alberghi di lusso per soddisfare una clientela limitata ed esigente, con il diffondersi del turismo si sono sviluppate spesso caoticamente, senza criteri urbanistici definiti.

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Le stazioni montane invernali possono essere di vario tipo, e hanno frequentemente subito un’evoluzione del proprio carattere con il passare del tempo: la maggioranza sfrutta sia la stagione estiva sia quella invernale, altre vi aggiungono un’attività termale, mentre altre ancora si fondano unicamente su un turismo “monostagionale” estivo o invernale.

Inizialmente, per le stazioni nate tra i secoli XIX e XX, la presenza di fonti termali favorì il fenomeno turistico, ma la moda fu presto quella di soggiornare al cospetto delle vette più imponenti e spettacolari, come il Monte Bianco, il Cervino, la Marmolada e le Dolomiti, teatri in quell’epoca di memorabili imprese alpinistiche. Sorsero centri come Chamonix, Saint Moritz, Cortina, stazioni caratterizzate da un’organizzazione alberghiera lussuosa, per una clientela benestante e legata alle proprie comodità cittadine. Furono perciò costruite anche ferrovie a scartamento ridotto, provviste di cremagliere e funicolari. Dopo la I Guerra Mondiale questo tipo di stazione montana si arricchì di un nuovo elemento, diventato poi la fortuna e la base di molte località: lo sci.

Era naturalmente lo sci pionieristico degli esordi, che si avvaleva di mezzi di risalita precari e di un’organizzazione logistica inadeguata, mentre il turismo, di cui lo sci rappresentava l’aspetto in espansione, andava gradualmente sovrapponendosi alla preesistente economia agricola e silvopastorale di autoconsumo delle comunità di montagna, tendendo a sostituirla. Nuove generazioni di cittadini imparavano ad apprezzare quest’ambiente cosi diverso dalla città, dove trovare sollievo dall’afa dell’estate cittadina e condizioni ideali per i giorni di riposo: un fenomeno che diventa presto “moda”, specialmente nelle grandi città più vicine alla montagna (Ferraresi, 2002, 57; Barzaghi, 2001). Nei borghi montani intanto si iniziano a sistemare vecchie case, se ne costruiscono di nuove per l’affitto stagionale o per farne agriturismi montani, e intorno al movimento della villeggiatura si realizza un flusso economico che in molte località diventa determinante, a volte addirittura la componente preponderante della sussistenza locale. Con l’avvento del turismo di massa, però, la mancanza di un adeguato coordinamento tecnico-organizzativo e di

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un’efficiente disposizione urbanistica ha provocato in alcune aree danni partire dal 1930, gli sviluppi della motorizzazione e della rete viaria allargarono gli orizzonti del turismo montano, fino ad allora fermi a quote relativamente basse (1200, 1300 metri), e favorirono la ricerca di aree più spaziose, elevate e ricche di neve. Grazie all’intervento di influenti finanziatori, presero forma nuove iniziative edilizie, spesso estranee all’ambiente circostante e molto diverse dalle ville e dalle baite che avevano contraddistinto le stazioni della prima generazione. Se queste potevano contare su una struttura urbana e servizi primari già esistenti, benché inadeguati, le nuove stazioni dovranno invece svilupparsi e affermarsi nell’assenza di tali strutture, e ciò rese necessaria una grande disponibilità di capitali. Per la prima volta le stazioni turistiche nascevano dunque dal nulla, caratterizzate dallo sviluppo dato alla ricettività alberghiera e dalla comparsa dei nuovi mezzi di risalita.

Inoltre, con l’aggravarsi dello spopolamento per molte località di montagna nacque un nuovo tipo di turismo: chi lascia la montagna per cercare altrove una sistemazione economicamente più valida e moderna, raramente dimentica il luogo natio. Una “nostalgia degli emigrati” da cui nascerà una componente importante del nuovo turismo: il ritorno temporaneo, stagionale, alla “casa di montagna”, rimasta generalmente di proprietà, è quasi una rivincita sulle circostanze che il montanaro ha vissuto, dando origine a una consuetudine con molte conseguenze sul piano edilizio (grazie ai nuovi capitali accumulati altrove, si svilupperà una ripresa conservativa di ristrutturazione e ammodernamento di vecchie case, che con il passare del tempo e l’accrescersi dei fruitori, diventerà un’edilizia residenziale anche a fini locatori), sociale, economico, politico e soprattutto culturale (Barzaghi, 2001).

Pur con le opportune modifiche e i miglioramenti necessari dal crescente interesse verso il turismo montano, anche le stazioni della “seconda generazione” rivelarono i propri limiti verso la fine degli anni ’50, quando una maggiore disponibilità di denaro a tutti i livelli, favorita dal boom economico, dallo sviluppo capillare della rete viaria e dal successo dello sci a livello agonistico, trasformò il turismo da prerogativa delle classi più abbienti a bene di consumo delle masse. Le stazioni esistenti ebbero spesso difficoltà a contenere

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 questa crescente domanda alimentata da enormi quantità di turisti, tra cui molti proprietari della “seconda casa” in montagna, a causa dell’impostazione urbanistica insufficiente e della disorganizzazione di base. Iniziarono a comparire, spesso in zone vergini per il turismo, località sorte dal nulla ma con un’ottima organizzazione promozionale e sportiva, che valorizzando la “formula residence” con un incredibile numero di servizi a scapito di quella alberghiera, offrivano al turista il tipo di vacanza nota come ski total. La presenza di turisti mette in movimento una serie di fattori commerciali, artigianali e servizi indubbiamente influenti per l’economia locale, tanto che ancora oggi molte località montane vivono sull’andamento positivo o negativo del turismo stagionale (cfr. Simonicca, 2004, 96 e segg.; Intervista 13).

Inoltre, spinto dalle conseguenze dello spopolamento e dell’emigrazione verso la pianura, il turismo in direzione della montagna si è sviluppato anche grazie a una serie di cause legate allo sviluppo della società industriale. L’urbanizzazione progressiva, conseguenza quasi inevitabile della tendenza alla trasformazione dell’economia agricola in economia industriale, si è diffusa di pari passo con una sorta di “ansia ecologica”, oggi diventata quasi una bio-moda (cfr. ‘L’ecoturismo’, in Id., 56). Questa ha lasciato tracce importanti, riproponendo in termini pubblici una coscienza e un richiamo naturalistico ampiamente diffusi, forse mai sopiti a livello individuale (Ferraresi, 2005). Inoltre, lo sviluppo industriale ha avuto i suoi meriti nel consentire l’espandersi del fenomeno turistico, grazie allo sviluppo tecnologico e dei trasporti, l’ammodernamento della rete viaria e la facilità delle comunicazioni.

Altro aspetto rilevante nel quadro del turismo di montagna è l’apporto effettivo che questo arreca all’economia nazionale e locale, attuando una sorta di re-distribuzione del reddito tra aree geografiche eterogenee sotto questo profilo. In altri termini, una parte del reddito prodotto in pianura e nelle aree urbanizzate “centrali” si diffonde in aree marginali e spesso arretrate economicamente, portandovi un importante mercato attraverso la creazione di nuova domanda: di case, servizi, beni agricoli e prodotti tipici del luogo, alimentari, ecc. con conseguenze positive per lo sviluppo locale dell’agricoltura, dell’industria edilizia e alberghiera, del commercio e dell’artigianato.

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Parallelamente, un lato negativo di questo fenomeno è dato dalla degradazione ambientale causata dall’aspetto architettonico, anche se ideato da famosi designer o dalla ricerca di tracciati sciistici sempre più ampi e perfetti.

Sembra ragionevole considerare come soluzione armonica, compromesso tra esigenze ambientali della montagna ed economiche del turismo, quella che contemperi entrambe in modo corretto e sostenibile, in modo che non sia sempre la parte più debole e sottomessa (in questo caso l’ambiente montano) a pagare in termini di civiltà e cultura (cfr. Aime, 2005 e Barzaghi, 2001). Se è vero che il nefasto uso del territorio, oppure la sua saggia valorizzazione, rimangono tra gli aspetti più importanti delle conseguenze del turismo in montagna, un fattore di tutta rilevanza sono le conseguenze culturali sulla popolazione locale, nonché l’incentivo per la stessa alla creazione di un “sistema” che operi efficacemente per il bene comune, uscendo dal campanilismo e dall’individualismo di “comunità chiuse” dietro al quale spesso si nascondono.

Infine, vorrei sottolineare una riflessione riguardante la situazione attuale del turismo sciistico. Normalmente lo sci viene associato alla montagna: un “pensiero comune” che non è più possibile, oggi, limitare al contesto montano. Continui eventi permeano infatti questa pratica, trasferendola in ambienti che con la montagna sempre meno hanno a che fare. Oggi troviamo piste da sci “costruite” in centri città o nelle hall di hotel di lusso, fino ad arrivare a veri e propri parchi turistici extramontani dotati di strutture ad hoc in questo senso.

L’ultimo caso in ordine di tempo risale alla stagione estiva 2007, quando, de-localizzando lo sci in termini di spazio e di tempo, le associazioni per la promozione turistica della stazione marittima di Bibione (VE) hanno creato un’attrazione “particolare”, installando una gigantesca pista in plastica a pochi metri dal mare adibita allo sci alpino. Con l’arrivo dei bagnanti, dopo qualche tempo, moltissimi curiosi e turisti di ogni età si sono avvicinati alla novità per praticare lo sci in questo specialissimo scenario, stimolando una richiesta tale da trovare impreparati gli stessi albergatori e i responsabili del progetto, sia per l’attrezzatura disponibile (per lo più a noleggio, di sci, scarponi e bastoncini) sia per l’organizzazione tecnica (i maestri di sci erano insufficienti alla richiesta, così come gli addetti ai lavori negli impianti di risalita). E’ stato così necessario rivolgersi ai professionisti delle valli montane e sciistiche “originarie”,

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 strutturando una rete di operatori che, in pratica, non hanno mai interrotto la “stagione sciistica”. Il successo di questo straordinario avvenimento ha portato gli organizzatori ad una verifica progettuale per un futuro ampliamento della struttura negli anni a venire. Siamo dunque all’inizio di uno stravolgimento del rapporto tra sci e contesto naturale montano? E dove ci porterà, di questo passo, anche in termini di turismo sostenibile? Un nuovo capitolo della storia dello sci sta per iniziare ad essere scritto.

 

1.2 Lo sci in pratica

 

Il termine “sci”[13], nella pratica, indica particolari pattini da neve, formati da assicelle – in legno, fibra di vetro, plexiglas o metallo, oggi ricoperti da fibra di carbonio, con punte di plastica arrotondate per maggiore sicurezza, rivolte verso l’alto in modo da non affondare nella neve e legate alla scarpa (o scarpone da sci) da particolari attacchi che immobilizzano il tallone nell’atto di fare forza e imprimere l’impulso in avanti nella progressione. Gli indumenti di chi si appresta ad affrontare questo sport sono diversi in funzione della disciplina specifica che si va ad intraprendere, ma, in generale, devono essere termici, impermeabili e permettere una certa agilità e comodità dei movimenti. Le calzature dovrebbero essere comode, pur sostenendo bene il piede e la caviglia per evitare distorsioni o slogature, con attacchi “di sicurezza” adattati al peso e alla statura dello sciatore, che lasciano automaticamente libero il piede quando la gamba si trova sottoposta a un movimento di torsione o flessione pericolosa. Inoltre, come attrezzatura complementare, si utilizzano due bastoncini in alluminio, che permettono di equilibrare maggiormente l’azione.


[1] D’ora in poi, se non espressamente indicato, si farà riferimento allo sci di discesa, o sci alpino, oggi denominato carving.

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Fin dalle origini lo sci è stato caricato di una forte valenza estetica e simbolica, visto a volte come oggetto magico, di sviluppo e potenziamento del corpo, che riveste un ruolo di estensione delle possibilità fisiche umane. Riprendendo McLuhan (1964, 194), in condizioni di sforzo è naturale frammentare la nostra forma corporale e lasciare che una parte di essa si trasferisca in un altro materiale. Questa estensione mediante amplificazione delle posizioni e dei movimenti del corpo in materiali diversi e nuovi deriva appunto da un impulso costante ad aumentare la propria potenza fisica. Gli attrezzi sciistici svolgono proprio questa funzione.

Per estensione si chiama “sci” anche la disciplina sportiva praticata con questi particolari strumenti, riguardo alla quale un medico sportivo afferma:

 

lo sci come sport collabora a sviluppare gambe dritte, articolazioni solide ed elastiche, senso di equilibrio e una buona dose di audacia e coraggio. Un ottimo beneficio di questo sport è sicuramente l’atmosfera pura dei luoghi dove si pratica, aria priva di polvere e microbi, vivendo parecchie ore al giorno all’aperto nelle zone montane, che garantisce una respirazione migliore, una maggiore carica energetica e benessere (FA, Feltre, 12 aprile 2007, cfr. Intervista 3).

 

Uno sport quindi consigliato a tutti, che garantisce una sferzata di energia e di benessere e, d’altro lato, una buona occasione per impiegare la propria temerarietà: pratica “completa”, sviluppa in modo regolare e armonico i vari muscoli del corpo, anche se gli effetti rispetto ad altri sport sono piuttosto ridotti a causa del breve tempo che gli si può dedicare durante l’anno, limitato alla stagione invernale.

 

Struttura e tecnologia

 

Com’è fatto veramente uno sci? Sembra facile dirlo, a vederle cosi, due assicelle innocue e colorate… in realtà sono degli attrezzi molto più complessi.

La descrizione del narta (così i lapponi chiamavano il primo sci vero e proprio, costruito per andare sui ghiacci e sulle nevi del nord), rivela che i lapponi usavano due tavolette sottili molto lunghe, con la punta rilevata per non intaccare la neve (Motti-Oddo, 1977, 163). Nel mezzo di esse vi erano alcune funicelle per assettarli ai piedi, tenendo poi un bastone in mano conficcato in una rotella di legno all’estremità inferiore perchè non fori la neve. Questi narta avevano già le caratteristiche dello sci attuale, sia pure in forma embrionale, anche nella struttura: l’uso del legno comparve molto presto, in sostituzione alla pelle delle origini, in quanto più resistente, duttile e soprattutto rigido, facilitando l’idea della punta rivolta verso l’alto scavata a colpi di accetta per agevolare

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 l’avanzamento. Più tardi la punta rialzata si ottenne scaldando il legno nel vapore e usando una corda legata alla parte da piegare, in quanto l’umidità favoriva il piegamento delle fibre. In questo modo furono costruiti i primi sci di frassino e di hickory (legni che stavano sostituendo la betulla), scelti per le doti di resistenza ed elasticità, con particolare successo nel Telemark (Maioli, 1976, 43; Gluazza, 1991).

Nello stesso periodo, per favorire la discesa e la stabilità, vennero introdotti i primi attacchi di vimini con un laccio che passava dietro la scarpa. Inoltre, se lo slalom era il modo di scendere in curve successive su un terreno di pendenza uniforme, il kneikelom era la discesa su terreno disuguale, con salti e falsipiani, mentre il villom era il modo di giungere a valle seguendo la via più breve e verticale: tre stili che implicavano altrettanti tipi di sci e attacchi. Questo favorì l’evoluzione della tecnologia, fermo restando che in generale, il legno per costruire un buon paio di sci doveva essere forte, compatto, resistente e nello stesso tempo flessibile e leggero, con le fibre disposte in lunghezza e buona qualità di scivolamento. Lo sci acquistò dunque una sua fisionomia, un’identificazione tecnica: doveva essere arcuato in modo che calzandolo restasse perfettamente piano sulla neve; successivamente fu introdotta la lavorazione a strati incollati e pressati a caldo con apposite macchine, la stessa tecnica usata per il trattamento artigianale dei manufatti di pregio:

 dal tronco di hickory giunto in Europa dall’America si ottenevano le tavole, che poi venivano ossigenate all’aperto, e quindi entravano nei forni per l’essiccamento… dopo una serie di tagli il tronco veniva ridotto a strati compensanti di diverso spessore che, collegati tra loro a balestra, davano l’elasticità al futuro paio di sci,

 

mi spiega un anziano falegname, un tempo impegnato nella produzione artigianale di sci[14] , che sottolinea come

 

i nostri nonni ci dicevano che non esiste nessuna memoria scritta dell’evoluzione invernale di questo sport, e che tutto si tramandava da padre a figli, la figlie seguivano altre faccende. Per la costruzione degli attrezzi da sci, certamente in provincia vi erano tanti falegnami che facevano sci, gli attacchi provenivano dall’Austria, dalla Svizzera… vi erano idee più avanzate delle nostre. La sciolina non sapevano dove trovarla e usavano la cera delle candele, che con la scusa della mancanza dell’elettricità si facevano la scorta durante l’estate usando i mozziconi per l’inverno sciolinando gli sci durante le manifestazioni promosse nei vari paesi valligiani (BA, Belluno, 14 aprile 2007, cfr. Intervista 5).


[14] Esperto di legnami era anche Abel Rossignol, che nel 1911, in Francia, iniziò a dedicarsi alla costruzione del primo sci di marca francese e il cui esempio fu seguito nel 1924 da un giovane austriaco costruttore di ruote per carri: Joseph Fischer, fondatore, come Rossignol, di una di quelle che saranno tra le più grandi aziende costruttrici di sci al mondo.

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 Attraverso queste invenzioni si giunse alle trasformazioni degli anni ’30 nelle isole artigianali dello sci in Europa, dove si inventarono nuove macchine per una lavorazione più accurata. Inoltre, col perfezionarsi della tecnica discesistica e l’aumento degli sciatori, si senti la necessità di approfondire gli studi sulle reazioni dei materiali e dei diversi componenti degli sci, onde migliorarne la struttura e le opere di rifinitura, il grado di scorrimento e la durata (Spampani, 2006, 80). Col tempo alle fabbriche si affiancarono laboratori di ricerca e macchine speciali per valutare la caratteristiche tecniche, come la resistenza in torsione, la flessibilità longitudinale o frontale, l’elasticità alle oscillazioni e alle vibrazioni. I primi campioni diventarono collaudatori delle aziende produttrici, così come, in seguito, fecero anche i primi maestri.

Verso la fine degli anni ‘50 le industrie iniziarono a volgere l’attenzione verso materiali diversi dal legno, come le materie plastiche e i metalli, assemblati in diversi strati e successivamente pressati; si inizia anche, per i migliori modelli, a sperimentare nuovi materiali leggeri e resistenti, come le fibre di carbonio (Trivero, 2004, 95). Oltre alla struttura cambiarono anche le lamine, i bordi di acciaio che permettono una migliore presa di spigoli: dalle sottili strisce di lamiera avvitate a pezzi sotto lo sci si passa ai carres cachées, lamine a “L” che sporgono lungo gli spigoli solo di circa 2 mm, con notevoli doti di tenuta. Anche le solette (la parte a contatto col terreno nevoso), un tempo di legno grezzo o rivestito di lacche, sono ora costituite da un materiale plastico più o meno poroso relativamente alla penetrazione della sciolina (Oddo, 1977).

Ciò che contraddistingue uno sci attuale dai suoi predecessori non è solo la struttura dei componenti e dei materiali, ma anche le sue misure, soprattutto per quanto riguarda la lunghezza[15], la larghezza e la sagomatura centrale, da cui dipende il raggio di curva (cfr. Spampani, 2006, 80). A seconda delle diverse specialità, le caratteristiche dello sci variano profondamente e sono il frutto di lunghi studi e prove sulla neve e in laboratorio, in un riflesso continuo della tecnologia.


[15] Misurata in questo periodo calcolando l’altezza dello sciatore con un braccio alzato.

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In termini tecnici, a che punto siamo arrivati nel XXI secolo? Un titolare di laboratorio di sistemazione e recupero sci mi spiega che

 dallo sci alpino in legno di frassino delle origini, oggi lo sci può essere fabbricato in fibra di carbonio, fenoliche, plexiglas e poliuretano espanso. La sua punta è arrotondata e meno arcuata di quella dello sci da fondo ed ha la spatola (la parte immediatamente posteriore alla punta) più larga, che si assottiglia gradualmente fino a raggiungere il suo minimo nel centro dello sci (sciancratura), per poi riallargarsi fino alla parte posteriore, la “coda”, a sua volta minimamente arcuata verso l’alto. Inoltre, la parte inferiore dello sci (soletta) è composta di un materiale plastico specifico, polietilene o plexiglas, per permettere una maggiore velocità e diminuire l’attrito sulla neve  (BC, Belluno, 14 aprile 2007, cfr. Intervista 7).

 

Nel centro dello sci sono situati gli attacchi di sicurezza, che bloccano lo scarpone in punta e sul tallone, sempre più perfezionati e solidi, per permettere lo sganciamento dello scarpone in caso di gravi cadute.

 Oggi le tipologie di fabbricazione degli sci da discesa possono essere a strati o monoscocca. Nel primo caso vengono utilizzati, con una lunga lavorazione, materiali ad alta resistenza con un corpo interno pre-assemblato e molto leggero composto ad esempio di legno, laminati per lo sci “metallico”, o bandelle di vetroresina pre–indurite per sci “in fibra”. Nel secondo caso invece i tessuti fibrosi che compongono lo sci (vetro, kevlar e carbonio) vengono incollati e avvolti in un’anima pre-assemblata ricoperta poi da policarbonato e pressata, dopo l’inserimento della resina che funge da materiale di incollaggio (BC, Belluno, 14 aprile 2007, cfr. Intervista 7)

 continua pazientemente il tecnico. Per quanto riguarda invece gli strumenti accessori,

 la sciolina è un lubrificante più o meno fluorato (a seconda delle condizioni del tempo e della neve), che si applica sulla soletta dello sci, per renderlo più veloce… ma per preparare uno sci bisogna lavorare anche sulle lamine, rinforzi di acciaio a “L” situati tra il margine della soletta e il lato dello sci che servono per far presa in curva sulla neve: più è dura la neve, più devono essere affilate. (BC, Belluno, 14 aprile 2007, cfr. Intervista 7).

 

Infine, i bastoncini sono più corti rispetto a quelli utilizzati nel fondo, ma di fattura simile, e sono diversi a seconda delle specialità: fini e dritti per lo slalom speciale, arcuati al centro e più aerodinamici quelli da slalom gigante e discesa.

 

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Le discipline sciistiche

 

Lo sport dello sci si divide principalmente in 5 discipline, quali:

 

Sci di fondo

Lo sci di fondo – sci nordico, è la pratica sportiva più antica e più atletica, che consente di percorrere una pista tracciata in un piano, in salite e discese, mediante l’uso dello sci. Si effettua su piste con binari paralleli, una volta battuti dagli sciatori o preparati meccanicamente. Il passo base è il “passo alternato”, in cui si muovono braccia (con l’uso dei bastoncini, che favoriscono la spinta e la velocità) e gambe in modo alternato quasi come una marcia, evoluto oggi nel sempre più diffuso “passo pattinato” o skating, simile al pattinaggio su ghiaccio, dove le punte sono divaricate e la presa sulla neve avviene di spigolo interno: la coordinazione tra spinta di gamba e di braccia richiede una grande tecnica e pratica (Trozzi, 2007). Si distingue dallo sci alpino, più recente e di estrazione sportiva, ed è il più antico tipo che si conosca, poiché si ricollega alle prime esperienze sciistiche dell’uomo che risalgono a oltre 4000 anni fa, come testimoniano i reperti di Hoting (Svezia). La “culla dello sci di fondo” è infatti l’Europa del nord: Paesi ricoperti dalla neve per molti mesi all’anno e quasi privi di grandi rilievi montuosi.

Gli sci di fondo si differenziano sostanzialmente da quelli per la discesa nel peso, nella forma, nelle misure, nel costo e nel materiale, mentre leggerezza ed economicità ne sono le caratteristiche fondamentali. Questi attrezzi sono molto stretti (larghezza massima di 6 cm) e lunghi, con un costo medio di circa un quinto rispetto agli sci da discesa. Il materiale di costruzione è tradizionalmente il legno, anche se negli ultimi anni la struttura interna si è avvalsa dei nuovi materiali tecnologici, e i costruttori sono tuttora impegnati in continui esperimenti per migliorarne le caratteristiche indispensabili, quali flessibilità, leggerezza e resistenza.

 

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Telemark

Il Telemark, oltre ad essere una splendida regione della Norvegia del sud, è una tecnica per curvare con gli sci utilizzata dai Norvegesi fin dal 1800 (Trivero, 2004; Maioli, 1976, 37). In questo stile la posizione dello sciatore è simile a quella di un angelo, con braccia allargate e aperte in modo da favorire l’equilibrio, busto eretto durante la curva e inclinato all’interno nella fase finale per compensare le forze che tendono a proiettarlo all’esterno; nella flessione si inginocchia la gamba esterna alla virata mentre lo sci interno, spostato in avanti, segna la direzione con il tacco della scarpa libero di sollevarsi, mentre si fa perno per girare entrambi gli sci.

Nel XIX secolo il Telemark venne importato nelle Alpi, e per lungo tempo fu considerato il miglior metodo per curvare in neve fresca. In seguito, sia per l’evoluzione delle attrezzature sia perchè non adatto ai pendii ripidi, alle alte velocità e alla neve gelata, venne progressivamente abbandonato, pur rimanendo uno dei modi di curvare più eleganti. Negli anni '20 venne sostituito dalla tecnica “Cristiania”, e, grazie a nuovi attacchi che bloccavano il tallone, le curve vennero condotte a sci paralleli. Nasceva così il cosiddetto “sci alpino”, la cui evoluzione è legata strettamente allo sviluppo dei materiali: i vecchi scarponi di cuoio con le stringhe sono stati sostituiti con calzature sempre più tecniche che bloccano la caviglia permettendo un perfetto controllo degli sci. Gli sci si sono accorciati e alleggeriti, e materiali più sofisticati hanno consentito attrezzi sempre più facili da manovrare. Il Telemark pareva ormai una tecnica superata quando, negli anni '70, in Colorado (USA) lo si adottò per lo sci escursionismo: permetteva infatti stabilità anche in discesa, punto dolente di ogni escursionista. Inoltre ci si rese conto che con la stessa attrezzatura si poteva fare fondo, discesa e sci alpinismo, oltre a camminare comodamente. Negli anni ’80 il Telemark fu riproposto, con materiali moderni (sci sciancrati, scarponi di plastica, attacchi regolabili), dai maestri americani in Europa, dando nuovo impulso a questa disciplina sportiva (Gluazza, 1991).

 

Sci alpinismo

Lo sci alpinismo, o escursionismo, nasce dall’accoppiamento di due grandi sport della montagna: l’alpinismo e lo sci. Richiede preparazione fisica e conoscenza della montagna, ma permette di accomunare il piacere della salita con quello

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 della discesa, entrambe con gli sci ai piedi. Attualmente si considera “sci alpinismo” ogni attività sciistica che non rientri nello sci di discesa o di fondo: dallo sci praticato su percorsi facili e brevi allo sci estremo, anche in salita; questa disciplina assume diverse e complesse forme, dalla gita sci-alpinistica classica, con salita a una vetta o colle e discesa dallo stesso o da un altro versante (traversata), al raid in sci (haute route), che, sviluppando il concetto di traversata, prevede un itinerario di più giorni in quota, con pernottamento in rifugi e arrivo alla stessa o in altra località. In queste attività viene esaltata la componente esplorativa e avventurosa, essenziale nello sci alpinismo, basata sullo studio approfondito dell’itinerario di salita e discesa e sull’affinamento delle capacità di orientamento e conoscenza della montagna da parte dello sciatore (Kurz, 1994).

 Gran parte del fascino di una traversata sta nel raggiungere località distanti anche centinaia di chilometri per le normali vie di comunicazione, nel rimanere isolati dal mondo per giorni, nel sentirsi uniti come gruppo di fronte a tante difficoltà e nella possibilità di un contatto completo con l’ambiente naturale montano (FD, Feltre, 20 aprile 2007, cfr. Intervista 10)

afferma un istruttore di sci alpinismo. Lo sci alpinismo è a volte considerato un’attività pericolosa e faticosa, soprattutto per le insidie dell’ambiente in cui si svolge, per le salite, i carichi sulle spalle e gli orari che impone. Ma sia i pericoli sia le fatiche dipendono dal livello di difficoltà dell’itinerario, e sono comunque limitabili acquisendo per gradi una buona conoscenza della montagna, disponendo di attrezzatura adeguata e seguendo un buon allenamento sportivo: non è necessario essere ottimi sciatori su pista, quanto, almeno per la sicurezza, avere un buon controllo degli sci.

 

Sci di discesa

Con “discesa” si indica oggi il modo più diffuso di praticare e intendere lo sci, tanto da diventare quasi un sinonimo di “attività sciistica”. Da quando, all’inizio del secolo, da mezzo di comunicazione e locomozione impiegato soprattutto nei paesi scandinavi, lo sci si trasformò in sport praticato sulle nevi di tutto il globo, molti sciatori scoprirono rapidamente che scendere in velocità può essere più divertente ed emozionante che correre in piano o risalire faticosamente un pendio, com’era stato lo sci di fondo fino a quel tempo. Nacquero cosi i primi  

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 mezzi di risalita, le prime scuole di sci, le tecniche e anche la definizione di “sci alpino” da contrapporre a quella di sci nordico (o di fondo) (Maioli, 1976, 61). Ma mentre la tecnica di quest’ultimo è variata poco rispetto alle origini, quella di discesa ha subito una continua evoluzione, perfezionandosi di pari passo all’equipaggiamento e le attrezzature sportive (Oddo, 1977). L'evoluzione dello sci alpino è stata infatti da sempre influenzata dai progressi della ricerca tecnologica per migliorare le prestazioni: sia nelle specialità veloci[16], sia in quelle tecniche, le attrezzature, dagli sci agli attacchi, alle tute, hanno determinato cambiamenti sostanziali nella tecnica di sciata degli atleti. Negli ultimi anni le esigenze agonistiche e commerciali hanno indotto le aziende produttrici di materiali a creare gli sci carving, con cui

 in campo tecnico e didattico, la tecnica acquista maggiore dinamicità sfruttando l’attrezzo sciancrato che consente una migliore interpretazione di curva, mentre negli esercizi base l’impostazione esecutiva si avvicina alle esigenze e alla personalità dell’allievo, rendendo più flessibile l’insegnamento, ora svincolato da rigide barriere di metodo... le nuove tecniche e i nuovi materiali richiedono ai maestri di sci un ruolo formativo importante, soprattutto in relazione a bambini e giovani, i maggiori fruitori di questo sport (FE, Feltre, 24 aprile 2007, cfr. Intervista 11)

 dice uno sciatore professionista, maestro di sci (cfr. Spampani, 2006, 80).

 

Snowboard[17]

Lo Snowboarding, o semplicemente snowboard, è uno sport di scivolamento nato sulla scia degli sport da tavola (board in inglese), come il surf e lo skateboarding (cfr. Trivero, 2004, 139). Lo si pratica su una tavola, generalmente di legno e fibra di vetro, provvista di lamine, soletta in materiale sintetico e attacchi a cui si fissano i piedi in modo trasversale. Questa disciplina, che come pratica deriva dal surf, a sua volta originario della Polinesia in Oceania e delle Isole Hawaii nel Pacifico, nasce negli Stati Uniti negli anni ’80, grazie all'ingegno dell'americano Burton, il primo a scendere una montagna con entrambi i piedi legati su di una tavola di legno.


[16] Lo “slalom” (discesa obbligata da paletti o “porte”) gigante o supergigante, e la “discesa libera”, dove sono stabiliti solo i punti di partenza e d’arrivo e nella quale i concorrenti devono saper scegliere con criterio, sulla neve battuta, il percorso più breve e rapido nella pista di discesa.

[17] Riferimenti principali in www.fsi.it e www.snobord.it.

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Le tipologie di snowboard sono due: hard – con tavole strette, lunghe e rigide e scarponi simili a quelli dello sci, ma con i talloni arrotondati e una maggiore inclinazione in avanti per facilitare la posizione sulla tavola, e soft – con tavole e attacchi morbidi che permettono maggiore libertà di movimento, la cui specialità più diffusa è il freestyle. Questo stile di discesa non ha regole precise, lasciando spazio alla fantasia dell'atleta e alla sua interpretazione dell'ambiente circostante, spesso mirata a cercare conformazioni che permettano di saltare ed eseguire in aria particolari figure acrobatiche. Sempre più spesso le stazioni sciistiche mettono a disposizione dei freestylers zone dedicate chiamate snowpark, con salti e ostacoli di varie tipologie e dimensioni. Questo sport, come il surf e lo skateboard, viene per molti inteso anche come stile di vita, ed è coordinato a livello internazionale dalla sezione Snowboarding della F.I.S. e dalla International Snowboarding Federation (ISF).

 

Maestri e Scuole di Sci[18]

 La Federazione Italiana Sport Invernali F.I.S.I-C.O.N.I., è un’istituzione collettiva che, attraverso i suoi organi tecnici si costituisce in un grande laboratorio sperimentale di studio e di idee, dove operano professionisti capaci di guardare avanti in progetti sempre nuovi [...] Un’ottima tecnica non può comunque prescindere da una valida e articolata metodologia didattica, anche se non si esclude l’opportunità di personalizzare l’insegnamento, adattandolo all’età e alle caratteristiche degli allievi (FC, Feltre, 16 aprile 2007, cfr. Intervista 9)

 mi spiega un istruttore nazionale. La tecnica dello sci presenta una continua evoluzione, in cui ogni tappa è caratterizzata da un nuovo tipo di curva e discesa, messa a punto da specialisti e tradotta poi nel campo dell’insegnamento. L’osservazione delle tecniche dei grandi campioni è sempre stata una determinante nell’indicare nuove strade da percorrere, così come l’evoluzione dei materiali, che nelle prime fasi dello sci era affidata all’inventiva e all’abilità artigianale dei singoli. Ad esempio, nel 1926, l’austriaco Lettner inventò le lamine, permettendo il controllo degli sci anche sulle nevi ghiacciate e migliorando enormemente le prestazioni degli sciatori.


[18] Le indicazioni principali contenute in questo paragrafo fanno riferimento principalmente al Testo ufficiale per l’insegnamento dello sci alpino, 2004, Ed. FISI–CONI., al sito ufficiale F.I.S.I. (www.fisi.org) e al sito ufficiale AMSI (www.amsi.it).

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Da allora si sono visti progressi enormi anche nella struttura delle solette, nel materiale e nella chiusura degli scarponi, nella tecnologia degli attacchi e, in tempi recenti, la sciancratura degli sci ha rappresentato una svolta particolarmente significativa (Trivero, 2004, 123 e segg).

In Italia i primi esami per maestri di sci si svolsero a Clavière nel 1932[19] più di trent’anni dopo l’avvento dello sci in Italia. Con l’introduzione dei primi maestri di sci venne pubblicato nel 1933, dalla F.I.S.I., il “Manuale Ufficiale di Istruzione Sciistica ad uso dei maestri di sci”, presentazione sintetica dei principi di base per l’insegnamento del fondo, del salto e della discesa. Per quest’ultima il manuale si ispirava ancora alla tecnica norvegese, (mentre in Austria, presso la scuola dell’Alberg, si insegnava fin dal 1924 il cristiania a sci paralleli), e prevedeva l’istituzione di due corsi: per principianti, con l’insegnamento dello spazzaneve, e di perfezionamento, con il cristiania parallelo. Solo nel dopoguerra si vedranno codificate nuove istituzioni per maestri di sci, che saranno comunque molto influenzate dall’evoluzione della tecnica di questi anni.

 

Le diverse categorie di maestri di sci in Italia

Con il “Regolamento per gli abilitati all’insegnamento dello sci e per le scuole di sci”, esecutivo dal consiglio F.I.S.I. del 1971, i maestri furono suddivisi in 3 categorie: di 1°, 2°, e 3° grado, a cui corrispondevano, nell’ordine, i maestri esistenti già abilitati all’insegnamento dello sci dalla questura di residenza, gli aiuto maestri e le nurses della neve, a cui era richiesta minore capacità tecnica, previo corso di aggiornamento. Solo i maestri di 1° grado potevano svolgere l’attività professionale su tutto il territorio nazionale, in forma isolata o associativa, mentre gli altri potevano operare solo nell’ambito di una scuola di sci autorizzata F.I.S.I.. Con la promulgazione, nel 1979, delle Leggi Regionali per la disciplina dell’insegnamento dello sci e l’istituzione dei Collegi Regionali dei Maestri Di Sci, tale distinzione di grado è venuta meno e i corsi e gli esami di abilitazione vengono organizzati direttamente dalle regioni, tramite i rispettivi Collegi Regionali e non più dalla F.I.S.I. (anche se gli istruttori nazionali[20] residenti nella regione fanno comunque parte delle commissioni di esperti).


[19] In questi esami la prova tecnica riguardava lo sci da discesa, i passi del fondo, la tecnica del salto, la ginnastica presciistica, il pronto soccorso, ed elementi di topografia e meteorologia.

[20] I corsi e gli esami per maestri di sci vengono organizzati dalle regioni tramite i Collegi Regionali, con la collaborazione di istruttori nazionali, vera élite dei maestri di sci, scelti dalla F.I.S.I. fra i maestri di 1° grado che superano uno speciale corso. La qualifica di istruttore nazionale dura un anno e vi figurano anche i dimostratori che partecipano agli Interski.

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Ma come si diventa maestro di sci?

 

Per conseguire l’abilitazione all’insegnamento occorre superare prima una preselezione indetta dalla regione di residenza, una prova dimostrativa attitudinale e pratica sostenuta davanti a una commissione formata da delegati dell’assessorato regionale competente, maestri di sci dalle associazioni regionali e istruttori scelti inviati dalla F.I.S.I.-CO.SCU.MA (FC, Feltre, 16 aprile 2007, cfr. Intervista 9)

 spiega un maestro di sci nazionale, preselezione da cui sono comunque esonerati gli atleti delle squadre nazionali e gli istruttori delle scuole militari.

 Gli esami veri e propri per l’accertamento dell’idoneità nelle discipline alpine consistono in prove pratiche, didattiche e tecniche, che i candidati devono superare dopo aver seguito l’apposito corso organizzato dalla regione di residenza. Chi riesce a superare gli esami teorico-pratici viene iscritto nell’Albo Regionale dei Maestri Di Sci abilitati all’insegnamento, obbligatorio per chi esercita la professione (FC, Feltre, 16 aprile 2007, cfr. Intervista 9).

 

Inoltre, le regioni organizzano periodicamente appositi corsi di aggiornamento che i maestri di sci devono frequentare per il rinnovo della licenza; dal 1974 è stata istituita anche in Italia la categoria dei maestri di sci di fondo, per i quali l’iter di idoneità è analogo a quello per lo sci alpino. 

La posizione dei maestri di sci prima della promulgazione delle Leggi Regionali (1979) era definita dall’art. 123 del T.U. delle Leggi di Pubblica Sicurezza: “le guide, gli interpreti, i corrieri e i portatori alpini devono ottenere la licenza dal questore”. I maestri di sci, allora non nominati perché non costituivano una categoria importante, nel regolamento per l’esecuzione della legge del 1940, vengono equiparati alle guide alpine, e nel 1971, con la licenza del questore possono essere abilitati all’esercizio dell’insegnamento dello sci, in seguito all’accertamento dell’idoneità tecnica da effettuarsi a cura della F.I.S.I.

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Essendo però questa un’associazione e non un organo di Stato, si iniziò a mettere in discussione la legalità del privilegio della F.I.S.I. nel rilasciare il certificato di idoneità. Il primo a prendere l’iniziativa di formare una scuola di sci indipendente dalla F.I.S.I. fu Daniele De Bertolis che nel 1969 costituì a San Martino Di Castrozza (TN) l’associazione “Cimon De La Pala”, alla quale aderirono circa 100 insegnanti – le “giacche rosse” – non abilitati dalla F.I.S.I.. L’anno seguente nacque la “Libera Associazione Maestri di Sci” L.A.M.S., che cercò di accordarsi, senza successo, con A.M.S.I. e F.I.S.I., la quale si assumeva illegalmente il diritto di rilasciare licenze professionali. Per contro, i maestri A.M.S.I. organizzarono addirittura degli scioperi, inducendo i fondatori della L.A.M.S. a costituire il Sindacato Italiano Maestri di Sci (S.I.M.S.).

Nel 1971 nacque una nuova associazione, l’Addestramento Nazionale Sci, promotore dal 1973 di una proposta di legge in cui si richiedeva che l’idoneità del candidato fosse rilasciata da un organo di Stato e non da un’associazione.

Negli anni seguenti, in seguito a forti pressioni e all’espandersi delle scuole di sci abusive, si è svolta quindi un’istruttoria costituzionale per giudicare sull’eccezione di incostituzionalità delle leggi in vigore riguardanti i maestri di sci, in relazione agli artt. 3 (principio di uguaglianza di tutti i cittadini) e 33 (libertà di insegnamento delle arti e della scienza) della Costituzione Italiana[21]. Infine, la promulgazione delle leggi regionali con le conseguenti sanatorie per i maestri di sci diplomati dall’A.N.SCI (che continua ad esistere accanto all’A.M.S.I.) ha posto fine alle polemiche, mentre alla F.I.S.I. e all’A.M.S.I. rimangono importanti compiti di sviluppo e uniformizzazione della formazione professionale del maestro di sci; in quest’ottica gli enti seguono oggi lo studio di un progetto di legge nazionale mirante a coordinare le diverse leggi regionali e a formalizzare, accanto alle figure del maestro di sci e della guida alpina, altre figure di operatori intermedi (accompagnatori).


[21] L’istruttoria si è conclusa con la sentenza n. 51/1976, in cui si dichiara inammissibile per difetto di rilevanza la questione di legittimità costituzionale dell’art. 123 T.U. delle leggi di Pubblica Sicurezza e della legge del 1971.

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Le organizzazioni principali relative all’insegnamento dello sci

 

 

INTERSKI[22]

Negli anni ‘50 le scuole di sci dei vari paesi alpini, dopo l’interruzione bellica, sentirono il bisogno di confrontarsi, stimolate dalla crescente domanda del pubblico e dalla ripresa della attività agonistiche. Nacque cosi, nel 1951, il Congresso Internazionale Dell’Insegnamento Dello Sci (Interski), dove dall’incontro tra le rappresentative internazionali dei maestri di sci prendono vita discussioni e confronti sulle rispettive tecniche sciistiche e sulle modalità didattiche di insegnamento, ricercando nuovi miglioramenti attraverso le varie esperienze e un’uniformità di linguaggio da adottare nell’insegnamento dello sci nei diversi paesi. Da allora questa importante manifestazione si tiene regolarmente in diverse località del mondo: l’ultima, nel 2007 in Corea del Sud.

 

CO.SCU.MA.

Sotto la spinta dei successi dello sci italiano del primo dopoguerra, nel 1947, la F.I.S.I. avvertì la necessità di suddividere i compiti riguardanti le gare da quelli inerenti l’insegnamento dello sci. Nacque cosi la Commissione Scuole e Maestri (CO.SCU.MA.), con il compito di occuparsi della formazione dei maestri, dell’organizzazione di corsi ed esami, della formulazione e redazione del manuale tecnico-didattico per l’insegnamento dello sci in Italia e del regolamento per i maestri e le scuole di sci. Dal 1954, si avrà un vero libro di testo, che accompagna la nuova impostazione di professione di insegnamento con l’obiettivo di giungere a un metodo unificato da adottarsi in tutte le scuole.

 

A.M.S.I.[23]

L’A.M.S.I. (Associazione Maestri di Sci Italiani) è un’organizzazione che raggruppa maestri di sci abilitati in precedenza dalla F.I.S.I.-CO.SCU.MA. e ora dalle diverse regioni di residenza. Si occupa di compiti di tipo organizzativo, della tutela assicurativa, previdenziale e giuridica, delle relazioni con i produttori di attrezzature per lo sci, ecc. Del consiglio direttivo dell’A.M.S.I. fanno parte due rappresentanti per ogni zona: Alpi Occidentali, Alpi Centrali, Valle D’Aosta, Veneto, Trentino Alto Adige, Centro Sud. In seguito alla promulgazione delle leggi regionali per l’insegnamento dello sci si è particolarmente sviluppata l’attività territoriale dell’A.M.S.I., ente “mediatore” tra il contesto regionale e le direttive nazionali, le scuole di sci locali e le istituzioni superiori.


[22] Riferimenti e informazioni presso il sito ufficiale di Interski: www.interski.org.

[23] Riferimenti e informazioni presso il Sito Ufficiale dell’AMSI: www.amsi.it.

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Scuole di sci

Le scuole di sci sono unità organizzative cui fanno capo diversi maestri di sci, per esercitare in modo coordinato, individualmente o associativamente, la loro attività professionale. L’A.M.S.I. promuove la trasformazione delle scuole in società cooperative, mentre le leggi regionali per la disciplina dell’insegnamento dello sci contemplano apposite norme tendenti a disciplinare e uniformare l’operato delle stesse (organico minimo, sede adeguata, statuto, continuità di funzionamento, collaborazione con le comunità montane e gli enti per lo sviluppo turistico, ecc.).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Capitolo 2 – IL CORPO E L’EMOZIONE DELLO SCI

 

 In termini pratici, come si affronta lo sci? Il problema di partenza per iniziare a sciare è rappresentato dal familiarizzare con l’equilibrio sugli sci. Per risolverlo, bisogna penetrare risolutamente in questo mondo nuovo ed emozionante in cui il suolo sfugge da sotto i piedi: il mondo e l’avventura della scivolata.

 

2.1 Sciare con il corpo e la mente

 

L’industrializzazione e lo sviluppo del benessere hanno a volte portato l’uomo a una vita sedentaria in ambienti spesso inquinati, in cui impiega sempre minor lavoro muscolare, trasferito ora alla tecnologia meccanica e informatica, che riduce la prestazione fisica a una partecipazione passiva o di controllo. Lo spirito umano, grazie all’esercizio fisico, si evolve e matura potenziando l’armonia e l’equilibrio sociopsicofisico, indispensabile per affrontare in modo sano la vita. Inoltre, a quanto emerge anche dalle interviste, l’attività motoria non solo apporta benessere, ma raggiunge anche finalità altamente educative. Lo sci ristora fisicamente e spiritualmente, portando l’individuo a vivere più spesso tra le montagne, all’aria aperta, durante una stagione come l’inverno, in cui quasi tutte le altre attività non possono essere svolte all’esterno con altrettanto profitto per la salute:

 L’attività motoria equilibra tutte le funzioni del corpo favorendo la natura nello sviluppo e nel raggiungimento armonico del benessere fisico, intellettuale e morale... L’ambiente naturale e libero della montagna, con i suoi climi spesso rigidi, tempra fisicamente e spiritualmente, insegna a sopportare con disinvoltura fatiche e disagi (AA, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 1),

 commenta uno sciatore professionista, futuro maestro di sci, che continua:

 praticare lo sci obbliga a vivere a contatto diretto con la natura, permettendo di conoscerla sempre meglio nella sua grandezza e nei suoi pericoli, e dando un’impronta anche sul piano educativo (AA, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 1).

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 Inoltre, il contatto con altri sciatori sugli impianti e sulle piste favorisce disciplina sociale e comportamento educato:

 l’attività sciistica, anche agonistica, con tutte le sue gare e i suoi corsi anche internazionali, permette di conoscere meglio se stessi, le proprie capacità e i propri limiti, traendo insegnamenti che permettono di migliorarsi continuamente! (AA, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 1)

 dice convinto lo stesso atleta. Si tratta quindi di un attività che non è semplice movimento ed espressione di forza fisica, ma che genera e sviluppa una crescita anche morale e sociale: chi la pratica acquista confidenza e sicurezza, maggiore capacità di giudizio e percezione, coraggio, volontà e carattere. Le controindicazioni dello sci sono poche, e anzi, negli ultimi anni è diventato accessibile, grazie anche all’istituzione di scuole di formazione, ai diversamente abili e agli invalidi.

 

Essenzialmente gli svantaggi sono dovuti al soggiorno ad altezze notevoli per chi soffre di malattie cardiovascolari, pressione o problemi di respirazione e comprendono quelle degli sport che implicano urti e cadute con lesioni agli arti o alla muscolatura (FA, Feltre, 12 aprile 2007, cfr. Intervista 3)

 

precisa un medico. Inoltre, altro fatto svantaggioso, lo sci resta ancora uno sport molto costoso[24].

[24] Per imparare a sciare è necessario prendere delle lezioni, il cui costo medio è di 30/35€ all’ora. Inoltre, uno skipass giornaliero ha prezzi che si aggirano dai 20 ai 60€ al giorno.

 

Movimento e salute

 

Lo sport viene di norma rappresentato anche dagli Intervistati come movimento, emozione, e soprattutto vita ed esperienza che può dare un importante contributo allo sviluppo positivo della personalità e del fisico, favorendo salute e benessere con un’intensificazione delle emozioni e dell’attività motoria, mettendosi alla prova per superare i propri limiti. Esperienza può essere intesa come la percezione soggettiva di eventi da parte dell’uomo, che li interpreta in base alle proprie caratteristiche cognitive e psicologiche,

 

[24] Per imparare a sciare è necessario prendere delle lezioni, il cui costo medio è di 30/35€ all’ora. Inoltre, uno skipass giornaliero ha prezzi che si aggirano dai 20 ai 60€ al giorno.

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 facendoli diventare parte integrante della storia personale dell’individuo (Seymour-Smith, 1986, 158). La percezione di queste esperienze oscilla tra il contesto esterno e quello individuale del soggetto, poiché anche il nostro linguaggio per descrivere le esperienze interiori è collegato a fenomeni sociali pubblici: “un processo interno abbisogna di criteri esterni” (Wittgenstein, 1953 [trad. it. 1967, 201]). Non possiamo, quindi, avere un linguaggio privato: anche il linguaggio che descrive le esperienze vissute interiori è fatto di termini il cui uso è stabilito da regole sociali pubbliche. Senza un legame con criteri esterni, come l’espressione, il comportamento o le parole del linguaggio valide pubblicamente che vi si connettono, gli "stati interni" non sarebbero identificabili e riconoscibili. Abbiamo regole linguistiche e criteri sociali pubblici per le nostre esperienze interiori e, quindi, possiamo avere un linguaggio per descriverle.
Se dentro di noi, ad esempio mentre stiamo praticando uno sport, accade qualcosa che si è in grado di descrivere, una sensazione o un’esperienza particolare, questo può verificarsi soltanto in quanto esiste una qualche connessione fra ciò che accade nella propria mente e il mondo esterno, connessione da cui si può ricavare un criterio di verità per ciò che avviene nella propria mente (id, 122). Per esempio, se una persona prende la decisione di fare qualcosa, formula un'intenzione: questo processo di deliberazione ha delle connessioni con il mondo esterno. Tra il momento in cui decide di fare qualcosa e quello in cui agisce, esiste un intervallo in cui pensa, riflette, progetta il da farsi, e questo è un tipico processo mentale (cfr. Anolli, Legrenzi, 2001). Ma se tale processo mentale fosse completamente disgiunto da qualsiasi riscontro esteriore, non si avrebbe alcun criterio di comprensione, e la sua descrizione non farebbe parte del linguaggio, restandone così isolata.

Oltre a questo nesso di connessione tra l’ambito “esterno” e “interno” del contesto in cui vive l’individuo, lo sport garantisce un’occasione di crescita ed evoluzione, rafforzando la sicurezza e la fiducia in se stessi, ma anche offrendo attività alternative alla routine quotidiana, controllando la tensione e sviluppando la prontezza nel soccorrere gli altri in situazioni di bisogno, la capacità di gestire i conflitti e l’essere pronti alla comunicazione e ai rapporti interpersonali.

 

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[Praticare lo sci] è un’esperienza dove si può vivere il divertimento, ma anche l’amicizia, e dove si impara a conoscere sempre meglio le proprie possibilità fisiche e mentali, approfondendo la percezione di sé, la propria consapevolezza ed espressività, entrando quasi in una situazione meditativa (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13).

 

E’ noto che le attività sportive e fisiche svolgono un compito fondamentale soprattutto nell'infanzia e nell'adolescenza: oltre a mantenere il corpo in forma, infatti, contribuiscono in misura determinante allo sviluppo di una personalità sana, anche in termini di prevenzione. Il concetto di prevenzione deriva dalla parola latina praevenire, che significa “arrivare prima”. Allargando il nostro discorso in termini di sport in generale, la prevenzione si prefigge di arrivare prima che si sviluppino danni e comportamenti nocivi per la salute,  come sostiene un maestro di sci:

 

 lo sci ma tutto lo sport è sano proprio per questo, perchè orienta a ciò di cui le persone hanno bisogno per il superamento delle loro attività esistenziali e per il loro benessere, come ad esempio il senso della vita, la percezione e la consapevolezza di sé, lo star bene con se stessi e con gli altri... ma anche lo sviluppo di fiducia e ottimismo, oltre alla capacità di assumersi responsabilità, fronteggiare i conflitti, le frustrazioni e le situazioni spiacevoli in generale […] non solo lo sport aiuta ad affrontare meglio la vita quotidiana, ma queste capacità non nascono dal nulla e non si costruiscono da sole, sono piuttosto il risultato di esperienze ed eventi quotidiani vissuti e delle reazioni agli stessi, e sport come lo sci sono parte integrante di queste esperienze (AH, Alleghe, 17 agosto 2007, cfr. Intervista 18). 

 

Per quanto riguarda il nostro tema, lo sci e il movimento correlato offrono diverse forme per essere attivi: il gioco, la sperimentazione, la percezione, la fatica, mentre permettono parallelamente il rilassamento e lo sviluppo della creatività, ma soprattutto dell’emozione, in quanto cornice all’interno della quale vi è la possibilità di provare delle esperienze, e componente fondamentale nel processo di costruzione della persona e della definizione di identità (cfr. Pussetti, 2005; Anolli, Legrenzi, 2001, 241; Rosaldo, 1980; Abu-Lughod, Lutz, 1990). Ogni tipo di approccio allo sci ha infatti al suo interno il potenziale per lo sviluppo di importanti disposizioni personali, come la responsabilità, il coraggio, la tolleranza e la pazienza, l’attendibilità e la capacità di uno sviluppo consapevole, anche cambiando o vivacizzando la propria mentalità.

 

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Nella pratica sportiva queste esperienze si esprimono in forme specifiche e diverse da altri ambiti della vita quotidiana, e il modo in cui si realizzano caratterizza la qualità della relazione e della comunicazione tra i soggetti.

 

Ti liberi proprio, se pensi, dove e quando è permesso urlare di gioia per una vittoria? Esprimere la determinazione di battere gli avversari? Nella vita di tutti i giorni la rabbia ci insegnano a controllarla, la lotta e la competizione sono spesso ammorbidite o mascherate. Lo sport è invece un luogo in cui certi aspetti della vita, in altri ambiti non sempre permessi, trovano lo spazio per essere vissuti: la competizione, le emozioni forti, il corpo. E tutto questo non lo lasciamo sulle piste innevate, ma lo portiamo con noi, sempre e ovunque, e ti resta dentro (BD, Forno di Zoldo, 6 settembre 2007, cfr. Intervista 8/b).

 

E' un vero e proprio microcosmo con regole, dinamiche, caratteri propri: un luogo speciale, dove quel che vi accade ha un sapore e una forza diversa nelle relazioni che si instaurano, nelle emozioni che vi esplodono e nei frutti che vengono raccolti. Inoltre, scoprire le proprie abilità e i propri limiti, condividere un obiettivo, vivere una sfida, è qualcosa che in tutti gli sport viene vissuto con altre persone: dai compagni all'allenatore, dai genitori agli amici, come abbiamo visto più sopra e come affiora dalla ricerca di campo. Poi c'è l'elemento decisivo: il piacere del gioco, le tante facce del divertimento. Qui per gioco intendiamo l’attività praticata finalizzata alla ricreazione e al divertimento ma non priva di valore formativo, codificata secondo regole proprie[25], che si immerge in un’atmosfera resa vivace dal clima durante una gara, dall'estro creativo nel condurre le azioni, dal gusto di stare con gli altri, con le risate in compagnia in un viaggio di trasferta e i salti di gioia quando viene raggiunto un obiettivo. Se non c'è divertimento, anche la vittoria più ambita può rimanere insipida e poco appetitosa. Lo sci è infatti anche gioco: l'allenamento, la gara, la preparazione, sono soprattutto un'esperienza ludica, un'occasione di sperimentazione e di apprendimento:

 

C'è chi pensa, spesso a torto, che il gioco sia un affare da bambini e che lo sport debba essere una palestra di vita, dove la durezza insegna più delle buone parole e quel che conta sia l'obbedienza incondizionata alle regole. Ma non è così semplice [corsivo mio] giocare davvero, né per chi gioca né per chi allena. Vuol dire prendere coraggio, uscire dalla tana e venire allo scoperto! (FB, Alleghe, 12 agosto 2007, cfr. Intervista 4/b).


[25] Definizione data dal Dizionario Italiano Sabatini-Coletti, a cura di Sabatini F., Coletti V., 1999, Giunti Editore, Firenze. 

 

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Significa quindi mettersi in discussione, esprimersi, vivere le emozioni che ci pervadono in positivo o in negativo, stare ad ascoltare e avere il coraggio di cambiare, così come di assumersi le proprie responsabilità senza scaricarle sugli altri, ad esempio sull’allenatore o sul maestro di sci. E vuole dire stare al gioco, concentrarsi e soprattutto divertirsi (cfr. Intervista 8/b).

La pratica sportiva è inoltre anche relazione tra persone diverse, con età e ruoli sociali differenti, che si modificano e cambiano a seconda dei momenti e delle situazioni. Nella responsabilità e nella consapevolezza di ciò che si attiva nella relazione sta la possibilità di comunicare e accogliere i contenuti delle discipline sportive praticate. Ciò significa mettere in gioco sensibilità, passione, disponibilità, attenzioni, possibilmente in modo costruttivo e positivo:

 […] perché siamo in molti e tutti diversi, ciascuno con il proprio carattere, il proprio talento, le proprie difficoltà. Perché abbiamo un unico fine, che è quello di vincere, ma la via per arrivarci passa inevitabilmente per il significato che ognuno dà alla competizione e alla sfida. E allora capita che l'umore e le sorti si rovescino a seguito dell'entusiasmo contagioso di alcuni. Ma capita anche che l'egoismo e la negatività di qualcuno possa demotivare tutti gli altri, e il maestro e l’allenatore non sono da meno!! (FB, Alleghe, 12 agosto 2007, cfr. Intervista 4/b)

 Tutti sanno che in un clima di fiducia reciproca ci sentiamo rispettati per quello che siamo e riusciamo a rendere di più. Incoraggiare invece che punire e umiliare diventa l'attenzione con cui costruiamo le migliori relazioni:

 magari a volte basta un gesto, o una parola gentile.… e si trasmette positività, e poi, così, ci si diverte di più e si torna a casa carichi di buon umore. Come quando vai dall'allenatore e ti dice “bravo, che sei sceso bene”, sono parole semplicissime, ma contengono gentilezza e rispetto, e nella loro semplicità possono cambiare in bene il corso di un allenamento, di una gara, anche di una giornata! (BD, Forno di Zoldo, 6 settembre 2007, cfr. Intervista 8/b)

 L'esplosione d'ira o l'intento punitivo possono invece avere l’effetto di diffondere un clima di paura che spaventa, irrigidisce e – contrariamente a quel che si pensa – blocca l'apprendimento. L'abilità a stare con gli altri emerge anche dal riuscire a non perdere di vista gli effetti delle nostre azioni, così come dal riflettere sulle cause delle nostre reazioni e delle nostre emozioni.

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Il trasferimento di queste disposizioni personali in altri ambiti di vita viene visto come una possibilità di promozione della salute oltre che di rafforzamento della sicurezza e della fiducia in se stessi, di educazione, in una visione ottimistica, costruttiva, anche perché

 guardati intorno, sembra proprio che l'industrializzazione della società abbia contaminato l'esistenza umana. La meccanizzazione ha travolto la naturale tendenza all'attività motoria e ai rapporti sociali, e stiamo per essere sommersi da uno stile di vita nettamente disumano! Sembriamo delle macchine, degli automi, prendi i ragazzini, non riescono più quasi a parlare umanamente tra loro, hanno bisogno del cellulare sempre e comunque per comunicare! E’ un po’ come se l’uomo fosse arrivato al controllo della tecnologia senza però, spesso, arrivare ad avvicinarsi bene al prossimo sul piano interpersonale... e qui penso che lo sport e il movimento siano necessari perché creano i fondamenti bio-psichici dell'uomo (FA, Alleghe, 20 luglio 2007, cfr. Intervista 3/b).

 

Ma chi sono dunque le persone che praticano l’attività sportiva, o, meglio, che caratteristiche dovrebbero avere?

Da un incontro con un medico dello sport e una psicologa sportiva (cfr. Intervista 19, 3 e 3/b) emerge che per un sano esercizio dell'attività sportiva sono ritenuti indispensabili alcuni elementi nella personalità dell’atleta, che deve essere primariamente sana ed equilibrata, con una carica energetica positiva, espressione di una forte volontà di autoaffermazione ma nel rispetto delle regole e della lealtà, una capacità di resistenza alle frustrazioni, che permette l'accettazione con maturità di ogni risultato, e infine una stabilità emotiva che tolleri l'altalena affettiva tra l'aggressività in gara e la disponibilità sociale nel clima extra-agonistico. Il mondo degli atleti è dunque, di solito, rappresentato da persone fondamentalmente "sane", caratterizzate da un armonico equilibrio fisico e mentale, oltre che, naturalmente, sociale.

La medicina sportiva sta inoltre contribuendo in proposito all’individuazione del “male subdolo” della nostra civiltà, anche detto “malattia ipocinetica” (cfr. Intervista 3/b), che include tutte le disfunzioni dovute a una vita quasi esclusivamente sedentaria:

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 chi non pratica movimento fisico ha sicuramente più problemi e disagi di una persona attiva e poi movimento e ginnastica sono importanti perché la sedentarietà influisce negativamente su metabolismo, circolazione e muscoli… in medicina questa condizione prende il nome di malattia ipocinetica. Ma non bisogna fermarsi qui, perché è importante l'attività motoria, ma non deve essere vissuta come un ulteriore impegno: deve riguardare invece un movimento gratificante e gradito, quale può essere espresso da una formula sportiva le cui motivazioni primarie sono il gioco, lo scarico delle tensioni, il divertimento e, limitatamente, l'agonismo (AI, Alleghe, 24 agosto 2007, cfr. Intervista 19). 

 

L'attività sciistica sportiva è dunque tale se diverte e se prevede a volte la competizione, non fosse altro che con se stessi e con le proprie precedenti esperienze. Naturalmente va evitato lo sport deformato e strumentalizzato come mezzo di affermazione. L'attività ludica, connessa con quella agonistica, rappresenta un processo fondamentale nell'evoluzione psicologica della persona, espressione del passaggio dall'isolamento egocentrico dell'infanzia alla relazione sociale.

Lo sci favorisce quindi numerosi aspetti di crescita, aiutando a garantire maggiore capacità di tollerare gli insuccessi, la possibilità di esprimere, dominare e controllare la propria aggressività, l’acquisizione di una sicurezza di sé, il senso di partecipazione e responsabilità sociale derivante dall'accettazione di categorie comuni di valori e dall'osservanza delle regole, ma anche la gratificazione e la soddisfazione delle spinte esibizionistiche.

Dato il numero sempre crescente di persone che si avvicinano al mondo dello sci è da sottolineare la necessità e l’importanza della preparazione degli operatori sportivi nell’ambito sciistico: tecnici, dirigenti, allenatori, maestri di sci e assistenti, ma anche medici e psicologi dello sport, rivestono ormai una grande importanza e devono essere adeguatamente formati per evitare errori nei loro interventi sul piano organizzativo, pedagogico e sociale, come suggerisce un maestro di sci:

 

l'attenzione delle varie professionalità che si muovono attorno all'atleta dovranno convergere sul miglioramento della prestazione ai vari livelli [fisico, tecnico, sociale, mentale] per affiancarlo nel dare il meglio di sé, e di conseguenza raggiungere anche il risultato. Ma parlo per qualsiasi allievo, non solo degli atleti da gara […] è necessario che i vari protagonisti del mondo dello sci, dai dirigenti ai maestri, agli atleti, agli sponsor, imparino a lavorare e a comunicare insieme per un unico obiettivo in modo tale che all'atleta arrivino messaggi omogenei attraverso linguaggi altrettanto omogenei. Per facilitare questo bisogna assolutamente far capire al mondo sportivo che l'allenamento classico e rigido ormai non basta più, anche quando si insegna, bisogna andare oltre la tecnica pura e semplice, oltre gli schemi e i modelli da seguire. Come dicevo prima, bisogna operare su più livelli oltre quello fisico, entrare in sintonia con l’allievo, capirlo, sentire cosa prova. Mettersi al suo livello (AH, Alleghe, 17 agosto 2007, cfr. Intervista 18).

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Azione e pensiero

 


 

Non prendete le cose seriamente. Se prendete le cose seriamente, mancate il punto della questione. La comprensione avviene quando si ha una profonda, rilassata, non seria, giocosa attitudine. Quando diventate seri, diventate tesi, vi chiudete. Quando siete giocosi possono accadere molte cose, perché nella giocosità c'è creatività, nella giocosità potete innovare

 (Osho)


 

 


 

A volte, nello sci, nello sport, così come nella vita, si trascurano in gran parte gli aspetti mentali ed emotivi che potrebbero contribuire non solo alla buona riuscita della performance, ma anche al benessere dell'uomo-atleta. Se si esamina l'ambiente sportivo, infatti, si riscontrano ancora realtà abbastanza carenti di attenzione verso l’armonia sociopsicofisica dell'atleta. Si incomincia a fare sport per divertimento e ben presto, purtroppo, si arriva a porre tutta l'attenzione nel risultato.

Allenare il corpo è basilare, una buona tecnica è altrettanto indispensabile, così come avere una buona strategia, ma più importante di tutto è disporre di un buon allenamento mentale. Gli errori raramente sono di natura tecnica, mentre quasi sempre derivano dalla distrazione nella concentrazione o dall’interferenza dei pensieri e delle emozioni: è fondamentale quindi ri-scoprire come l'unità mente-corpo possa determinare il livello della propria prestazione (cfr. Joubert, 1980, 17). Va tenuto presente d’altronde che la preparazione psicologica non basta, non è una bacchetta magica per diventare campioni: certo contribuisce alla realizzazione delle potenzialità dell'atleta nel loro complesso, che sono però ottenibili in coordinazione con un costante impegno dell'allenamento fisico accompagnato da una personalità sociale equilibrata. Contrariamente a quanto ancora talvolta si pensa, emerge anche dalle interviste effettuate come dentro e fuori al mondo sportivo le abilità mentali si possono allenare così come le

 

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 capacità fisiche e motorie. E' stato usato il termine capacità motorie: di cosa si tratta? Stiamo parlando di capacità di muoversi, cioè di effettuare dei movimenti, di spostare il proprio corpo o parti di esso o, al contrario, di resistere a forze che vorrebbero spostarlo:

 

le capacità motorie sono costituite da quelle condizionali, che dipendono dalle funzioni metaboliche e da quelle coordinative. In sintesi le prime sono la forza, la velocità e la resistenza, mentre le seconde riguardano l'abilità di rapportarsi con il proprio corpo e con l'ambiente esterno, anche da un punto di vista spazio-temporale. La flessibilità, invece, si trova a metà strada tra le capacità condizionali e quelle coordinative, e la preparazione fisica di cui parlavo, appunto, deve essere finalizzata a recuperare e irrobustire il tono muscolare... farlo diventare forte e resistente, ma anche rendere elastiche e reattive le articolazioni, ma senza strafare e sopravvalutarsi, bisogna impegnarsi per avere un corpo tonico ma non impazzire per questo! (FA, Alleghe, 20 luglio 2007, cfr. Intervista 3/b)     

 

Quando un atleta affronta una gara, non soltanto gareggia con tutto il suo corpo, ma partecipa anche con il suo spirito, le sue motivazioni, la sua voglia di divertirsi e vincere. Nello sport, il ben-essere, lo stare bene con se stessi, si raggiunge quando la partecipazione ad un’attività agonistica o semplicemente sportiva, è globale e coinvolge armoniosamente sia il fisico sia lo spirito (cfr. Mauss, 1936; Joubert, 1978). Gli allenatori e gli atleti sanno che il livello di prestazione si migliora non solo ponendo attenzione a tecnica, tattica, preparazione fisica e alimentazione (cfr. Intervista 17), ma anche ai periodi di riposo, alla qualità di utilizzo del tempo libero, alle amicizie e anche a ciò che si pensa… ma soprattutto a come lo si pensa. Il "nutrimento" infatti non è solo acquisizione di cibo, acqua e aria, ma anche formulazione dei pensieri, percezione delle emozioni e assimilazione degli stimoli esterni che ci circondano, come suoni, colori, forme. La filosofia dell'allenamento sportivo ormai si è allargata a tutte le componenti della qualità di vita, perché tutte entrano in gioco e contribuiscono a modellare il comportamento finale: 

 

[...] penso che noi ci comportiamo nell'identica misura in cui ci percepiamo, in cui crediamo in noi stessi, non solo nello sport ma in tutti i campi, che alla fine si incrociano e interagiscono tutti insieme: darci come obiettivo anche un minimo miglioramento giornaliero, significa offrirci la possibilità di conquistare spazi ancora inesplorati; e, se proprio non dovesse funzionare, almeno abbiamo partecipato! (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15)

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Discutendo con alcuni professionisti nel campo degli sport invernali, sono emerse alcune principali abilità mentali utili nella pratica dello sci, come ad esempio il controllo dei pensieri, dell'attenzione e delle immagini, la gestione della tensione e soprattutto la scelta di buoni e fruttuosi obiettivi:


l'obiettivo non potrà essere il risultato inteso come vittoria, poiché il risultato non si può allenare, mentre si può allenare la prestazione. Infatti, quando l'unico obiettivo è il risultato, se il risultato non viene raggiunto, ed è ovvio che non possa sempre essere raggiunto!, si avranno conseguenze molto negative: frustrazione, calo di motivazione, calo di autostima, ecc., tutti aspetti psicologici in finale difficili da recuperare, quindi bisogna avere un atteggiamento aperto, e impegnarsi a coltivarlo, a capire che la vittoria e la sconfitta fanno parte della vita e quindi bisogna saper vincere senza ambizione, prepotenza e umiliazione dell’avversario, e bisogna saper perdere con la consapevolezza che non si tratta di un dramma irreparabile e che la vera vittoria ciascuno la ottiene dando il meglio di sé stesso, sempre e comunque, anche solo partecipando! restando comunque nell’osservanza delle regole, nel rispetto degli altri e senza esasperazioni, che sono sempre nocive (FB, Alleghe, 12 agosto 2007, cfr. Intervista 4/b).

          

Puntando al miglioramento di tutti gli aspetti che compongono il gesto sportivo – miglioramenti chiari e verificabili a breve, medio e lungo termine, ogni volta si avrà sicuramente un obiettivo raggiunto. Se l'atleta non vince ha comunque la possibilità di verificare che qualche miglioramento di quelli prospettati è stato raggiunto, come il fatto di non cadere, di rimanere concentrato, di non perdere la fiducia, di divertirsi. In questo modo motivazione e autostima dell'atleta si alimentano da soli: non va infatti dimenticato che c'è una stretta relazione tra autostima, fiducia in se stessi e prestazione (cfr. Intervista 15 e 18).       
Gli atleti che sperimentano esperienze gratificanti hanno una elevata fiducia accompagnata di solito da pensieri positivi, mentre dubbi sulle proprie capacità personali, scarsa motivazione e tensione, soprattutto se tendono a ripetersi e a diventare croniche, impediscono la piena espressione delle proprie potenzialità. E' quindi fondamentale che l'atleta impari a controllare i propri pensieri in modo produttivo, creativo e armoniosamente equilibrato per conseguire diversi fini come la concentrazione, l’auto-correzione degli errori, l’apprendimento di abilità, l’incremento della sicurezza. Inoltre, e qui entra in gioco il fattore “creatività personale”, occorre tendere a personalizzare la preparazione dello sciatore, che

 

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 varia da persona a persona: ci sono atleti che hanno bisogno di essere più rilassati, mentre altri devono essere stimolati in modo dinamico, ed è importante rispondere adeguatamente a queste esigenze. L’attività immaginativa è un valido esempio di preparazione:

 

alcuni atleti utilizzano attività immaginative per rivedere, correggere, anticipare la prestazione anche senza che qualcuno abbia insegnato loro particolari procedure. Prima dell'esecuzione lo sciatore si immagina le caratteristiche e le richieste del compito, ripetendo mentalmente le varie fasi dell'azione; durante la prestazione può ripensare a una strategia o a uno stimolo specifico. Infine, al termine dell'azione può rivivere mentalmente tutte le fasi dell'azione, rilevare gli eventuali errori da correggere oppure ripetere l'esatta esecuzione per rafforzarla in memoria a lungo termine. Così ha messo insieme l’allenamento mentale e quello fisico, che si sono sorretti a vicenda e hanno portato l’atleta a migliorare la propria performance, imparando da se stesso, o dagli altri, se ad esempio guarda i campioni e cerca di imitarli pensando a loro mentre scende... (AI, Alleghe, 24 agosto 2007, cfr. Intervista 19)

 

La prestazione sportivo-sciistica richiede inoltre la capacità di mantenere l'attenzione su di un compito per una corretta esecuzione, in relazione alle richieste situazionali. L'atleta pertanto dovrebbe imparare ad essere flessibile e a selezionare gli stimoli cui rivolgere l'attenzione, trascurando quelli meno rilevanti contestualizzando la propria esperienza. Una stabilità emotiva con un livello relativamente basso di ansia e tensione, è una caratteristica che in generale contraddistingue gli atleti di successo. In un allenamento mentale, l'abilità a controllare e ad utilizzare in modo vantaggioso gli stimoli stressanti va sviluppata in sintonia con gli altri aspetti della preparazione, poiché un elevato livello di ansia è nocivo per la prestazione e crea vissuti negativi di inadeguatezza e sfiducia nelle capacità personali:

           
la serietà e la tensione con cui oggi tanti affrontano lo sport è nociva e controproducente, poiché crea tensione e nervosismo, fa nascere il desiderio di vincere a tutti i costi, rendendo timorosi di perdere e ciò influisce sempre e comunque in senso negativo sulla prestazione... E questo non si ferma solo all’atleta, ma gira intorno, coinvolge tutti quelli che stanno intorno, mette tutti in uno stato di agitazione inutile (FB, Alleghe, 12 agosto 2007, cfr. Intervista 4/b).

 

Lo sci, grazie all’insieme di stimoli organici e neuromuscolari che è in grado di attivare, viene definito sia dagli esperti e studiosi in materia sia dai suoi praticanti anche come una delle più efficaci attività di fitness, termine che racchiude tutte le pratiche che possono portare benessere alla salute dell’individuo.

 

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La componente di rischio intrinseco, unitamente alle specifiche caratteristiche dell’ambiente in cui si svolge, ne fanno una attività complessa e non priva di pericoli per chi non sia disposto ad avvicinarcisi gradualmente e globalmente allenato.  
L’opinione che
l'attività fisica svolga un ruolo importante nel garantire una buona salute sembra in diretta correlazione con il fatto che una vita fisicamente attiva induca modificazioni e adattamenti organici positivi dal punto di vista della funzionalità di organi e apparati. Un altro aspetto importante è che questi adattamenti sono relativamente stabili[26] nel tempo; pertanto, i benefici di una vita fisicamente attiva si manifestano anche in là negli anni, e questo vale soprattutto per l'efficienza dell'apparato cardiovascolare e muscolare, considerando il quale è opportuno ricordare che, nonostante cuore e muscoli dimentichino più facilmente quanto hanno imparato rispetto alla funzione cerebrale, sollecitarli da giovani e con costanza è meglio:

 

quando per molto tempo non viene praticata attività fisica, il corpo risponde dimenticando progressivamente l’agilità e la scioltezza nel compiere movimenti, appesantendosi e perdendo fresca dinamicità e reattività. E’ per questo che è importante fare attività fisica costante e soprattutto scegliere e decidere per un'attività adeguata, interessante e gratificante, laddove attività fisica, sciare in questo caso non vuol dire solo performance, ma è soprattutto una scelta di vita, che è sempre meglio iniziare da piccoli… (FA, Alleghe, 20 luglio 2007, cfr. Intervista 3/b)

 

In generale, comunque, è risaputo e viene trasmesso anche dalla ricerca di campo che dopo aver praticato attività fisica ci si sente meglio, più rinfrancati, grazie a meccanismi di autodifesa naturali e spontanei che l’organismo mette in atto per far fronte ai molteplici attacchi di stress che viviamo. A livello fisiologico esse comportano il rilascio dell’adrenalina, sostanza ormonale che aiuta a scaricare il surplus energetico accumulato. Una scarica che però non può avvenire sempre: per esempio nell’ambiente di lavoro o in situazioni di forte pressione non si può certo rispondere ad un attacco verbale con la violenza, e nemmeno con la fuga.


[26] Il concetto di “relativamente stabile” riguarda ad esempio l'apprendimento, legato primariamente alla funzione cerebrale – funzione stabile, dato che ciò che viene imparato, soprattutto in giovane età, rimane spesso nella mente per anni.

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 Le lotte si svolgono più a livello mentale che fisico, ma ciò comporta lo stesso una (forse maggiore) tensione muscolare che, se non adeguatamente scaricata, permane negativamente nel nostro organismo. In questo modo i nostri organi e nervi vanno verso un progressivo logoramento, procurando a lungo andare danni anche alla salute, come riporta una psicologa dello sport e allenatrice:

 Chi accumula[27] tensione non scaricata è caratterizzato da una costante stanchezza, facile irritabilità, insonnia, disturbi digestivi, tachicardia, mal di testa, indebolimento del sistema immunitario, eccetera: problemi che possono essere sia fisici sia psichici, che con il perdurare dell’esposizione a situazioni di negatività, arrivano ad una coesistenza e ad un influenzamento reciproco, costituendo un vero proprio circolo vizioso... lo sforzo fisico e anche mentale permette di concentrarsi su di sé e nel dare il meglio di sé in un’attività a parte dalla normale routine quotidiana. Lo sport permette di staccare la spina, sia mentalmente sia fisicamente, e questo è salutare per chiunque. Chi non si sente rinfrancato dopo una bella corsa o, nel tuo caso, una bella sciata? (AI, Alleghe, 24 agosto 2007, cfr. Intervista 19)

 

Ecco la necessità di concedersi del tempo per stare con se stessi e ascoltare il proprio corpo, momento in cui lo sci, e lo sport in generale, possono essere un contesto ideale. Inoltre, anche la mente ha bisogno di staccarsi gradualmente dagli impegni e dalle preoccupazioni della vita quotidiana – mens sana in corpore sano – cura del corpo e benessere, binomio e passaggio obbligato verso una migliore qualità della vita. Ecco il riconoscimento dell’importante ruolo che l’attività fisica svolge nel combattere gli effetti negativi delle tensioni sociopsicofisiche e quindi nel garantire una buona salute:


Come cosa significa, che fa bene! Sciare, ma in generale tutto lo sport fa bene! Fa bene al fisico come prevenzione e alla mente come valvola di scarico ed è divertimento. Praticare uno o più sport dovrebbe essere un'esperienza gioiosa per chiunque, un appuntamento con il benessere a cui non si deve rinunciare. Spesso, sentirsi tesi porta a volersi scaricare velocemente, attraverso uno sforzo fisico intenso o violento, provando l’illusoria sensazione di sollievo che in realtà è solo momentanea […] la tensione muscolare, l‘indolenzimento oppure la contrattura in alcuni settori del corpo, deve essere scaricata attraverso un esercizio fisico costante ma dolce e graduale, per evitare di arrecare danni al nostro corpo già provato dalla tensione accumulata magari al lavoro o durante il giorno (AG, Alleghe, 1 agosto 2007, cfr. Intervista 17).      


 [27] Quando si parla di accumulo si fa riferimento ad una specie di memoria dell’organismo rispetto ai fattori di stress, laddove il superamento di una problematica porta sì alla scomparsa degli effetti negativi sull’organismo, ma lascia comunque una “traccia”. Il manifestarsi di un nuovo fattore di stress, oltre a causare problemi per la situazione presente, andrà a sommarsi alle tracce amnestiche rimaste, portando via via effetti negativi sui sentimenti e sulle condizioni fisiche (cfr. Anolli, Legrenzi, 2001, 124; 241).

 

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Attenzione, però, a non eccedere nell’agonismo: la competizione infatti può trasformare un’attività ricreativa e rigenerante in lavoro faticoso e stressante, ed ecco l’importanza di mantenere un atteggiamento mentale sereno. Quindi è bene praticare attività fisica quando si è stressati: tutto ciò che mantiene attivi corpo e mente può servire a tollerare meglio lo stress quotidiano, ma adottando una serie di precauzioni, come sottolinea un medico sportivo:

Assolutamente da evitare sono le pratiche sportive troppo faticose, gli obiettivi troppo difficili da raggiungere, gli allenamenti vissuti come se fossero delle gare, l’atteggiamento mentale di sfida con noi stessi: ricordiamoci che il punto base per combattere la tensione è principalmente a livello mentale, […] nella nostra testa, quindi dobbiamo riconciliarci con il nostro corpo prima di agire, ascoltandolo e cercando di percepirne le sensazioni e le emozioni […] bisogna scegliere attività fisiche che prima di tutto piacciono e ci mettono in una situazione piacevole per noi, se possibile all'aria aperta e non inquinata, alternare allenamenti solitari con allenamenti in compagnia… la monotonia spesso risulta noiosa e stressante anche nello sci che è uno sport individualissimo, ed è importante imparare a stare con gli altri, a condividere momenti ed esperienze, anche per crescere dentro! (FA, Alleghe, 20 luglio 2007, cfr. Intervista 3/b)

 

Emerge bene dal lavoro di campo quanto lo sci, come sport, a volte riesca a garantire una crescita personale in risposta alle esigenze dell'uomo moderno e civilizzato che, intrappolato nella tecnologia, è ormai bloccato, in nome delle regole e delle convenzioni sociali, nell’espressione naturale delle emozioni e della propria affettività. Aiutando a sciogliere blocchi e rigidità, stress e tensioni, la pratica sportiva è stato psicofisico di piena integrazione del soggetto con se stesso e con gli altri, generato dal contatto con l'ambiente che lo circonda proprio nel momento che sta vivendo. Fondamentale in tutto ciò è la concentrazione sulle nostre emozioni: ascoltarle, comprenderle, interpretarle. Proprio attraverso la conoscenza di noi stessi, dell’inscindibilità tra mente e corpo, il cammino verso il raggiungimento del benessere pare più semplice. Quel benessere che, in una visione antropologica, considera tutte le sfaccettature dell’esistenza umana: fisiche (corpo), psichiche (emozioni, motivazioni, sentimenti, valori) e ambientali-contestuali (relazionale-sociale).

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2.2 Educare sciando

 

Non mancano oggi esempi di sport ed esperienze sciistiche che a detta di alcuni esperti del settore Intervistati possono apparire diseducative, esempi che portano a precisare che non è il semplice fatto materiale, inerte e grezzo dello sport consumato passivamente a contribuire all’educazione, ma la qualità dell’incontro che l’individuo fa con lo sport, mediato dall’educatore. Non a qualunque condizione lo sport è educativo:

 lo sport è educativo se esplicitamente si propone la finalità di far crescere le persone non solo nei valori legati allo sport, come la capacità motoria o la competitività, ma nella loro totalità nel concetto di persona globale, perchè stimolano il contatto umano ma anche mettono in moto i muscoli, gli arti e la voglia di stare insieme. Se ripenso ai ragazzini che stanno ore seduti da soli davanti alla playstation, o al computer, non come ai nostri tempi che appena si poteva si usciva tutti insieme a correre, a giocare, anche solo a fare una passeggiata... ormai mi sembrano quasi dei soldatini! (FA, Alleghe, 20 luglio 2007, cfr. Intervista 3/b).

 

Sembra inoltre fondamentale possedere una certa conoscenza del fenomeno sciistico, superando l’informazione frammentaria, aneddotica e superficiale per approfondirne il significato e l’influsso che può avere nello sviluppo della personalità totale (cfr. Intervista 18). Un influsso dalle molte sfumature, alimentate non solo dall’affermazione individuale, ma anche dalla estensione personale e collettiva, dall’organizzazione, dal commercio e dal divertimento massificato. Occorre quindi proporre una formazione sportiva completa e positiva.

Lo sport, secondo questa condizione, dà la possibilità di instaurare una relazione importante con chi lo pratica: diventa un luogo di crescita molto rilevante se viene curato con attenzione il rapporto educativo. Se si rispetta la persona prima dell’organizzazione, la crescita degli atleti prima dello spettacolo e dei trofei e il rapporto personale prima dell’efficienza, allora verrà davvero raggiunto l’ obiettivo di educare attraverso lo sci. E’ essenziale accompagnare i nuovi sciatori in un percorso che parte dalla prima esperienza spontanea dello sport, dal fruire dei primi movimenti, via via verso la competizione, l’affermazione e   

 

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 propositi più alti, come la collaborazione, il rispetto (soprattutto dei rivali), la crescita della responsabilità sociale:

 […] diciamo che bisogna prendere coscienza dello sviluppo delle possibilità educative specifiche dello sci, come il senso della corporeità, della disciplina e dello sforzo, il rispetto delle norme. Vi sono poi valori concomitanti, non direttamente emergenti dallo sport: si tratta di creare un ambiente umano ricco di esempi e di valori che poi peraltro si collegano con altre esperienze e attività e momenti della vita quotidiana... perché comunque lo sport è parte della vita (AI, Alleghe, 24 agosto 2007, cfr. Intervista 19).

 

Lo sport non può essere un compartimento stagno e isolato dalla vita quotidiana: è educativo se vissuto in modo positivo e non venato da tensioni come quelle mirate a risultati ossessivi o spettacolari, spesso indotte da fenomeni commerciali del tutto estranei al contesto sportivo.

Non è automatico che lo sci educhi. Molte volte ha bisogno di essere educato perché possa diventare educativo.

 

Le discipline sciistiche sono tra i fenomeni sportivi più rilevanti del nostro tempo, in quanto coinvolgono innumerevoli persone in ogni paese del mondo e si sviluppano ogni giorno di più; praticate direttamente o vissute come spettacolo, se opportunamente orientate, costituiscono una grande risorsa a disposizione della persona umana e della collettività, poiché sono in grado di svolgere importanti funzioni sociali, economiche, educative. Ad esempio, in quanto sport, sono attività ludiche che si propongono come mezzo per sprigionare creatività, gioia, energia nella fruizione del tempo libero, sia individuale che collettiva. Lo sci dà anche forti stimoli positivi, poiché concorre a preservare e a migliorare la salute dei suoi praticanti, ed educativi, perché favorisce un’equilibrata formazione individuale e lo sviluppo umano a qualsiasi età. Inoltre, contribuisce in termini culturali e sociali ad una più approfondita conoscenza delle persone, del territorio e dell’ambiente naturale, ed è volto alla promozione di valori morali armonici finalizzati allo sviluppo integrale della persona umana, il tutto con un linguaggio molto semplice:

 

penso che lo sport dice cose importanti a chi le sa ascoltare, insegna che occorre impegnarsi a fondo per realizzare le proprie mete e aspirazioni, senza tuttavia cadere nel culto della perfezione fisica, ma essendo consapevoli dei propri limiti e capacità, resistendo alla tentazione di arrendersi alle prime difficoltà! Tenere duro, sempre e comunque, non mollare mai (FB, Alleghe, 12 agosto 2007, cfr. Intervista 4/b).

 

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Le funzioni e le potenzialità dello sci, se intese in termini costruttivi e positivi, devono essere salvaguardate e rafforzate, di fronte all’apparire di fenomeni nuovi che mettono in causa l’etica e i principi di questo sport: la corsa al guadagno, alla commercializzazione dello spettacolo sportivo e alla vittoria non devono privare lo sport dei suoi valori morali.

 

Quando un uomo organizza lo sport in ordine al guadagno, pensa allo spettacolo, quando l’organizza in funzione dei trofei, pensa alla vittoria, ma quando invece lo prepara educativamente, spettacolo, guadagno e trofei sono secondari e funzionali allo sviluppo della singola persona che cresce davvero attraverso l’attività sportiva. Per lo spettacolo si comperano i campioni, mentre nell’educazione si coltiva il piacere di sciare in un futuro campione (AH, Alleghe, 17 agosto 2007, cfr. Intervista 18).

 

Inoltre, non è lecito alterare la natura dello sport ricorrendo a prodotti, pratiche e comportamenti che attentano alla salute dell’atleta e falsano i risultati in maniera sleale e ingiusta. E’ basilare sviluppare uno sci che abbia come centro e riferimento costante la dignità della persona umana, la salvaguardia della sua integrità fisica e morale, che consenta la scoperta di ideali e l’esperienza di valori che migliorino la qualità della vita personale e sociale; uno sci che permetta di crescere in modo da conservare sempre, anche nelle espressioni agonistiche più alte, comprese carriera e professione, il carattere di confronto leale e gioioso, di incontro amichevole e aperto alla comprensione e alla collaborazione. Le discipline sciistiche dovrebbero anche impegnarsi ad esprimersi in forme rispettose dei bisogni e delle possibilità psicofisiche di ciascuno, anche in rapporto alle differenti età, senza escludere o emarginare i più deboli, come i bambini, gli anziani o i diversamente abili; tutto ciò può essere attivato cooperando efficacemente ad affermare una cultura di pace e armonia nello sport, in un baluardo di partecipazione e solidarietà, contrastando ogni forma di discriminazione, intolleranza e violenza, di pregiudizio, esasperazione, sfruttamento, e di qualsiasi pratica che possa subordinare la persona umana agli interessi economici e alla ricerca dei risultati, il tutto nel pieno e profondo rispetto del contesto sociale e naturale.

 

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Insegnare a sciare

 

A detta dei maestri, per sciare, non si devono tanto imparare dei “movimenti”, quanto modificare il proprio comportamento fisico, nel senso di impegnarsi a sviluppare armonia ed equilibrio in se stessi e nel proprio corpo (Thoeni, Fink, 1972, 22; Joubert, 1978, 23) come se fosse un’azione naturale, ma per cui le istruzioni restano comunque importanti:

 

devono formare un insieme omogeneo per rendere il principiante efficiente a breve scadenza, per facilitargli l’evoluzione successiva ed evitargli i blocchi che condannano alla mediocrità il 40% degli sciatori medi. Si completano come gli elementi di un puzzle semplificato di cui si può poi approfondire ciascun elemento... ad esempio iniziando a considerare la sciata in funzione del pendio, così che superati questi obiettivi, tutte le piste diventeranno accessibili! E’ fondamentale avere i mezzi tecnici per esprimere la gioia, il sentimento di equilibrio e armonia, e la comunione con la natura che si prova sulla neve ma è una cosa che si può fare solo con tanto impegno, dopo molta esperienza, dopo tanta pratica! Cosa crede, che io, dopo 40 anni che scio sia perfetto? Non si finisce mai di imparare, sa? (FE, Feltre, 24 aprile 2007, cfr. Intervista 11).

 

Diventare sciatore sembra quindi apparentemente facile, ma oltre alla tecnica è necessario personalizzare la sciata nel modo più conforme alle proprie inclinazioni e creatività.

Si può parlare, nell’espressione di Bourdieu (1979 e 1980; trad. it. 1993 e 1995), di incorporazione di habitus, grazie all’esposizione a una pratica – sportiva, in questo caso – che permette di afferrare intrinsecamente la comprensione tecnica per portare avanti questa attività in modo naturale (cfr. anche Trivero, 2004, 171). Pure per quanto riguarda lo stile dello sci, solo l’esperienza e la pratica costante possono permettere di fare proprio un movimento armonico ed elegante nella prassi. E’ quanto traggo dalle considerazioni di un altro maestro di sci:

 

Quasi senza imparare, si sa sciare! I principianti, soprattutto i bambini, hanno sempre meno difficoltà ad apprendere lo sport, si direbbe quasi che lo sci sia entrato nel nostro costume, che abbiamo quasi incorporato la pratica dello sci fino a farla diventare una cosa normale [corsivo mio] (AB+AC, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 2).

 

Ma, a quanto pare, non è sempre stato cosi. Cos’è successo rispetto a 50, 60 anni fa?

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Probabilmente è crollata una barriera. Le difficoltà d’ogni impresa sono soprattutto quelle che ci inventiamo. In un gruppo di amici in cui tutti sciano, oggi spesso chi inizia a sciare tardi in poco tempo raggiunge gli altri, mentre un tempo gli sciatori erano visti come “semidei”: i tempi in cui saper sciare era una prodezza sono passati e imparare è ormai una mera formalità (AB+AC, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 2).

 

Esisteva forse una barriera tecnica? O pedagogica? E’ possibile, basti ricordare che ad esempio, in Francia, fino al 1956 era proibito nelle scuole di sci “piantare il bastoncino” (per garantire l’equilibrio in curva), eseguire prese d’appoggio o piegarsi in avanti e nessuno discuteva su questi semplici movimenti, un tempo “normalmente” negati e oggi tanto naturali e comuni da non essere neanche messi in discussione (Joubert, 1978). Si tratta di evoluzione della prassi, in un continuo processo di costruzione e ricostruzione delle modalità di praticare questo sport. Rigenerazione che comporta altrettanta variazione nella mentalità e nell’insegnamento, che pure, con la pratica e l’ideologia, anch’esso viene mutato.

 

La tecnica come rigida serie di esercizi per conseguire un certo movimento scelto come scopo, sta perdendo terreno a favore di un maggiore sviluppo nel senso della personalità degli allievi, dell’iniziativa degli insegnanti e anche della natura profonda e naturale dello sci: oggi l’istruttore non è più rigido e severo com’era lo sci fino a 40 anni fa. Oggi è facile girare su questi sci e addirittura fare la serpentina [successione di curve a corto raggio, n.d.a.] dopo poche giornate di pratica (BB, Belluno, 14 aprile 2007, cfr. Intervista 6),

 

riporta un ex maestro di sci. I metodi di insegnamento innovativi, importati dagli U.S.A. in Europa, che si servono di sci sciancrati di lunghezza crescente in funzione dell’altezza dell’allievo, sono stati molto importanti nel liberare gli istruttori europei dalla tutela del rigoroso “metodo ufficiale”, conferendo grande slancio alla disciplina. Sempre più, quindi, l’importante è convincere l’allievo a osare, ad avere coraggio, a sviluppare movimenti naturali in armonia con il corpo, e a ritrovare l’equilibrio, spesso atrofizzato dalla vita sedentaria, così che lo sciatore impara quasi da sé, ascoltando il proprio fisico e l’istinto.

La chiave e il segreto di un buon insegnamento sta molto nella comunicazione tra istruttore e allievo, tra i quali si deve sviluppare una buona sintonia, in una sorta di relazione empatica (cfr. Intervista 18) che rispetti il modo personale di

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progredire (D’Isep, Tomasi (a cura di), 2004), ed è quanto conferma un istruttore di sci:

 ogni maestro intelligente si rivolge semplicemente all’allievo mettendosi nella sua pelle, interpretando l’intima natura delle sue difficoltà, dando consigli sensati e flessibili, non irrigiditi dal metodo inquadrato (AB+AC, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 2).

 

Sin dal 1963, con Jean Vuarnet, l’insegnamento dello sci ha iniziato a tagliare i ponti con la tradizione, con il descrivere meccanicamente e in modo distaccato i movimenti dello sci visti dall’esterno, mentre

 

oggi, per esempio, invece di chiedere all’allievo di compiere un movimento concatenato di flessione e estensione, gli si chiede di esercitare con i piedi una pressione contro il suolo per alleggerirsi, come per un salto a piedi uniti. Così da dare un’immagine vista dall’interno, fatta di associazioni alla pratica quotidiana, di sensazioni umane che fanno apparire meno distante e lunare la pratica dello sci, e molto più adatta a provocare l’esecuzione del movimento giusto, (FB, Feltre, 12 aprile 2007, cfr. Intervista 4)

 

riporta un’istruttrice. Questo nuovo linguaggio tra istruttori e allievi è sempre più utilizzato, in quanto crea una logica nuova nella connessione di suggerimenti che man mano il maestro comunica all’allievo: una logica appropriata a chi impara e non al rigore razionale dei creatori del metodo rigido di insegnamento. In pratica, un atteggiamento umano. Ma quali sono i principi metodologici dell’attività motoria e perciò anche dello sci?

 Per iniziare, i corsi prevedono innanzitutto training di familiarizzazione con la pratica, camminando o giocando sulla neve. Successivamente vengono praticati esercizi per sviluppare l’equilibrio e la flessibilità della muscolatura, ed è fortemente consigliata la ginnastica presciistica, che permette più agilità di movimenti una volta sulle piste, grazie a esercizi appositi alla preparazione dello sci: allenamento alle gambe, esercizi di stabilità, salti, cadute[28] [...] L’approccio migliore è iniziare a sciare già dall’infanzia, anche se con “ciabatte”, piccoli sci privi della parte posteriore ...in questo modo, i bambini cercheranno di scivolare sulla neve prendendone familiarità e assimilando il movimento naturale della scivolata (FE, Feltre, 24 aprile 2007, cfr. Intervista 11)

 mi illustra un maestro di sci, anch’egli concorde, con gli altri professionisti da me Intervistati, nell’affermare che


[28] [Imparare a cadere è sempre molto utile, soprattutto sulle piste!]

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 la metodologia per l’apprendimento segue due momenti metodici di base: quello attraverso l’immagine e quello dell’azione personale, abbinate a una buona spiegazione, chiara e motivata in modo che l’allievo possa rendersi conto in ogni momento dei motivi per cui deve eseguire gli esercizi... meccanismi come l’imitazione e l’identificazione, sono di grande importanza nell’apprendimento dell’attività sciistica. La possibilità di osservare una dimostrazione perfetta è essenziale, anche se ogni individuo segue inclinazioni diverse a seconda dello stadio evolutivo e del livello in cui si trova (FE, Feltre, 24 aprile 2007, cfr. Intervista 11).

Sciare è un’attività che presuppone enormi riserve fisiche, essendo uno sport  nel quale il soggetto si muove sviluppando benessere anche sociale e psichico, soprattutto se fisicamente preparato a sostenere detta pratica. Muoversi nella natura all’aria aperta, in un ambiente sempre diverso per conformazione di terreno e neve esige una certa preparazione, in quanto subentrano continuamente movimenti diversi a causa delle difficoltà del contesto, che richiedono l’applicazione tecnica adatta a una corretta esecuzione, con notevole impegno muscolare e di equilibrio (Thoeni, 1982). Per poter arrivare a eseguire l’esercizio è necessario acquistare sensibilità e stabilità sullo sci e sugli spigoli, fatto che impone un allenamento specifico favorito sicuramente da una preparazione pre-sciistica: il massimo rendimento a qualsiasi livello, è infatti possibile solo se in perfetta armonia si accoppiano condizione, tecnica e creatività.

Osservazioni e analisi sulle piste, con esperienze e didattiche nella pratica, hanno permesso di arrivare a una determinata concezione del processo naturale dell’apprendimento dello sci: un processo dalle mille varianti, corrispondenti alla varietà degli individui e alla plasticità dei comportamenti umani (Cotelli F. e M., 1979). Questo indirizzo non ha sconvolto l’insegnamento, ma anzi, lo ha influenzato verso una maggiore unità di indirizzo e mettendo in rilievo ciò che ne costituisce la parte essenziale: la personalizzazione e l’incorporazione attiva dell’apprendimento.

         Anche se in una descrizione del movimento a seconda del punto di vista si distinguono vari aspetti, quelli fondamentali sono comunque riferiti alla costituzione fisica dell’uomo e alla sua espressione di movimento, che se è naturale e sciolto è in funzione di due fattori primari: il mondo esterno e il mondo psicofisico (AB+AC, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 2)

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 mi spiega un direttore di scuola di sci,

 è una caratteristica propria dello sci cambiare continuamente ambiente, che di volta in volta impone aspetti e sensazioni nuove. Il terreno può essere piatto o ripido, liscio o gobboso, stretto o largo, con un innevamento di diverso tipo: neve polverosa, bagnata, battuta, preparata, alta o ghiacciata… l’attenzione deve essere rivolta a questi fattori esterni, così come a tempo, velocità e pericoli, per poter adeguare bene la sciata alle caratteristiche dell’ambiente (AB+AC, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 2).

 Il soggetto ben preparato, non solo tecnicamente ma anche fisicamente, riesce a elaborare immediatamente gli stimoli e a comportarsi quindi in modo corretto. Con una tecnica efficiente di base, senza elementi superflui o solo formali e una preparazione adeguata, l‘allievo riesce a esprimersi creativamente nel modo più adatto possibile, rendendo il movimento direzionale e dinamico sempre conforme alle necessità e perciò naturale. Inoltre, l’intervento dell’intelletto, della volontà e dello spirito garantisce ai movimenti un’impronta sciolta, ponderata e perfezionata.

 

 

2.3 L’arte e l’emozione

 

Lo sci può essere uno sport d’espressione come il pattinaggio artistico e la danza oltre ad essere utilitario, o teso a cercare il rendimento. Dalla nozione di sport d’espressione a quella di attività artistica c’è un solo passo, che non si compiva finché il concetto di tecnica dello sci rimaneva rigido e meccanico, da non poter essere applicato a un’arte. Oggi tutto è diverso: lo sciatore porta dentro di sé il proprio talento, che gli consentirà di crearsi la propria tecnica, come fanno i musicisti, i ballerini… bisogna riscoprire se stessi e il proprio corpo (FE, Feltre, 24 aprile 2007, cfr. Intervista 11)

 dice un maestro di sci. Comunque, tutto ciò non diminuisce l’importanza della tecnica:

 nessun musicista è criticato perchè perfeziona la sua esecuzione per ore e ore sul suo strumento: la tecnica è fondamentale, ma è soltanto un mezzo! Che bisogna sicuramente imparare a sfruttare per aumentare il piacere che si prova sciando (FE, Feltre, 24 aprile 2007, cfr. Intervista 11)

 e continua, riferito ai grandi campioni:

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 sono artisti… si sente soffio di genio, talento affiorato, armonia densa di pratica. Come altri geni della pittura, della musica, questi artisti fanno progredire la tecnica. Alcuni portano a un grado di perfezione quella dei loro predecessori e maestri, altri fanno anche importanti innovazioni improntando la nuova era. Sono artisti grazie alla loro ispirazione, ma, senza mezzi d’espressione, senza tecnica, come la manifesterebbero? (FE, Feltre, 24 aprile 2007, cfr. Intervista 11)

 È la stessa cosa per tutti gli sciatori. Imparare per imitazione dei grandi esempi, quindi, ma anche dei bambini, sciatori naturali non condizionati dalle varie dottrine. Un’interpretazione sciolta dei movimenti, senza strappi e arresti, permette una buona esecuzione con il massimo rendimento, e analizzare la sciata degli atleti è un ottimo strumento per imparare:

 l’atleta riesce ad esprimersi con la massima naturalezza e a porre così la base sui cui impostare uno studio del movimento: è infatti solo ad alte velocità e nelle condizioni più difficili che si è obbligati a esagerare ogni movimento, così da permettere il rilevamento della tecnica… una volta studiata l’esecuzione della curva in situazioni limite è possibile, con opportuni accorgimenti, stendere un sistema tecnico… così da poterlo insegnare agli sciatori di qualsiasi livello (FC, Feltre, 16 aprile 2007, cfr. Intervista 9)

 afferma un altro istruttore di sci. Soltanto dopo aver individuato i movimenti più razionali e validi in senso generale pare quindi possibile porli a fondamento della didattica (cfr. Intervista 18).

L’attività agonistica può essere considerata una base per lo sviluppo e la diffusione delle discipline sportive, un esempio pratico per invogliare la massa di appassionati anche con mezzi atletici limitati a praticare l’attività dello sci. Essa infatti consente di

 migliorare continuamente la tecnica, in quanto è banco di prova per il perfezionamento degli attrezzi sportivi, e dà la possibilità di esprimersi fisicamente, misurandosi in campo competitivo nazionale e internazionale e creando un contesto per un dialogo aperto con atleti di altri paesi, oltre i confini (AA, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 1),

 dice un giovane atleta. Tuttavia, lo stile e la classe, impronte personali con cui l’atleta coordina armonicamente i singoli movimenti, non sono elementi trasferibili a chiunque, e rimangono un bagaglio esclusivo dei singoli atleti, un’incorporazione personale di determinate pratiche grazie all’esposizione

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 costante alla prassi. Poiché la costituzione fisica, nonché l’approccio psicologico e sociale varia per ogni individuo, solo le caratteristiche tecniche di base possono essere acquisite da tutti.

 

L’emozione del rischio

 

Analizzando lo sport e lo sci in particolare, un fattore fondamentale è dato dalla motivazione, altrimenti definita come mediatrice tra individuo e azione, che ha assunto sempre maggiore rilevanza soprattutto in riferimento al fenomeno dei sensation seekers, letteralmente “cercatori di emozioni estreme” (cfr. Intervista 19), individui con una disposizione comportamentale e un’attrazione particolare per attività rischiose di qualunque genere, esercitate principalmente con l’obiettivo di sfidare la morte. Tra queste attività, accanto a giochi ad alto rischio di mortalità, si trovano anche gli sport estremi, tra i quali spicca lo sci estremo, nelle sue varianti quali l’alpinismo, la discesa estrema e lo snowboard acrobatico[29]. Il rischio, in alcuni casi, viene definito come la tensione verso una meta non sicuramente raggiungibile, e in particolare un’azione è rischiosa quando il suo corso sfavorevole implica una perdita possibile (cfr. anche Giddens, in Wallace, Wolf, 1999, 203). Dunque, l’incertezza e la probabilità di trovarsi al termine dell’azione con un valore in meno rispetto a quanto si aveva all’inizio, rendono una determinata attività rischiosa e per molti decisamente attraente:

 Spesso questi sono ragazzi che devono ancora trovare il proprio equilibrio, che vogliono esasperare il proprio rischio per sentirsi forti, potenti, per cercare la sicurezza in se stessi che non hanno. Altri lo fanno solo perchè è di moda, sono come addormentati, non si rendono conto dei pericoli che incontrano, altri ancora perchè... boh, ci sono tante spiegazioni per questo fenomeno, e dipendono dai vari orientamenti di chi li studia […] ad esempio, sembra che questi individui siano caratterizzati da uno smisurato bisogno di ricerca delle sensazioni forti, del brivido e dell’avventura, dell’esperienza “nuova”, la disinibizione come ricerca edonistica del piacere attraverso attività di vario tipo e la suscettibilità alla noia (AI, Alleghe, 24 agosto 2007, cfr. Intervista 19).


[29] Ulteriori informazioni in merito, anche per altri tipi di sport, nel sito www.sportestremi.org. 

 

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Quindi, per coloro che praticano sport estremi, l’elemento decisivo non è lo sport in sé, ma il suo contenuto di rischio, con cui si sprigionano energia e creatività. Un’ulteriore spiegazione proviene dagli studi sulla probabilità:

 

[…] chiama in causa la tematica della riuscita, dove il pericolo e la conferma del successo in condizioni d’emergenza accentuano l’importanza dell’abilità richiesta dal soggetto. La valutazione della minaccia che produce il brivido dipende dalla stima che il soggetto compie delle proprie capacità, ed è percepita come piacevole soltanto finché il soggetto ha la sensazione di controllare il corso degli eventi. Il problema è che il soggetto non avrà mai, in realtà, la certezza del controllo assoluto. E qui nasce il pericolo, per sé e per gli altri (AI, Alleghe, 24 agosto 2007, cfr. Intervista 19).

 

Accanto agli incentivi di riuscita e ricerca di eccitazione, sembra che un terzo fattore sia influente nella scelta di attività sportive pericolose: è il concetto chiarito da Caillois (1958), che tra le varie analisi[33] ha sottolineato gli ilinx (vortice, vertigine). Si esperisce l’ilinx quando il corpo viene posto in determinati stati di movimento come la caduta o il lancio nello spazio, la rotazione vertiginosa, gli scivoloni, la velocità, l’accelerazione in un movimento lineare oppure la sua combinazione con un movimento rotatorio. L’attrattiva di questi stati può essere osservata già nei bambini piccoli che strillano di gioia quando li si butta in aria o quando scendono da una pista a perdifiato sugli sci, e numerosi adulti ricercano esperienze simili attraverso alcuni sport come lo snowboard acrobatico e l’alpinismo estremo, nonché il salto con gli sci.

Molte persone sono convinte che gli sport estremi siano uno dei pochi modi che permettano, praticandoli, di sentirsi vivi, per non cadere in un senso di vuoto e noia dato da “normali” attività. Se questo è vero, un sensation seeker potrebbe tradurre la sua motivazione nei termini “Sento, dunque sono!”.


[30] Il gioco può assumere differenti manifestazioni terapeutiche e modalità espressive, con un’espressività ed una creatività individuale e collettiva che si ritrova nell’adulto come parte residua dell’età evolutiva. Callois identificò questo fenomeno e lo suddivise in quattro diverse tipologie:    
Mimicry indica la possibilità di uscire dal proprio ruolo, di sperimentare in un cerchio protetto altre forme d’identità. Nella vita adulta si manifesta qualora ci si abbandoni a mascheramenti e a travestimenti, come nel teatro.

Ilinx indica il piacere dell’avventura, della mancanza, del rischio, del capogiro, della vertigine. Nell’adulto queste sensazioni si mantengono in alcuni sport come lo sci, l’alpinismo e in tutto ciò che dà disequilibrio e instabilità. La vertigine è il desiderio di sottrarsi alle regole della percezione e alle regole morali.
Alea indica il gioco dei dadi. Sotto questa categoria rientrano tutti i giochi in cui la vittoria non è determinata dalle capacità, ma dalla sorte, come ad esempio i giochi d’azzardo, le slot machine, il casinò. Tali tipi di gioco non sono forme residue rielaborate di giochi infantili ma sono una forma di agire ludico dell’adulto.       
Agon indica la gara. In questa categoria rientrano tutti i giochi che, date le medesime condizioni di partenza, hanno come fine ultimo quello di mostrare la superiorità del giocatore nel rispetto delle regole, e non fa differenza se l’abilità richiesta è la forza, la resistenza, la memoria o l’intelligenza.

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Esperienze forti quali la vittoria, la sconfitta, l'attesa, l'incertezza fanno della pratica sportiva un luogo privilegiato dove imparare ad ascoltare, conoscere e abitare emozioni come gioia, delusione, collera, entusiasmo. Le emozioni sono una risorsa per la comprensione di sé e dell'altro e quindi per il fondamento dell'azione consapevole. Un giovane atleta racconta a proposito la sua esperienza:

 

se sei arrabbiato con qualcuno o sei teso per qualcosa non riesci a sciare bene. Non si riesce proprio a far finta di niente, magari scherzando come al solito. Ma poi, nel giro di qualche istante, senti che sta accadendo qualcosa. E' come se la rabbia stesse svaporando e di essa ci rimanesse solo la forza, la determinazione. Più di una volta mi è capitato, cosa succede? Rischio di sciare controvoglia o di diventare aggressivo e aumentare la tensione, e d'un tratto, invece, ti senti forte e leggero […] se le emozioni negative non vengono bloccate ma vissute per quel che sono e lasciate passare come sono arrivate, l'intelligenza del corpo può essere in grado di incanalarle in un modo che aiuta a rispondere alla situazione del momento. Come un fiume in piena che trova finalmente un letto in cui scorrere. Invece il duro che ingoia il rospo senza fiatare, pancia in dentro e petto in fuori, rimane sempre dov'è. Fermo al suo gioco di facciata! (BD, Forno di Zoldo, 6 settembre 2007, cfr. Intervista 8/b)

 

 

L'emozione non solo si vede ma la si trasmette, e quindi chi ci sta accanto la sente. Ma non deve essere un problema o un limite. L'emozione è qualcosa che accende i nostri sensi e dà senso a quello che viviamo. Senza di essa vi è il nulla, la staticità.

 

Condividere sensazioni e risultati

 

Anche l'essere in gruppo può talvolta mettere a dura prova la voglia di stare insieme, poiché spesso sorgono rivalità e invidie. Imparare ad accettare le emozioni e crescere con esse prevede la possibilità di confrontarsi e riflettere insieme, facendo della competizione un'occasione di lealtà, rispetto e riconoscimento reciproco. Essere consapevoli di quel che si sente è il primo passo per stare pacificamente assieme agli altri senza riprodurre atteggiamenti che feriscono. Le emozioni, se ascoltate, ci dicono dove siamo, dove stiamo andando ed eventualmente cosa fare per trasformarle (Wallace, Wolf, 1999, 261 e segg.).

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Se le emozioni fossero solo degli spiacevoli incidenti di percorso, saremmo delle macchine, e per di più con qualche errore di progettazione. Pensa a tutti quelli che si innamorano, che piangono, che ridono, che si lasciano, siamo pur sempre fatti di anima, se non ci fossero le emozioni che vita sarebbe, senza sale! […] emerge il piacere e anche il bisogno di raccontare e condividere con altri le proprie esperienze, emozioni e azioni, di essere presi in considerazione rispetto alle decisioni che coinvolgono ciascuno in prima persona, così se non altro non ti senti escluso, solo. E fa più male di tutto l’indifferenza (FB, Alleghe, 12 agosto 2007, cfr. Intervista 4/b).

 

Ma anche l'emozione che viene dal corpo chiede di essere ascoltata. Può essere quel senso di potenza che segue a un'azione condotta in modo perfetto e che può facilmente travolgere facendo perdere il senso del limite, e quindi la linea di confine tra noi e gli altri. Al contrario, può essere la paura di sperimentare liberamente le emozioni che si risvegliano con il movimento, ma anche con il condividere un obiettivo e i sacrifici che richiede il suo raggiungimento. Si presenta così l'occasione di partecipare a percorsi di rielaborazione e crescita della propria consapevolezza rispetto a quanto si è vissuto da soli o insieme. Il modo in cui questa possibilità viene giocata in momenti di confronto e condivisione fonda la qualità della relazione e determina la forma che essa assume. La battuta, la chiacchiera, il racconto, il riconoscimento, la critica, la riflessione, l'esclamazione, lo sfogo: lo sci è anche condivisione. Una condivisione fatta di gesti semplici ma fondamentali per un’atmosfera armonica che garantisce una buona riuscita della performance. Ad esempio, se dopo una gara o un allenamento ciascuno se ne andasse senza scambiarsi un commento su come è andata, si avrebbe l'impressione che manchi qualcosa per completare l'esperienza:

si sente proprio il bisogno del replay, il giro dei commenti, la valutazione dell'allenatore, le battute, di entrare in contatto con le cose appena vissute per ripercorrerle, per vederle meglio, per rifletterci, per sentirle proprie. Se c'è un tempo per la riflessione e uno per l'azione, è anche vero che la riflessione è parte dell'azione! E se nessuno ti dice dal di fuori se e dove hai sbagliato, non potrai mai sapere, e poi, anche le critiche sono importanti, anche se fanno male, ti fanno capire, no? (BD, Forno di Zoldo, 6 settembre 2007, cfr. Intervista 8/b)

 

Ascoltando e parlando impariamo a vedere e valutare le esperienze in modo diverso, ci soffermiamo su quello che abbiamo fatto e provato, possiamo imparare dagli errori e migliorarci. Ma per riuscire a comprendere profondamente

 

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una situazione, spesso è necessario rinunciare al paraocchi dell’egoismo e dell’egocentrismo che molti professionisti, allenatori e maestri di sci hanno, per assumere con umiltà il punto di vista dell'altro:

 

mi rendo proprio conto che per sciare bene e insegnare bene devo impegnarmi a mettermi nei panni degli altri… io penso che fare l'allenatore per uno sciatore e viceversa è un'esperienza per capire quello che fa l'altro senza solo criticare… troppo facile criticare sempre, che alla fine non si costruisce niente di utile, solo frustrazione e sentimenti negativi! E prima di capire è fondamentale anche ascoltare, non solo le persone, ma anche le emozioni che trasmettono (FB, Alleghe, 12 agosto 2007, cfr. Intervista 4/b). 

 

Imparare dall'esperienza, anche degli altri, richiede spazi e tempi, luoghi e occasioni in cui incontrarsi, anche nell’attività extrasportiva: se le esperienze non circolano, non possono essere condivise, e anche lo scontro è una forma di incontro costruttivo e vincente, se animato dall'intenzione del confronto.

Risultato è poi un termine ambivalente: se nel senso comune significa soprattutto l'esito di una vittoria o di una sconfitta come effetto valutativo dell'esperienza, per gli sportivi, e, nel nostro caso, per gli sciatori, sono criteri altrettanto importanti anche l'abilità individuale e la capacità di cooperazione tra insegnanti e allievi, il coraggio e la fantasia. In questo modo è il processo di lavoro ad essere valorizzato, il che può aprire a nuovi modi di pensare (cfr. Cotelli M. e F., 1979).

Il risultato vero, quello che carica e gonfia di fierezza, è spesso più di una semplice vittoria sulla pista. La soddisfazione per una discesa tecnicamente perfetta, l'entusiasmo o la consapevolezza di avere fatto il massimo, non sono racchiusi nell'”ho vinto la gara”, eppure ci sono:

 Soddisfazione è quando vinci, ma anche quando sai di avere fatto il massimo e ti sei divertito,  hai imparato qualcosa… indipendentemente dal risultato, e sei cresciuto un po’ di più, anche se sei arrivato quinto su sei (BD, Forno di Zoldo, 6 settembre 2007, cfr. Intervista 8/b).

 

Prima di tutto, quindi, viene l'attenzione alla qualità della sciata, ai piccoli progressi di ciascuno, che già cambia il significato dell'esperienza. Tutte cose che a volte non si vedono, ma ci sono e fanno la differenza. Concentrarsi solo sulla vittoria come unico criterio di valutazione è forse e spesso, a ben vedere, più

 

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 un'esigenza di altri, verso i quali vogliamo fare bella figura, a partire dai genitori, fino all’allenatore, agli sponsor che "si aspettano il campione".

In realtà, si può benissimo non arrivare sul podio in una gara e tornare a casa ugualmente molto soddisfatti, perché si sa che si ha dato il massimo, che si sono fatti passi avanti nella propria crescita sportiva, e che, tutto sommato, ci si è divertiti.

 

Vincere o perdere può essere relativo... Relativo al cosa si guadagna ma anche al come lo si ottiene: in un percorso di crescita, in un discorso sciistico e sportivo, anche la consapevolezza da sé del gestire una gara è importante, perché è una presa di coscienza delle proprie capacità ma anche dei propri obiettivi. Ovunque. Sulle piste, nelle palestre della pre–sciistica, sul pulmino delle trasferte. Piccoli elementi che fanno una grande differenza, e puoi vincere anche se perdi la gara, nel senso che vinci te stesso, magari perchè hai fatto un tempo migliore di mai prima, o perchè hai fatto curve perfette meglio dell’allenamento. Insomma, vincere è relativo, ma non per forza devi vincere per essere soddisfatto! (BD, Forno di Zoldo, 6 settembre 2007, cfr. Intervista 8/b)

 

La logica del risultato ha i suoi guadagni, ma fa anche le sue vittime, spesso di leggi del mercato e del meccanismo dei finanziamenti. Comunque, fortunatamente è diffusa anche un'idea meno competitiva dello sport, e più vicina al divertimento, alla passione e al piacere, legata anche alla formazione sportiva che si è ricevuta e che si trasmette, come ad esempio l’“allenamento motivante”, nelle parole di una psicologa dello sport:

 non mi fermo al solito rapporto distaccato tra allenatore e atleta, quello in cui io insegno e loro mi vengono dietro. No, cerco al contrario di impegnarmi in un rapporto più umano, e un allenamento di questo tipo è un buon esempio...richiede certo tempi più lunghi…  E’ un costo… ma un costo ancora più grande lo si paga con la frustrazione e la tensione meccanica degli atleti, che avrebbero invece bisogno di una pratica sportiva più leggera e capace di adattarsi ai loro tempi e bisogni, più umana… non devono essere solo destinatari di decisioni prese da altri ma interlocutori che partecipano al processo di definizione e condivisione delle regole, e questo li motiva. In questo senso allenamento motivante, perchè è bidirezionale, non univoco (AI, Alleghe, 24 agosto 2007, cfr. Intervista 19).

 

Per questo occorre prevedere degli spazi in cui i momenti di informazione possano farsi momenti di confronto e formazione, tra tutti i protagonisti del contesto sciistico.


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L’emozione non ha una singola dimensione. Si snoda su diverse vie, come quella della soggettività e del vissuto personale, anche se parallelamente e inscindibilmente è legata all’inserimento di ogni individuo nel proprio particolare contesto.

Attraverso l’emozione il corpo comunica con il mondo circostante e struttura una linfa vitale che alimenta le relazioni tra individui: stiamo parlando in termini di crescita delle identità nelle relazioni stesse.

Emozioni incorporate, sentinelle della soggettività, sensazioni che permeano l’individuo e lo fanno sentire vivo, lo rendono consapevole di esserci, di essere-nel-mondo e non semplicemente “galleggiarci” da spettatore aspettando che la vita giri intorno e passi.

Emozioni che fanno entrare nella vita, muoversi con essa, sentire che c’è.


 

 

 

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Capitolo 3 – UN FENOMENO SOCIALE

 

Lo sci, in quanto sport con propri valori ed emozioni, contribuisce ad essere un punto di riferimento per i gruppi di persone che praticano le sue diverse discipline, arrivando a costituire un “collante” per le relazioni instauratasi all’interno delle varie comunità di cui partecipa a definire l’identità.

 

3.1 Antropologia dello sport

 

La costruzione del significato dello sport

Con tecniche del corpo Marcel Mauss intendeva “i modi con cui gli uomini, società per società e in modo tradizionale, sanno servirsi del loro corpo” (cfr. Mauss, 1935, pp. 365-386). Lo sport può rientrare in questa categoria, sebbene sia supportato da limitati studi in merito, ma goda tuttavia di grandissima famigliarità e sia legato a fenomeni sociali comuni e diffusi nelle moderne società, tanto da far intendere il suo significato ovvio per la maggioranza. Lo sport può essere definito quindi come l'insieme delle attività fisiche e mentali compiute al fine di migliorare e mantenere in buona condizione l'intero apparato psico-fisico umano e di intrattenere chi le pratica o chi ne è spettatore (Bril, 1991, 271). Può essere praticato singolarmente o in gruppo, senza fini competitivi, oppure gareggiando contro altri atleti, nel cui caso si parla di agonismo sportivo. Il termine sport ha una lunga storia che prevede notevoli variazioni nel tempo e nello spazio, variazioni in termini di pratica ma anche di evoluzione di significato culturale e simbolico attribuito; dall’originario termine latino deportare, che tra i suoi significati aveva anche quello di “uscire fuori porta”, cioè uscire al di fuori delle mura cittadine per dedicarsi ad attività sportive, derivarono il provenzale deportar, lo spagnolo deportar e il francese desporter (divertimento, svago); da quest'ultimo prese origine nell'inglese del XIV secolo il termine disport che solo nel XVI secolo venne abbreviato nell'odierno sport.          La diffusione della pratica sportiva in quasi tutte le società del mondo contemporaneo è il segno evidente dell'importanza che lo

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 sport ha assunto in numerose realtà da un punto di vista sociale, economico e politico, di cui è ormai parte integrante e dove si sviluppa in simbiosi con i cambiamenti che le contraddistinguono. Si pensi ad esempio al bagaglio di tradizioni che le discipline sportive tradizionali apportano alle culture delle nazioni in cui sono praticate o agli stretti legami che intercorrono tra lo sport e i mezzi di informazione o gli apparati politico-economici.        
Considerando anche solamente la connotazione ludica dello sport, è evidente che la pratica sportiva è diffusa soprattutto presso quelle realtà sociali che, culturalmente ed economicamente, possono usufruire dei mezzi necessari a praticarla. Molti sport richiedono una particolare attrezzatura per poter essere praticati, come ad esempio veicoli meccanici (ciclismo, automobilismo, vela, ecc.), specifici attrezzi (sci, scherma, tiro con l'arco, golf, ecc.), oppure speciali strutture e impianti (nuoto, pattinaggio, ecc.). Altri sport, invece, come la corsa o il calcio, non richiedono attrezzature particolari e vengono praticati anche nei paesi più poveri, dove sono spesso visti dalle giovani generazioni come mezzo per un possibile riscatto economico e sociale – ne sono un chiaro esempio i grandi corridori africani che da molti anni dominano il mezzofondo in atletica leggera (cfr. Intervista 15).    
Una parallela attività di educazione culturale segue lo sviluppo dello sport in una società. E’ concezione diffusa, soprattutto nei paesi con maggiori tradizioni sportive, che lo sport debba essere considerato come una scuola di vita che insegna a lottare, spesso con sacrifici, per i propri obiettivi e che educa alla socializzazione e al rispetto tra compagni e avversari. Ma vi sono anche diverse posizioni che vedono nell'agonismo, spesso accentuato dall'elemento economico/commerciale e nell’esasperata contrapposizione individuale, un pericoloso segnale che potrebbe tendere a far risaltare lo spirito competitivo come naturale parametro di rapporto fra gli esseri umani (cfr. Interviste 18 e 19).        Oltre alla nascita di nuove discipline e specialità, nel corso del XX secolo si è andata sviluppando una demarcazione all'interno del mondo dello sport, legata soprattutto all'aspetto prettamente economico che ruota attorno agli avvenimenti sportivi: la divisione tra sport dilettantistico e professionistico.

Gli atleti professionisti vengono pagati per svolgere la propria attività e possono essere considerati dei lavoratori dello spettacolo a tutti gli effetti… e questo certe volte fa vergognare

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 il mondo dello sport. Però di solito, solamente i migliori sportivi di ogni disciplina riescono a diventare dei professionisti e ciò fa in modo che gli eventi sportivi a cui partecipano abbiano prestazioni di livello più alto rispetto allo standard dilettantistico, il che a volte fa migliorare, per imitazione, anche chi agonista non è (AH, Alleghe, 17 agosto 2007, cfr. Intervista 18).

Nella realtà dei paesi occidentali, alcuni sport professionistici attraggono la gran parte dei praticanti, mentre le attività minori si scontrano sia con problemi di visibilità mediatica, sia con l'insufficiente copertura finanziaria da parte dei potenziali sponsor. Ciò comporta notevoli costi da sostenere per l'amatorialità dilettantistica e spesso questo si traduce in difficoltà che potrebbero essere superate nel tempo con una sorta di cooperazione costruttiva:

 

professionismo e dilettantismo dovrebbero operare in sinergia. Il primo con l'attenzione che i media e gli sponsor concentrano sui campioni sportivi, può valorizzare le caratteristiche spettacolari dello sport contribuendo a farlo conoscere sempre di più e ad attrarre, anche verso la pratica attiva, un numero maggiore di persone. Inoltre stimola un miglioramento continuo e dinamico anche della tecnica. Il dilettantismo, di riflesso beneficia in termini di visibilità e possibilità economiche dei risultati dell'altro, fornendo nuovi praticanti e possibili nuovi campioni… entrambe però devono condensare quei principi di lealtà, impegno e rispetto che dovrebbero essere alla base della pratica sportiva ad ogni livello, sia che si tratti di atleti dilettanti che di professionisti (AH, Alleghe, 17 agosto 2007, cfr. Intervista 18).

 

Lo studio dello sviluppo dello sport nella storia umana può darci alcune indicazioni sui cambiamenti sociali intervenuti nel corso dei secoli e su quelli riguardanti la concezione stessa dell'attività sportiva nelle varie culture. La concezione dello sport come attività che coinvolge le abilità umane di base –fisiche e mentali, con lo scopo di esercitarle costantemente e così di migliorarle, per utilizzarle successivamente in maniera più proficua, suggerisce che lo sport è probabilmente antico quanto lo sviluppo dell'intelligenza umana. Per l'uomo primitivo l'attività fisica, priva dell'agonismo dei nostri giorni, era solamente un modo molto utile per migliorare la propria conoscenza della natura e la padronanza dell'ambiente che lo circondava. Di conseguenza, anche se non può essere individuata prova diretta dell'esistenza in età preistorica di alcun tipo di attività sportiva, è ragionevole ipotizzare che in quel periodo venissero praticate delle attività, legate a rituali mistici e propiziatori. Questi possono essere alla

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 base dello sport diffuso nelle antiche civiltà, nel senso di pratiche umane o collettive, limitate o no alla realizzazione di gesti culturalizzati che danno diverso risalto allo sport in funzione delle differenti proprietà fisiche, intellettuali e sceniche come forza, resistenza, destrezza e grazia, ma anche violenza e rischio. Da ciò l’eterogeneità da sempre legata all’ambito sportivo e alle sottoculture ad esso associate (cfr. Bromberger, 1991, 741; Rivièrè, 1995.       
Il fattore connesso alla ritualizzazione mette in evidenza le identità e i valori coesivi del gruppo così come gerarchie e differenze interne, ad esempio le gratificazioni per i più valorosi. Emerge anche dalla ricerca di campo come lo sport dia esempio di azioni espressive e comunicative specifiche, permettendo la sperimentazione di valori condivisi all’interno di una cultura ed eventualmente rivesta un ruolo di unificatore dell’ordine sociale, nonostante spesso non riesca a evitarne le contingenze dei problemi, riflettendoli su una diversa scala (Rivièrè, 1995, 148; Geertz, 1972). Per ogni individuo la pratica dello sport può avere anche un significato di salute, inteso per alcuni come mantenimento del proprio stato di benessere psicofisico, per altri di raggiungimento e superamento dei propri limiti con conseguente sensazione di soddisfazione e per altri ancora di rivincita e di gara continua con se stessi e con gli altri. Probabilmente ci sono ancora mille motivi per i quali ogni persona tende a praticare un’attività sportiva e mille altri ancora per cui la considera salutare, a sottolineare il fatto che lo sport, e lo sci nel nostro caso, non ha un indirizzo univoco (cfr. Intervista 21), ma il suo significato spazia in relazione a chi lo pratica e alle aspettative che vengono rivolte ad esso, come quelle dell’aggregazione, del condividere con altri le difficoltà e i successi o di divertimento e riavvicinamento alla natura, come in questi casi:

[...] perché ogni sport è sano in modo diverso, e lo sci mi aiuta a scaricare i nervi, la tensione accumulata durante la scuola, gli impegni, posso liberare la potenza, i nervi e poi è anche divertimento!! Se pensi lo sci è uno sport che si può praticare solo in pochi mesi l’anno e in una stagione come l’inverno, in cui fuori è freddo, brutto tempo spesso... ed è uno degli unici sport che puoi fare all’aperto in una stagione così, anche perché se qua in valle è brutto e c’è la cappa di smog, stai certo che su in quota c’è il sole oltre le nuvole! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13).     

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Partecipare e divertirsi, stare con gli altri, perché lo sci, per quanto individuale, non è mai così solitario, e il clima di rispetto che ci deve sempre essere intorno non vale solo per gli sciatori sconosciuti ma anche per i tuoi compagni, per l’allenatore, per tutti,… condividerci le esperienze e le emozioni fa proprio parte dello sport  (FB, Alleghe, 12 agosto 2007, cfr. Intervista 4/b).       

[...] è uno sport individuale ma sociale, in cui sei sempre con gli altri, e tendi sempre a migliorarti, a volte arrivando alla competizione, se non altro con te stesso. Poi entra in gioco anche il fattore dinamico, esplorativo, la discesa è sempre diversa, porta sempre a scoprire qualcosa di nuovo, in una continua ricerca che poi arriva a “conquistare” la pista, alla soddisfazione di dire “ce l’ho fatta” e superarsi sempre. Ad esempio, se pensi all’ebbrezza della velocità, c’è un continuo superarsi per verificare e aumentare le proprie capacità! (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15) 
  
L’attività sportiva dovrebbe trovare un giusto spazio in ogni fase della vita, per, a volte, giungere a far parte di un modello culturale rivolto più alla conoscenza del proprio corpo e delle proprie capacità, piuttosto che all’imitazione di modelli commerciali e di personaggi sportivi spettacolarizzati (cfr. Intervista 18).      
Lo sport stesso, se praticato male, può a volte condizionare la vita delle persone procurando danni motori e disabilità gravi. Tutte le attività dovrebbero essere potenziate rispetto al modo in cui sono svolte, puntando a un’educazione motoria come momento di scoperta del proprio corpo e al benessere psicofisico che ne deriva, cercando di instaurare un giusto grado di competitività che non sia prettamente sinonimo di vincita, sopraffazione sugli altri e superamento dei limiti di sicurezza – come sempre più sta succedendo negli ultimi tempi, bensì di prevenzione e di soddisfazione personale. Si tratta quindi di un radicale cambiamento mentale-culturale che deve intervenire per migliorare l’esecuzione della pratica sportiva, anche al fine di favorire l’aggregazione e i rapporti sociali, contribuendo alla costruzione della propria identità.

Identità sportiva

 

Sport, identità, autostima ed emozioni sono parti di una struttura simbolica la cui formula è la trascendenza, il crescere, il divenire, e in cui il concetto fondante è proprio quello di identità, nel senso della logica di identificazione e

 

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differenziazione dall’alterità, in un contesto di relazione (Baudrillard, 1968 [trad. it. 1972]; Destro, 2001, 55 e segg.). L’identità esiste infatti in termini di polo di una relazione: solo in rapporto ad un altro elemento posso darle un’esistenza (es. bianco/nero; alto/basso; io/tu; atleta/allenatore, ecc.) che risulta essere quindi una riflessione che il soggetto fa sulla propria continuità temporale e sulla sua differenza dagli altri (cfr. Marrone, 2001).

Questo discorso si sviluppa in termini di complessità, nel senso che l’identità  stessa si costituisce come un tessuto, in una serie di interdipendenze intese come trama di rapporti tra le varie parti che costituiscono il tutto e che ricevono influenze reciproche tra i vari ordini di realtà (Martini, 1999, 23). E’ quindi fondamentale inserire il nostro oggetto d’analisi – le discipline sportive sciistiche – nel contesto con cui è connesso, attraverso la sua rete di relazioni e influenze, considerando le varie sfumature che lo colorano oltre alle diverse angolazioni da cui può essere osservato. Tutto ciò al fine di comprendere più profondamente la sua identità in quanto sport multidisciplinare, in un pensiero pluridimensionale e trasversale.

Lo sport, e lo sci in particolare, va dunque definito nella sua identità per essere differenziato da altre attività, portando a livello di riflessione i significati che gli vengono attribuiti, significati che fanno poi da orizzonte concettuale e pragmatico nell’influenzare e determinare le parti che lo compongono e il modo in cui vengono considerate dall’esterno. Questo tipo di definizioni non possono e non dovrebbero essere imprigionate in visioni univoche e chiuse, così da lasciar spazio ai diversi punti di vista e alle varie sfumature che le dipingono. L’essenza delle emozioni, ad esempio, è il connotare la relazione tra individui e identità, relazioni impregnate di sensazioni diverse che gli uomini intrattengono, direttamente o indirettamente, anche in un’attività definita sport. 

L’uomo, crescendo, crea nuovi valori che non sono mai del tutto assoluti, bensì possono cambiare ed essere modificati in funzione del contesto e del tempo: sono storici, crescono come gli uomini e si sviluppano nella loro identità. L’esperienza di individuare i valori acquista senso quando l’essere umano prende coscienza di avere anche il potere di cambiarli e la loro contingenza, storicità e mutevolezza nella crescita sono date appunto dall’essere una creazione propria della natura umana al fine di passare dal caos all’ordine. Identità e relazione

 

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sono dunque due entità essenziali nella crescita dell’individuo, dove l’identità prende le sembianze di una struttura formata secondo un processo di selezione e combinazione, attraverso livelli logici e gerarchie tra parti che andranno poi a definire l’insieme (cfr. Hannerz, 1992; Ferraresi, 2003, 83 e segg.).

Lo sport è un simbolo, con una propria struttura storico-culturale che ne determina i significati e le parti, da quella fisica (corpo/movimento), a quella ludica, normativa, agonistica e contestuale (cfr. Mauss, 1936). E’ importante ricordare infatti che lo sport si svolge sempre in una stretta relazione tra l’ambiente e l’organismo e, anzi, proprio quest’ultimo può essere inteso come un ambiente stesso che pone limiti e costringe l’atleta a forgiare un’identità più complessa, dove l’avversario e i partners possono essere visti come compagni di viaggio per la trascendenza di cui la regola e il record-limite ne sono i fondamenti. Una sorta di “rito profano”, che trova la propria logica nel suo verificarsi e si soddisfa nell’intensità emozionale senza altro progetto se non quello del proprio compimento (Rivièrè, 1995, 35).      

In termini di antropologia dello sport, si approfondisce lo studio della pratica collettiva, cioè le condizioni, i fenomeni, le conseguenze dell'attività ludico-agonistica in tutti coloro che lo praticano. Oltre a questo, è opportuno ricordare che lo sport ha un rilevante ruolo sociale, per quanto, ad esempio lo sci, possa sembrare uno sport individuale, i cui significati sono in continua rinegoziazione:

 

è uno sport individuale ma catapultato in una dimensione sociale, in un’ottica dinamica, creativa e sempre diversa. Poi penso a come è nato, gli abitanti alpini non hanno molta scelta, non è così facile per loro scappare, soprattutto in una stagione morta come l’inverno, sono un po’ imprigionati, quindi da questa limitazione nasce la possibilità di un’attività come lo sci, prima come mezzo per spostarsi, poi come sport per divertirsi (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15).

 

L'ambiente e l'attività sportiva costituiscono una "situazione" ideale per lo studio dei fattori legati alla personalità, al gruppo, alle motivazioni e all'apprendimento motorio. Se si considera che l'atto sportivo è una rappresentazione sintetica dell'agire umano, si può pensare che sia in questi termini da ricercare l'individuazione e lo studio dell'azione nelle sue strutture di base (Bromberger,

 

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 1991, 741). Sotto questo aspetto l’antropologia dello sport può dare una maggiore conoscenza dell'essere umano e della possibilità di umanizzare lo sport, ma anche forse, come è stato visto in precedenza – attraverso lo sport e l'attività ludica – di ri-umanizzare la società. Ad esempio, lo studio della dinamica dei gruppi vede la squadra sportiva come terreno ideale sia per la messa a punto di tecniche d'intervento che permettano di offrire soluzioni alternative alla leadership tradizionale, sia per la comprensione dei rapporti interpersonali tra atleta e allenatore, tra allenatore e dirigenza, ecc.   

 

3.2 discipline sciistiche e comunità

 

Ciò che conta in montagna non è la vetta, né l’abisso,

né la lotta, e neppure il pericolo e l’ardimento,

bensì gli orizzonti che la montagna ci dischiude.

 E non intendo solamente la vista che spazia intorno.

(R. Messner, 1976, 66)

 

Le varie discipline sportive che nel loro insieme compongono ciò che noi definiamo sport, possiedono, nelle loro componenti più basilari, degli elementi che le accomunano tra loro, come lo spirito di competizione, la voglia di divertimento, la ricerca del benessere o il tentativo di avvicinare i limiti psicofisici degli atleti. Se però le analizziamo dal punto di vista del tipo di regole, dalle modalità del gioco, dagli attrezzi usati, ecc. possiamo suddividerle in più categorie, come ad esempio gli sport indoor o outdoor, di gruppo e individuali, di cui fanno parte, appunto, le discipline sciistiche.       
In questi termini di “distinzione” e categorizzazione si può parlare di creazione di vere e proprie comunità inerenti alle varie pratiche, in cui si sviluppano elementi di una particolare visione del mondo e dello sport, e dove l’identità di gruppo può avere un significato pratico e ideologico definito in diversi termini, in funzione del contesto e in relazione all’alterità, ma non sia in effetti possibile definire delle “comunità” perfettamente distinte (cfr. Mora, 2005). Esse sono infatti non solo continuamente intersecate e in reciproca influenza le une con le altre, ma anche in continua evoluzione, esprimendo e riflettendo così un vero e proprio gruppo e ambiente sociale a cui le persone ritengono o aspirano di appartenere (Rapport,

 

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 1996, 114) con relativi ideali, pratiche, abilità e competenze. Da sottolineare a questo proposito è la visione di Ingold (1994, 448) riguardante l’efficacia raggiunta dalle pratiche e dagli strumenti condivisi da parte di una certa comunità, un’efficacia non definibile oggettivamente e in senso univoco, ma fondamentale per affermare la coesione e la generazione dell’identità di gruppo, nonché la sua posizione nel contesto più vasto, a seconda della quale riveste diversi significati, come, ad esempio, in quello degli sport competitivi (comunità e scuole nazionali, o segmentazione per discipline sciistiche e sottosegmentazione per categorie).  
Gli adattamenti delle persone alle regole su cui si basa lo sport specifico, non solo vanno a rispecchiare l’ethos culturale dominante nel gruppo, ma lo influenzano di risposta, in una continua ricostruzione dinamica dei significati comunitari. Questa evoluzione continua influisce direttamente anche sulle identità dei singoli componenti, che si trovano così, in modo sempre diverso e personalizzato, ad essere specchi della comunità a cui ritengono di appartenere, ma che continuamente contribuiscono a ridefinire.

Un’etnografia che consideri diversi punti di vista può, a mio parere, far luce su molti aspetti che se non guardati anche “dall’esterno” possono sfuggire o apparire poco rilevanti. E’ proprio quello che ho cercato di evitare, concentrandomi nell’effettuare interviste trasversali con altrettante visioni, così da affrontare il tema in una prospettiva caleidoscopica.

Vi sono diversi tipi di sci, laddove quelli per uso sportivo variano a seconda della specialità: fondo, discesa, alpinismo, snowboard, tra le altre discipline, sono quelle che andremo ad analizzare di seguito.

 

Lo sci di fondo

 

Gli sci da fondo e le tecniche   
A differenza della discesa, che si sviluppa sulla velocità, il fondo è un elogio alla lentezza (Trivero, 2004, 57). E’ peraltro una disciplina sportiva che si può considerare allo stesso tempo rilassante e faticosa, ma molto suggestiva per l’ambiente in cui si pratica: boschi, valli (da cui il nome appunto di “fondovalle”) ma anche salite e discese di norma dolci. Oggi le piste sono ben battute e spesso fornite di servizi e ristori, ma manca il forte impatto

 

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ambientale che comportano altre discipline quali la discesa e lo snowboard, dal momento che per il fondo non sono necessari impianti e strutture di risalita:

 

[…] se vuoi far fondo non hai bisogno degli impianti di risalita, d’accordo, le piste sono battute e ci sono i servizi di base, ma manca totalmente il duro impatto ambientale che può avere la discesa, anche perchè le piste da fondo nella maggior parte dei casi sono strade sterrate o asfaltate che esistono già solo che con la neve, sono già fatte! (AD, Alleghe, 7 luglio 2007, cfr. Intervista 14)       

Questo tipo di pratica è il più antico tra quelli ricollegabili allo sci attuale. Se ne possono infatti far risalire le origini ai primordi dello sci nelle regioni scandinave, quando, come mezzo di locomozione, venne adottato dai popoli nordici per spostarsi sulle distese di neve e, in un certo senso, la natura ne fornì il suggerimento per l’invenzione: gli sci da fondo provengono infatti dalle betulle che coprono fittamente le colline scandinave. Queste piante hanno un diametro di 5-8 cm e sono alte e dritte: tagliate a metà in lunghezza, operazione che risulta facile grazie alla natura del legno, danno appunto vita ai remoti, primitivi sci da fondo[31]. Un po' più difficile sarà curvare la punta, un processo affinato col tempo in seguito all’evoluzione tecnologica e alla diversificazione delle varie discipline (Maioli, 1976, 51). Oggi il legno di betulla, leggero e resistente, è solo uno dei componenti degli sci da fondo.    
Per sua natura, questa disciplina, che rientra tra le specialità nordiche[32], ha una forma del tutto particolare. Se lo si paragona ad esempio a uno sci alpino, quest’ultimo è piatto, possiede delle lamine, ed è così concepito perchè deve scivolare e permettere un buon controllo per effettuare le curve in discesa. Lo sci nordico, invece, ha una doppia funzione: deve avere, certo, una buona scivolata, ma deve anche risalire delle pendenze. Ecco quindi la ragione per cui è arcuato, forma che permette di essere efficace nelle due situazioni in cui deve operare e confermata anche da un principio di fisica: se si piazza uno sci da fondo su una superficie piana, si può osservare che la sua curvatura fa in modo che solo le sue due estremità tocchino la superficie.


[31] Ancora visibili presso il “Museo dello sci di fondo” di Lahti (Finlandia).

[32] In generale, lo sci agonistico si suddivide in specialità nordiche (che comprendono gare di fondo, gran fondo, salto, combinata, fondo-salto e staffetta) e in specialità alpine (discesa libera, slalom, slalom gigante, supergigante e combinata).    

 

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Quindi, quando uno sciatore scende da un pendio e il suo peso è equamente distribuito sugli sci, la zona centrale dello sci non fa che sfiorare la neve, mentre solo le zone di scivolata “lavorano”. Per contro, in una salita, lo sciatore effettua un movimento di marcia che trasferisce il suo peso alternativamente da uno sci all'altro, movimento che permette che lo sci sia totalmente schiacciato sulla neve, e la sua parte centrale ne venga messa in completo contatto: stiamo parlando della zona di spinta. Ecco il principio meccanico di uno sci da fondo, in cui il legno è stato rimpiazzato da materiali sintetici, più leggeri, solidi e con maggiore resistenza alle sollecitazioni (cfr. FISI-CONI, 1974). Due sono le tecniche oggi praticate in questa disciplina, entrambe con un equipaggiamento specifico e una preparazione particolare degli sci, che restano costituiti di vari materiali (kevlar, alluminio, resine sintetiche, fibra di carbonio, legno) e sono comunque disponibili in modelli che realizzano un compromesso per essere usati con entrambi gli stili: il passo alternato – tecnica classica e il passo di pattinaggio – tecnica libera.
Per il primo tipo di tecnica si utilizzano sci lunghi, che superano di circa 20 cm l'altezza dello sciatore. Lo sci è incurvato, con spatole alte e curve, e rigido nella zona di tenuta centrale, che non viene a contatto della neve se non quando lo sciatore vi trasferisce il suo peso. E’ uno sci idoneo alla traccia e al fuori pista, dotato di suola elastica, con una o più scanalature che si adattano alle scarpe mediante un attacco per poter scivolare sulla neve, grazie anche all’ausilio di bastoncini leggeri e corti (alti all'ascella dello sciatore).     
Lo sci da skating è invece più corto, con una lunghezza compresa tra l'altezza dello sciatore più 15 cm. Lo sci deve essere totalmente a contatto della neve per favorirne la scivolata su pista battuta, scivolata assecondata anche da una spatola corta e da attacchi e bastoncini rigidi e lunghi all'altezza della bocca dello sciatore.        
Infine, un’ultima nota inerente alle calzature: mentre la scarpa da skating è molto tecnica e in continua evoluzione, alta e articolata per dare un buon sostegno alla caviglia e con una soletta rigida sia longitudinalmente che lateralmente, la scarpa da alternato è molto flessibile longitudinalmente ma rigida in torsione.

Per quanto riguarda le tecniche, un breve accenno si può fare per spiegare le caratteristiche principali dei due “passi” di base. Il passo classico è quello più antico, atletico ed esteticamente piacevole. Si effettua su pista con binari paralleli battuti meccanicamente (un tempo battuti dagli sciatori stessi) e

 

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 prevede il movimento di braccia e gambe in modo alternato come nella marcia, ma, a differenza di questa, la spinta con la gamba in appoggio è molto più forte e imprime un’accelerazione al corpo e quindi allo sci che scivola in avanti. Quando la spinta si è quasi spenta, viene appoggiato l’altro piede che a sua volta provvede alla successiva spinta, aiutata da quella del bastoncino effettuata dal braccio opposto alla gamba: una coordinazione che richiede una grande tecnica e pratica. Perché la spinta della gamba generi un’accelerazione in avanti, è importante che lo sci non scivoli sul terreno ma rimanga attaccato, anche se debolmente, alla neve. Questo compromesso si raggiunge mediante l’uso di scioline, che consentono l’aggancio dello sci alla neve al momento della spinta garantendo un attrito statico sufficientemente elevato da non far slittare indietro lo sci ma non troppo basso al fine di favorirne la scivolata[33]. Questo tipo di passo è una disciplina in cui eccelle la componente tecnica: il gesto atletico nella sua semplicità richiede grande efficienza per ottenere un costo energetico relativamente limitato. Se l’esecuzione è invece scadente, il costo energetico può aumentare e questo spiega il rapido esaurimento di chi non possiede la tecnica.    
Il passo pattinato si è diffuso principalmente negli ultimi anni e non richiede l’uso della sciolina, ma, anzi, viene favorito dalla paraffina per scivolare al massimo. Questa pratica è resa possibile dalla battitura meccanica di piste da fondo larghe almeno 2,5-3 m, in cui il soggetto pattina letteralmente sugli sci aiutandosi con una spinta delle braccia, mediamente un’esecuzione più semplice rispetto al passo alternato. E’ un passo abbastanza elegante da vedere, che risulta più piacevole esteticamente anche usando spinte modeste senza grandi sforzi.


           [33 Il coefficiente di attrito dinamico è sempre inferiore a quello statico, tuttavia esiste una correlazione indiretta tra i due coefficienti: se la sciolina “attacca” molto, la spinta è facile ma la scivolata è scarsa, mentre se la sciolina “attacca” poco, lo sci scivola indietro in fase di spinta ma scorre bene sulla neve: per questo è fondamentale un buon equilibrio.

 

 

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Il movimento, il benessere, l’emozione       
Lo sci di fondo è uno sport ad elevata componente aerobica e quindi comporta un grosso impegno cardiovascolare, tanto maggiore quanto più scarso è il bagaglio tecnico (FISI-CONI, 1974, 143). E’ quindi importante un buon allenamento che, spesso, si svolge in condizioni “secche” – non direttamente collegate alla neve – praticando attività di resistenza come la corsa o il ciclismo, così che, quando la neve arriva, ci si possa concentrare nel ripasso dello stile e del perfezionamento tecnico e successivamente nel migliorare la velocità spostandosi da un luogo all’altro con tappe anche di parecchi chilometri su piste battute.

Il fondo viene considerato uno sport completo e salutare, che permette un contatto diretto con la natura nel senso del rispetto dei suoi ritmi e silenzi, oltre al fatto di non presentare il potenziale di inquinamento che possono avere discipline che richiedono impianti di risalita quali la discesa o lo snowboard (cfr. Intervista 14), come ad esempio sottolinea uno sciatore:

 

[...] se il fondo e l’alpinismo sono sport liberi, che non hanno impianti, quindi hanno anche un rapporto più rispettoso e non inquinano, dall’altro lato c’è la discesa, e lo snowboard, che hanno bisogno di strutture fatte apposta per loro... (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15).

 Inoltre, per quanto riguarda il corpo e il movimento, il fondo può essere visto come uno sport ideale per la salute, oltre che completo ed equilibrato:

 

il fondo è uno sport molto completo secondo me, perché i movimenti sono ripartiti nella varie componenti e tutte le parti del corpo lavorano, un po’ come nella corsa. Tutto il corpo è impegnato, ma anche e soprattutto la testa perché devi riuscire a coordinare tutto per garantire la sintonia del movimento. E’ una ricerca continua di equilibrio e armonia, con un grande sforzo sicuramente, che poi però dà piacere, sia perché hai completato il percorso sia perché paradossalmente, nella fatica, il silenzio, l’essere tu e la natura intorno ti fa quasi... rilassare, sì! (AD, Alleghe, 7 luglio 2007, cfr. Intervista 14)

 

Si può notare come questa pratica sia caratterizzata da una sintonia particolare tra i componenti fisici e mentali, che vede di fatto l’immaginario dello sci nordico unito a quello dello sci alpinismo. C’è quindi nell’esercizio atletico del fondo, nell’ipnotica iterazione della sua gestualità, una sorta di vocazione al dovere, di culto dello sforzo al quale segue il premio della solitudine, dell’unicità, della fruizione “giusta e pulita della montagna” (cfr. Trivero, 2004). Di fatto il fondo enfatizza l’armonia nella lentezza e nelle sue suggestioni, che invitano alla riflessione, alla visione panoramica, alla misura e alla quiete: aspetti di un’esperienza etica e quasi trascendentale, che vive lo sci come mezzo per raggiungere la pace interiore e non il rischio o la velocità.

 

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Uno sport che per certi versi può essere paragonato all’alpinismo, soprattutto per quanto riguarda il suo rapporto con la natura e con i suoi ritmi, ma anche alla discesa, nelle componenti di – comunque – “artificialità” delle piste e di “ordine” nei tempi, nel senso di assenza di insicurezza da “orari” – di fatto, nel fondo, come nella discesa, si può iniziare e andarsene a piacere. Un paragone che resta però limitato a pochi fattori, dal momento che la discesa si sviluppa sulla velocità, in una sintesi di azione/pensiero connessa ad una percezione spaziale immediata, fine a se stessa e all’ebbrezza portata dalla corsa e dal rischio. Il fondo resta sicuramente una disciplina salutare quanto faticosa, che può trovare dei punti d’incontro con le altre, pur non essendone assimilabile. Ecco la visione, abbastanza positiva, di uno sciatore di discesa:

il fondo è un po’ a metà strada tra l’alpinismo e la discesa, nel senso che segue piste battute ma in un rapporto diverso, più lento, silenzioso, rilassato ma faticoso rispetto alla discesa, in questo senso si avvicina di più all’alpinismo. Il fondo è leggero, economico, usa gli sci stretti e le sue piste sono già predisposte da macchine e battipista, sicure e controllate per chilometraggi, tempo, fatica, anche se senza impianti. Ci sono stazioni fisse, con i loro servizi, il noleggio e bon. Tu parti e te ne torni a casa quando vuoi, pacifico, non rischi di restare fuori la notte o perderti. Fai fatica, quello si, ma è un movimento riabilitativo perchè favorisce il coordinamento motorio completo, la resistenza, anche se ci sono salite e discese piccole e superabili da tutti [...] prevede coordinazione, respirazione, resistenza, il fondista può essere paragonato a un ciclista, o a un maratoneta, per la fatica e la resistenza, ma sicuramente fa bene, benissimo e ha pochissime controindicazioni rispetto a quello che riservano le altre discipline! (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15)

 Questa visione mi è stata confermata anche da altri intervistati (cfr. Interviste 12, 13, 14), e si accompagna ad un’altra caratteristica di questa pratica: la pressoché totale assenza di rischi ed emozioni estreme, che a volte caratterizzano sia lo snowboard sia la discesa e l’alpinismo. Fondo come sport faticoso e tranquillo, che si immerge nella neve con ritmi lenti e scanditi dai silenzi della natura e dal sudore della fronte, e proprio da questa “serenità” deriva l’emozione e il piacere tanto cari ai fondisti:

 per me già pensare di andare a far fondo è un’emozione. A parte il freddo il fondo permette un contatto diretto con la natura incontaminata, non ci sono le file e gli impianti che trovi con la discesa, è tranquillo [...] Dopo una giornata di fondo mi sento stanco, ma è come se avessi guadagnato e imparato qualcosa, se non altro il rapporto profondo con

 

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 la natura, che si può trovare solo con il fondo o l’alpinismo [...] e poi conta anche il silenzio, e i ritmi lenti... la tranquillità e la fatica... (AD, Alleghe, 7 luglio 2007, cfr. Intervista 14).

 Lo sci escursionismo – alpinismo

 L’avventura dello sci alpinismo
Da secoli esiste una disciplina sciistica itinerante che permette di muoversi leggeri sopra il candore del fresco manto nevoso, una disciplina nata, o meglio rinata, negli ultimi anni che ha disegnato una nuova dimensione fra gli orizzonti dell'ambiente alpino invernale, al di fuori delle affollate piste battute e della confusione delle stazioni sciistiche, conquistando una fascia altitudinale molto ampia e sviluppando con fantasia una pratica sciistica facile, divertente e ampiamente appagante: lo sci alpinismo.

Progettabile su diversi e crescenti livelli d'impegno, seguendo il concetto di “sci per tutti i terreni”, è in realtà la più remota delle forme di sci conosciute. Ripropone, tra mito e tradizione, con radici che affondano nei ricordi di un tempo e nelle riscoperte di oggi, un rispettoso modo di frequentare l'ambiente alpino invernale con discrezione e leggerezza, in cui l'escursionista giunge ad essere il protagonista silenzioso che riscopre l'antica fantasia sulle nevi (cfr. Maioli, 1976). Fondendo l'attrezzatura e la pratica dello sci nordico per continuare anche nei mesi invernali l'attività escursionistica estiva, ne mantiene lo spirito di curiosa scoperta nella cornice di nuove suggestioni e offre a chi lo pratica l'ebbrezza della fluida scivolata che diventa fusione del corpo con l'ambiente naturale, libertà nel movimento, fantasia e stupore nel creare percorsi, nel ricercare tracciati sepolti sotto la neve per boschi o su pascoli aperti. Un variopinto insieme di sport, gioco, cultura ambientale e avventura alpinistica:

 [...] a parte un fattore personale perché ci sono nato in mezzo alle montagne quindi vedere montagne è vedere casa per me, poi comunque l’alpinismo dà il piacere della ricerca, della conoscenza del territorio, della scoperta... scoprire le valli, non nel senso che sei il primo, perché non è che mi metto ad aprire una via, sia chiaro, non ho poi tutta questa esperienza, ma comunque è emozionante scoprire nuovi posti, nuove valli, nuove dimensioni... e poi guardare la realtà da angolazioni nuove perché sai, tipo io salgo in cima e guardo giù e vedo il paese che è un puntino minuscolo e anch’io mi sento piccolo ma almeno è bellissimo rendersene conto! è proprio la continua scoperta di posti nuovi, il piacere dello stupore, come un bambino che scopre il mondo! E poi, quando vai è splendido proprio essere totalmente immersi nell’ambiente naturale, cioè non artificiale (FF, Feltre, 5 giugno 2007, cfr. Intervista 12). 

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Queste sono le intime ragioni di una pratica che si presenta come logica continuazione dell'alpinismo estivo, come possibilità di effettuare escursioni sulla neve, lungo percorsi liberi, con lunghezze e dislivelli variabili, vivendo la frequentazione della montagna nella magica veste invernale. Lo sci alpinismo è un'attività sportiva nata quindi dal connubio tra il più tradizionale utilizzo dello sci come strumento per spostarsi in ambiente innevato e le moderne tecniche sciistiche di discesa, ed è proprio da questo incontro che nasce uno sport in cui essenziale è, prima di tutto, il contatto con la montagna e la natura. I ritmi lenti e cadenzati della salita, fatta rigorosamente con sci e pelli di foca[34], permettono infatti di godere di panorami di ineguagliabile bellezza, dove anche le linee delle cime più severe vengono smorzate, quasi addolcite, dalle informi geometrie della neve, in un gioco di contrasti di vette rocciose, boschi innevati e immensi pendii, lontani da stazioni turistiche e folle chiassose: è l’essere immersi e in balìa della natura, della montagna e dei suoi silenzi. Fattori che costituiscono anche gli elementi centrali delle emozioni e del piacere connesso a questa disciplina:

 

[...] non sai mai quando e soprattutto se riuscirai a tornare sano e salvo a casa, cambia totalmente la percezione del tempo!!! Vivi in uno stato di insicurezza totale dove non tutto può essere pianificato come nella discesa e anche il fondo. Tutto è lasciato agli eventi, in alpinismo sei in simbiosi con la natura, o ne va del tuo rischio, ti basi sui fattori celesti e climatici, tipo il sole, le stelle, il cielo, il caldo... sei tu, la montagna, il cielo, la natura, non ci sono gli orari degli impianti [...] è un’emozione continua, è proprio il fattore del nuovo, quando fai alpinismo fai qualcosa che fai solo tu in quel momento, e non importa se prima o dopo di te ci saranno altri nello stesso posto, in quel momento ci sei tu, solo tu, e sei sempre stupito, ti senti in continua esplorazione... non come in discesa che contemporaneamente a te ci sono altre centinaia di persone che stanno scendendo sulle stesse piste... qui hai sempre l’impressione di essere il primo e l’unico anche se, ovviamente, sai che non è così (FF, Feltre, 5 giugno 2007, cfr. Intervista 12).  


[34] Le pelli di foca, per aderire al terreno senza scivolare, sono oggi di tessilfoca, un pelo abbastanza rigido ma di spessore non esagerato (pesano di più quando si inzuppano) e autoincollanti.


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Un rapporto con la natura, quindi, totale e rispettoso, in cui l’uomo dovrebbe impegnarsi a seguire i tempi e i ritmi della natura, ad un livello di indipendenza che, però, comporta anche un rischio da non trascurare (cfr. Messner, 1976). Ecco la visione sul tema di uno sciatore:

Se fai alpinismo puoi andare su o giù, con gli sci, ma anche con le racchette o a piedi, mentre con la discesa puoi solo scendere. Sei più libero, non hai bisogno di mezzi, sei indipendente e puoi risalire quando e come vuoi, nel bosco, o sul bordo delle piste, e puoi scendere dove vuoi, anche sulla neve fresca! [...] Poi in questa disciplina devi considerare la fatica, il peso, il grandissimo dispendio di energie, ma anche il fatto che è rischiosa e pericolosa e c’è bisogno di una vasta conoscenza e di informazioni sia riguardo allo sport ma anche al percorso che stai facendo! C’è un contatto pieno con la natura, la ricerca del nuovo, libero dai vincoli della pista! e se pensi, il fatto che non devi fare nessun biglietto ti libera anche da ogni contratto di assicurazione o legame con enti. Sei libero di fare quello che vuoi, ma per la tua salvezza devi essere responsabile ed essere al corrente dei rischi che corri (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15).

 

Un idillio che però, come suggerisce uno studente fondista, sta diventando sempre più fragile:

 

è una disciplina che richiede il massimo rispetto, il buttarsi proprio a contatto con la natura, rispettandola e vivendoci insieme. Purtroppo soprattutto oggi spesso le persone partono allo sbaraglio per seguire la moda, e questo è estremamente pericoloso [...] adesso anche l’alpinismo sta diventando di moda, è passata la stagione della discesa, lo snowboard è in picco ... [l’alpinismo] viene visto magari come un’alternativa, le persone spesso non cercano lo sport in quanto tale, ma vedono i successi ottenuti dagli atleti anche in ambito internazionale, perché lo sport agonistico è pur sempre una vetrina pubblicitaria, e così le masse lo seguono per imitazione, come una mandria di caproni, ma resta solo come un’alternativa al proprio weekend al centro commerciale, senza cercare il vero contatto con lo sport e la montagna! (AD, Alleghe, 7 luglio 2007, cfr. Intervista 14).

 

Normalmente non sono molti gli sciatori che risalgono la montagna innevata andando oltre il limite servito dagli impianti di risalita: lo sci alpinismo non è sport di massa, ma neppure precluso a tutti. Può praticarlo chi disponga di una buona preparazione, dell’attrezzatura idonea e abbia almeno una guida alpina disposta ad accompagnarlo. Effettivamente una parte sempre più numerosa del “popolo dello sci” si sta convertendo al fuoripista, esasperato dall'affollamento delle stazioni turistiche e degli impianti di risalita in contesti oramai sempre meno “naturali”, e parte alla ricerca del silenzio, del contatto con la natura e della riscoperta del proprio io avventuroso, spesso senza considerare abbastanza che

 

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 lo sci alpinismo, sebbene affascinante, richiede tecnica, non improvvisazione e soprattutto rispetto per l’ambiente in cui si pratica. Come a dire che il “vero contatto con lo sport e la montagna” sta quasi venendo a perdere il suo valore profondo nell’evoluzione di un alpinismo sempre più di massa, tale per cui l’anima di questa pratica sta traballando e preoccupando non poco i suoi fautori:

 

l’alpinismo è solitudine, è aprire un’altra dimensione ancora, che stacca dal quotidiano ma non per immergersi nello spettacolo come la discesa, ma per entrare nel silenzio... lì non devi dimostrare niente a nessuno, solo a te stesso. Non devi farti pubblicità con la bella tuta o gli sci nuovi per far vedere il tuo status e i tuoi soldi, no, se fai alpinismo l’unica cosa che devi dimostrare è gratitudine e rispetto per la montagna e per la natura, per le emozioni che fa nascere e le esperienze che fa vivere. E quando hai capito questo, hai capito l’anima dell’alpinismo! (FF, Feltre, 5 giugno 2007, cfr. Intervista 12)

 

Questo è lo sci alpinismo: praticato da sciatori che non si accontentano delle piste battute e sentono il bisogno di uscire dalla routine, nella ricerca di quanto la montagna e lo sci possono ancora offrire, non si tratta ancora di uno sport di moda. E’ voglia di vivere l’avventura (Messner, 1976, 10). Faticoso e duro, non sempre in una montagna che si dimostra benigna e disponibile, è anche per questo meraviglioso nel portare a vivere emozioni uniche e irripetibili, come afferma un cuoco-alpinista:

 quando fai alpinismo già riuscire a tornare a casa sano e salvo è una bella soddisfazione. Uno pensa che quando si arriva lassù si sente euforico, e questo è vero solo in parte, in realtà si arriva stanchi, sfiniti. Certamente felici, mi è capitato anche che scendessero le lacrime di felicità a volte, anche per quello che ti sta attorno, per l’immensità e il fatto che tu ti rendi conto di essere solo un piccolo puntino di fronte alla natura (AF, Alleghe, 11 luglio 2007, cfr. Intervista 16).

 Il fatto che oggi lo sci possa essere praticato da tutti o quasi pone un’altro problema, quello della preparazione: la partenza giusta per arrivare allo sci delle alte cime passa necessariamente attraverso le piste battute dal grande pubblico. È lì che si impara, si affina la tecnica e si acquisiscono nozioni che permettono di praticare seriamente e coscientemente questo sport; solo in un secondo tempo

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 si potrà scendere su neve fresca, alta, dura, ghiacciata, trasformata, pesante, ventata... di tutti i tipi: alla montagna d’alta quota ci si accosta gradualmente, compiendo ascensioni sempre più impegnative. Bisogna abituarsi alla salita col peso degli sci e dello zaino in spalla, così come ai diversi tipi di neve e livelli di pendio, che potrà essere più o meno ripido, talvolta da scalare perfino con i ramponi oppure a “spina di pesce” quando le pelli-similfoca (che stanno sotto le solette) non aggrappano abbastanza. Le varie situazioni che si incontrano, differenti l’una dall’altra e che proprio per questo richiedono comportamenti diversi, esigono conoscenze tecniche di alto profilo sciistico, oltre ad una concentrazione serrata:

 E’ il sapore dell’avventura, del rischio, devi sempre essere superconcentrato, la mente e il corpo sincronizzati, la preparazione mentale e anche tanta flessibilità perchè non sai mai quello che ti capita, ma devi essere pronto a tutto. Devi avere la concentrazione diffusa su più livelli e fronti, sia mentale che nel corpo, ci sono sempre rischi e pericoli che incombono… può spuntarti fuori un animale pericoloso, un dirupo, poi c’è il freddo, la vegetazione, si insomma, non si sa mai, bisogna avere testa per prevedere tutto e far fronte a tutto (FF, Feltre, 5 giugno 2007, cfr. Intervista 12)

 Sicuramente è più pericoloso di molti altri sport ma se si è ben preparati anche con l’equipaggiamento e si ha un buon senso dell’orientamento i problemi si risolvono. Poi se ti prepari anche fisicamente e non ti scoraggi alla prima difficoltà vai avanti e ti rendi conto di quanta soddisfazione hai... la montagna dispensa sempre un sacco di soddisfazioni e felicità a chi la ama! (FD, Feltre, 20 aprile 2007, cfr. Intervista 10)

 Per una serie di comprensibili motivi lo sci alpinismo è sconsigliato agli improvvisatori e ai “solitari”: l’esperienza che emerge anche dalla ricerca di campo insegna che l’alta montagna va affrontata in più persone, meglio ancora se accompagnati da un maestro di sci o da una guida alpina se non si è sufficientemente esperti. Comunque, si tratta effettivamente di uno sport potenzialmente pericoloso, ma spesso non tanto quanto viene dipinto, come ci conferma un alpinista:

 c’è un’ignoranza in giro che fa spavento per quello che riguarda la montagna. Quello che conta per gli organi di informazione è soprattutto la tragedia, il pericolo scampato, ma statisticamente la probabilità di incidente in montagna non è superiore a quella stradale o casalinga. E’ chiaro che se svuotiamo l’alpinismo di una certa dose di difficoltà e grado di

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 rischio verrebbe meno una delle caratteristiche di fondo della natura umana che è sempre alla ricerca dei propri limiti e la conoscenza di sé attraverso l’incontro con la montagna. E’ fuorviante che nell’immaginario collettivo ci sia un’associazione tra alpinismo e pericolo; pensiamo allora allo sci alpino e al numero sicuramente più elevato di frequentatori delle piste, o allo snowboard e a quei pazzi che si buttano giù come trottole. Però, d’altro lato, oggi gli alpinisti, grazie agli strumenti di conoscenza a disposizione, dalle riviste, alle guide, libri, internet, bollettini vari si possono programmare in modo più sicuro, almeno rispetto al passato, la propria impresa. Non deve, però, mai mancare lo spirito d’avventura. La difficoltà comporta sempre un certo grado di rischio (AL, Alleghe, 26 agosto 2007, cfr. Intervista 20).

 Salti, discese in canaloni, tra pilastri e balze rocciose, senza alcun tipo di costrizione, lontano dai rumori e dalla gente. L'incanto della neve appena caduta, il silenzio ovattato della neve fresca, il contatto vero, quasi mistico con la natura selvaggia, la ricerca del momento perfetto, dell'istante magico che, da solo, vale una giornata intera. Questo e altro ancora è sci alpinismo.

Gli strumenti dell’alpinista       
Anche grazie all’evoluzione delle esperienze vissute da quanti praticano lo sci alpinismo, per quanto riguarda l’attrezzatura (sci, scarponi, attacchi, pelli tessil-foca e accessori vari) il mercato è ormai in grado di offrire prodotti di altissima qualità, ad esempio utilizzando rivoluzionari tessuti in microfibra impermeabili e antivento, oltre a imbottiture che garantiscono il calore anche alle più rigide temperature. In questa disciplina, come per tutte le specialità sportive, sia per quanto riguarda gli attrezzi sia per i capi di abbigliamento, è necessario un equipaggiamento specifico che assicuri il massimo comfort, minimizzi i disagi imprevisti e protegga validamente dalle occasioni di rischio. Poiché in montagna, lungo gli itinerari completamente immersi nella natura che sono l’affascinante scenario di questa disciplina, si è del tutto esposti alle condizioni meteorologiche più disparate e spesso imprevedibili, particolarmente attenta deve essere la scelta dei materiali e degli indumenti da usare, caldi e non ingombranti, come sottotute, calzettoni, pantaloni, camicie, felpe e giacche. Questo tipo di equipaggiamento risponde a precise esigenze tecniche e non può essere improvvisato neanche da chi inizia l’attività. Per quanto riguarda gli sci, ad oggi

 

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 quasi tutte le industrie produttrici hanno nelle loro collezioni sci specifici da sci alpinismo:

 Se fai alpinismo puoi andare su o giù, con gli sci, ma anche con le racchette o a piedi, mentre con la discesa puoi solo scendere. Sei più libero, non hai bisogno di mezzi, sei indipendente e puoi risalire quando e come vuoi, nel bosco, o sul bordo delle piste, e puoi scendere dove vuoi, anche sulla neve fresca!... sotto gli sci c’è pelle di foca per tutta la lunghezza dello sci, che favorisce una maggiore adesione, senza slittamento e permette così di risalire tutti i pendii. Inoltre, nell’attacco per gli scarponi, la talloniera si può rialzare anche di 10 cm, e il piede è legato solo in punta (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15).

 Oltre a ciò questi sci hanno la particolarità di presentare, proprio in prossimità dell’estremo della spatola, un buco tondo che serve per allestire, in caso di necessità, una barella di fortuna. Sono sci piuttosto larghi e sciancrati (62 mm al centro dove viene posizionato l’attacco), flessibili e leggeri ma con un’ottima tenuta sulla neve fresca, e normalmente di una lunghezza compresa tra 160 e 180 cm (Kurz, 1994). Tutti gli attacchi attuali, pur permettendo di alzare il tacco per la progressione in piano e in salita, presentano un blocco valido dello scarpone per la discesa, scarponi le cui caratteristiche principali devono essere la leggerezza e l’impermeabilità, che migliorano enormemente la progressione in salita e in piano diminuendo la fatica. Accanto a questi, ci sono i bastoncini, che devono essere leggeri ma resistenti alla rottura, con rotelle piuttosto ampie per non sprofondare più di tanto nella neve alta. Infine, un fondamentale strumento è lo zaino, impermeabile, con annessi cinghietti per il fissaggio degli sci, dalle giuste dimensioni per contenere tutto il necessario senza essere troppo pesante: la leggerezza degli attrezzi e dell’equipaggiamento è determinante nella pratica dello sci alpinismo.       
Imprescindibile è l’informazione sugli itinerari, le condizioni meteorologiche in essere e in previsione, sulle possibili oscillazioni della temperatura esterna e della neve e importante è la presenza nel gruppo di veri conoscitori della montagna e delle sue vie. In ogni caso, occorre sempre muoversi con criterio, prudenza e buon senso, rispettando regole e precauzioni molte volte semplici e intuitive, come il fatto di programmare dettagliatamente l’escursione, curare l’equipaggiamento anche nei particolari, informarsi valutando meteo e rischi, non partire mai da soli, e, soprattutto, rispettare la montagna, dove “siamo

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solo ospiti” (Messner, 1976). Comportiamoci quindi come tali, rispettando la fauna e la flora, lasciando la montagna com’è e, soprattutto, come si vorrebbe ritrovarla, senza sporcare, rovinare e abbandonare rifiuti di qualsiasi tipo.

 

Il carving e discesisti

 

Lo sci carving       
Per quanto riguarda lo sci da discesa, e in particolare lo sci “in pratica” con la relativa attrezzatura e costituzione, rimando il lettore al Capitolo 1, dove ne viene analizzata la storia e l’evoluzione tecnologica, e in particolare, soprattutto a questo proposito, al paragrafo 1.2 (Lo sci in pratica – Struttura e tecnologia). Intendo qui soffermarmi invece su quelli che possono essere i significati e le considerazioni legate a questa disciplina, concentrandomi anche sulle dinamiche emotive vissute dai praticanti.   
carving (dall’inglese to carve, incidere) è una tipologia di sciata diffusasi negli anni novanta grazie all'introduzione degli sci sciancrati, ossia stretti al centro e più larghi alle estremità (cfr. Intervista 7), che ha preso il sopravvento sulle tecniche più classiche grazie alla facilità di esecuzione e alla garanzia di prestazioni migliori. Lo sci di discesa quindi è giunto a uno sviluppo per cui la sua stessa denominazione deriva dal tipo di sci utilizzato in seguito all’evoluzione tecnica e pratica in questo settore: gli sci carving, esemplari del fatto che le “tavole” sono diventate strumenti tecnologici a tutti gli effetti, disegnati al computer e plasmati con materiali ultramoderni. Le geometrie sinuose e i sistemi antivibranti hanno condotto alla rivoluzione delle misure, mentre accorgimenti tecnologici e materiali sofisticati ottimizzano l’aderenza al terreno e la stabilità, grazie a inserti, bracci meccanici, circuiti elettrici, punte e code in plastica studiati per smorzare le vibrazioni dannose che affaticano le gambe e tolgono sicurezza. carving ormai sono tutti o quasi gli sci presenti sul mercato, in un’offerta che propone ampie e complete gamme di modelli personalizzati a seconda del target di utilizzo. Ma l’evoluzione della forma continua, e le aziende non si sono fermate al successo del carving, continuando a sviluppare idee e progetti che ottimizzino le prestazioni degli sci sciancrati. Ecco dunque nuove strutture con rinforzi speciali che irrigidiscono gli sci in alcuni punti e li rendono più flessibili in

 

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 altri, accanto a nuovi sistemi che permettano di scorciare le misure e rendere gli sci più facili da manovrare e governare. Oggi uno sci viene classificato in base alla sua sciancratura (ovvero geometria, che si misura con la larghezza di punta, centro e coda, solitamente in millimetri) e alle sue flessibilità e rigidità torsionale, che dipendono dal tipo di costruzione e dai materiali impiegati per essa, oltre che dai rinforzi. Tutti fanno ormai larghissimo uso di titanio, titanal, kevlar e carbonio, oltre naturalmente della collaudata fibra di vetro che viene intrecciata in vari modi per modificare le strutture e quindi le risposte dinamiche degli sci. Lamine e solette sono curate e ben preparate in modo addirittura personalizzato, nel senso che, a seconda del target di utilizzo del modello, anche gli angoli delle lamine variano.  
Con lo sci classico – poco sciancrato –, per curvare, la tecnica era costituita da una successione di movimenti dati da piegamento, appoggio del bastoncino sulla neve ad inizio curva, distensione e anticipazione, con una posizione in cui lo sciatore teneva il busto a valle e il bacino a monte; in questo modo, però, gli sci giravano scivolando (sliding) e perdendo in velocità. Invece, con i carving, lo sciatore inclina contemporaneamente gli sci, i quali seguono il naturale raggio di curva dato dal loro profilo "parabolico" che varia a seconda del tipo di sci (grado di sciancratura, flessibilità e lunghezza) e della pressione esercitata dall’atleta. L'inclinazione dello sci si traduce in conduzione della curva con la spinta esercitata dallo sciatore, che mantiene sempre il peso centrale, adottando a volte una circonflessione del ginocchio interno alla curva, la cui successione avviene invertendo gli sci da uno spigolo all'altro, a volte senza necessità di puntare il bastoncino. Al crescere della pendenza, basterà aumentare l'inclinazione degli sci e compensare la forza centrifuga con una maggiore inclinazione del corpo all'interno della curva. La difficoltà è proprio quella di condurre le curve, compensando la forza centrifuga con una inclinazione sempre più elevata all'aumentare della velocità. L'effetto è simile allo snowboard e in un utilizzo estremo (come il fun-carving), non utilizzando i bastoncini, ci si può appoggiare alla neve con la mano: in questo caso non conta la velocità di discesa, ma la velocità angolare in curva. Si tratta di una pratica molto diffusa, soprattutto tra i giovani, grazie alle sue componenti di rischio e velocità, dove la forza e la potenza umana possono venire a volte esasperate anche a costo di

 

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risultare pericolose, in quanto praticate su piste sempre più lisce e affollate (Trivero, 2004, 125).        
Nonostante questa disciplina faccia riferimento allo “sci classico” di discesa, anch’essa non arresta di evolversi adattandosi allo sviluppo della società e della moda. Parliamo qui di moda strettamente legata alla pratica degli sport invernali, che è differente da quella che caratterizza ad esempio l’abbigliamento, anche se confezionato in modo da riparare dai rigori del freddo più intenso. In questo caso, per le attività sulla neve, la caratteristica essenziale dell’attrezzatura (tute, scarponi, ecc.) è la tecnicità, nel senso di permettere una certa agilità e comodità dei movimenti, e la protezione. Protezione dal freddo, dalla neve, dalla pioggia e dal vento ottenuta con l’uso di tessuti speciali, spesso sovrapposti in un insieme interattivo per un migliore effetto termoregolatore, e con accorgimenti nei dettagli come le cuciture termosaldate e la confortevole ergonomia delle linee, che trasmettono uno spirito pratico e la facilità d’uso.

 

Emozioni in libertà

Lo sci di discesa, come è emerso dalle interviste effettuate, è principalmente collegato ad emozioni forti, liberatorie, provenienti dall’adrenalina che viene scaricata in pista, associata all’abbandonarsi alla forza di gravità che fa scivolare lungo le piste innevate, in un turbine di eccitazione energetica, come mi spiega un giovane sciatore:

 è un mix di tante cose che poi sommate fanno l’emozione che lo sci ti può dare. E’ divertimento perché puoi correre come un razzo giù per le piste, e sei sempre con gli altri, ma allo stesso tempo è bello anche scendere facendo le curve ed è bello cercare di mettere insieme la velocità con la ricerca delle curve armoniche e l’equilibrio... non è facile, lo sai. Poi c’è anche la componente del rischio, perché metti insieme l’adrenalina e il piacere che ti dà fare una sciata pulita e giusta, con le curve belle con la velocità. E’ un’esperienza dove si può vivere il divertimento, ma anche l’amicizia, e dove si impara a conoscere sempre meglio le proprie possibilità fisiche e mentali [...] andiamo su e scendiamo, puntiamo sulla velocità, sulle acrobazie, sull’adrenalina... è una liberazione, uno sfogo, anche con il rischio e le sue emozioni! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13)

 Sensazioni frizzanti quindi, in un certo senso diverse da quelle ricercate attraverso discipline come l’alpinismo o il fondo, dove si punta più sull’aspetto “meditativo” di un rapporto intimo da instaurare con la montagna, i suoi ritmi e

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 silenzi. La discesa comporta infatti emozioni che nascono sia dallo sviluppo della tecnica vera e propria, sia dal fatto che è possibile mettere in pratica la propria creatività, per personalizzare la sciata ma anche per affrontare le difficoltà, dando vita a un proprio stile e facendo, a volte, dello sci una vera e propria “arte”:

 sciare è emozionante dentro, anche se questa resta comunque una sensazione soggettiva, che deriva dal rischio ma anche dalla paura, perché sciare è un po’ entrare in un altro mondo, come una fuga dalla realtà. E l’emozione coinvolge anche per misurare la preparazione tecnica dell’atleta, l’attrezzatura, la pista. Ogni pista è diversa dall’altra, e così porta emozioni sempre diverse... ad esempio, in una pista nera c’è molta titubanza e paura, ma quando si riesce a scendere e ci si rende conto di avercela fatta hai il triplo della soddisfazione, della felicità, grazie anche alla capacità tecnica che hai scoperto di avere… così è un continuo sobbalzo di stati psicologici che affrontano le difficoltà (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15).          

 hai la soddisfazione per ogni pista che fai, un po’ come il fondista, ma lui ha la soddisfazione alla fine della giornata dopo tutto il percorso, mentre chi fa discesa ad ogni pista può ritenersi gratificato e un po’ liberato, soprattutto se riesce a farla senza cadere mai! Comunque la gratificazione viene anche nella creatività, perchè sciare è anche e soprattutto curvare, e cercare di farlo al meglio possibile, anche con le evoluzioni o scoprendo e sperimentando nuove tecniche... metti in moto sia il rischio sia la fantasia, inventi variazioni e le metti in pratica cosi non ti stufi mai. Ci sono tanti tipi di sciata e ogni pista ti permette di provarne diversi! [...] non solo devi scendere, possibilmente senza cadere, ma anche scendi veloce, lasci scorrere l’adrenalina che hai dentro, cerchi di sciare bene e in modo corretto, con la tecnica giusta ma aggiungi in più il tuo stile personale, che alla fine è quello che si vede, e non è facile, bisogna impegnarsi a fondo, e poi è soddisfazione e divertimento insieme! ti senti realizzato! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13) 

 Questa visione della disciplina sciistica creativa e personale si trasmette anche ai processi di didattica e apprendimento, concentrati sempre di più sullo sviluppo dell’individualità dell’allievo in simbiosi con lo sport piuttosto che sull’insegnamento di rigidi schemi e modelli di sciata (cfr. Intervista 4 e 6), come è stato analizzato in precedenza. La sensazione di libertà che emerge dalla sciata, però, rispetto ad esempio all’alpinismo, in un certo senso è in realtà “limitata” materialmente da impianti e strutture “artificiali”, che vanno dai mezzi di risalita, al biglietto, alle piste stesse (cfr. Intervista 15). Ecco, in merito, le visioni a confronto di un discesista e un alpinista:

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In discesa ci sono gli impianti che ti portano su, ma di fatto se vai a sciare puoi solo scendere, e hai sempre bisogno dei mezzi di risalita, che sono artificiali, portano inquinamento, bla bla bla, ma in questo modo sono un servizio agli sciatori e ne limitano la fatica, mentre gli alpinisti e i fondisti non hanno bisogno di mezzi di risalita, loro con gli sci salgono e scendono, non inquinano e fanno più fatica (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13)        

 [...] è tutta una costruzione artificiale, come anche gli impianti per fare discesa [sci di discesa], anche le piste, è tutto artificiale. La discesa non è contatto con la natura, e lo snowboard ancora meno! sulle piste il manto nevoso è sempre uguale, tirato a lucido, disboscato, senza un imprevisto dal terreno, non ci sono incertezze nel pendio! (FF, Feltre, 5 giugno 2007, cfr. Intervista 12)

 Fattore, quello dell’artificialità, di cui i discesisti sono pienamente consapevoli, ma che tendono a minimizzare soprattutto considerando i progressi della tecnologia nel limitare i danni nell’impatto ambientale e i risvolti positivi che l’arrivo in alta quota del turismo può avere sui contesti economico-sociali dei territori di montagna:        

 c’è da dire che i nuovi sistemi di impianti per la discesa si sono comunque evoluti rispetto a una volta, in risposta all’ambiente e per limitare il più possibile i danni e l’inquinamento... che comunque resta, so che c’è e tanto, ma qualcosa si sta muovendo per abbassarlo, ad esempio i motori che vengono usati si stanno via via sostituendo quelli a gasolio con quelli elettrici che inquinano meno! La strumentazione che viene usata è sempre più ricercata, curata, per garantire anche alti standard di sicurezza e di evoluzione tecnologica! E poi se in una valle dispersa si inizia a portare turismo o comunque gente, questo automaticamente porta una rivitalizzazione generale del posto stesso, dei paesini di montagna, dell’economia, delle case che vengono ristrutturate e diventano pensioni o bed&breakfast... insomma so che lo sci porta inquinamento, ma anche vitalità! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13)        

 Due ultime considerazioni sono emerse in relazione alla pratica della discesa, in visioni molto interessanti, soprattutto perché “dall’esterno”, ossia da sportivi impegnati in discipline quali il fondo e l’alpinismo, per esempio, molto diverse dalla discesa-carving. Le osservazioni in questione riguardano principalmente gli aspetti della pericolosità e della spettacolarità di questa pratica, talvolta collegate alla caratterizzazione di “sport pubblico” a cui viene riferita la discesa. Questa, infatti come anche lo snowboard, è un’attività individuale ma inserita in un contesto sociale, in cui ognuno è solo con le sue capacità, ma partecipa a un

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 evento comune di cui si è sia attori sia spettatori, sempre esposti agli occhi e al giudizio degli altri. Da questo deriva l’emozione “esteriore” dello sci:

 quando stai sciando, sei consapevole che, volenti o no, c’è un mucchio di gente che ti sta guardando... sei, come dire, esposto al pubblico come in una vetrina! E’ emozionante questo! (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15)  

 in discesa c’è proprio il fattore della spettacolarizzazione, sci sempre e continuamente sotto gli occhi di tutti. Li non c’è il bosco che ti protegge o un solco, non puoi evitare di essere sempre sulla scena [...] sei sempre esposto e costretto emotivamente e fisicamente a dare il meglio di te, un po’ come in un’altra dimensione. Hai sempre gli occhi puntati addosso, non solo quando fai le gare, ma sempre, e cerchi sempre di far bella figura. (FF, Feltre, 5 giugno 2007, cfr. Intervista 12) 


Una “costrizione emotiva” che spesso, soprattutto tra i più giovani o tra i meno esperti, si trasforma in un pericoloso esibizionismo alla ricerca di emozioni forti (cfr. Intervista 19 – seensation seekers), che comporta rischi notevoli per sé e per gli altri sciatori, come mi spiega uno di essi:

 hai presente quelli che dopo un paio d’ore di lezione si credono Tomba e si buttano giù a manetta mostrandosi campioni e facendo pure gli esibizionisti... ecco, quel genere lì, insopportabili. Così poi subentra la fretta oltre alla velocità, ed è male per tutti! (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15)

 “Male per tutti”, dove “tutti” non sono solo le persone, ma anche lo sport, nelle parole di uno studente fondista:

 sinceramente ho provato una grande delusione rispetto all’ambiente della discesa, che secondo me e per i miei gusti è troppo mondano, sovraccarico, certe volte si punta troppo sul dar spettacolo e sull’esibirsi, e poi è pericoloso, c’è troppa gente spericolata, per non parlare delle file interminabili, della maleducazione che gira. Insomma, manca quasi un contatto con lo sport vero e proprio, e con la natura soprattutto, io la vedo così... a volte pare che quelli che vanno a sciare puntano più sul farsi vedere, dar scena, magari senza vera passione. Mi sembra quasi che alcuni manchino di rispetto alla montagna, che vedono come uno strumento, sia allo sport. (AD, Alleghe, 7 luglio 2007, cfr. Intervista 14).

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 Concludendo, come mi disse uno sciatore, la discesa-carving dovrebbe nutrirsi di altri valori, in cui

 uno che è davvero bravo, non solo ha tecnica e stile, ma è anche responsabile e sta attento agli altri! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13).        

 

Generazione snowboard

 

Surfando sulla neve       
Occhiali da sole a specchio e colorati, i-pod nella tasca anteriore del giubbotto, auricolari alle orecchie, cuffietta di lana in testa e tavola ai piedi: ecco come può apparire l’identikit – variabile ovviamente a seconda della persona e del contesto – dello snowboarder (o rider). Quasi una divisa, sembra, che va a confondersi nel mosaico di colori che ravvivano gli snowpark, piste adattate a questa disciplina in cui le nuove generazioni pare stiano dicendo addio al classico paio di sci, “ingombranti e sorpassati, per abbracciare e cavalcare la tavola”, nel linguaggio di una giovane ma già affermata rider (cfr. Intervista 21). La nascita dello snowboard è da attribuire ai surfisti da onda californiani che, durante gli inverni degli anni ‘70, iniziarono a sperimentare le stesse emozioni sulla neve delle onde ghiacciate. Giunto in Europa agli inizi degli anni ’80, spopola ormai anche in Italia dove, però, ha avuto molte difficoltà ad attecchire, e tuttora viene a volte e in certe situazioni visto con diffidenza dagli abituali fruitori delle “normali” discipline sciistiche:

 

lo snowboard talvolta può sembrare quasi la sciagura delle piste, io non li sopporto, non sopporto proprio vedere la tavola, è una dilaniazione. Oltre ad essere pericoloso per tutti, chi lo pratica alcuni mi sanno di kamikaze, ci sono questi giovinetti che colonizzano le piste e fanno perdere la voglia anche di far discesa perchè sono spericolati, si buttano giù come dei pazzi, non hanno rispetto di niente. E’ il lato peggiore per la discesa e poi quanti discesisti perdono la voglia e magari vengono a far fondo! Anche per me è stato un po’ così! (AD, Alleghe, 7 luglio 2007, cfr. Intervista 14).

 

Una visione che, soprattutto in funzione delle componenti di “spericolatezza ed esibizione”, è spesso condivisa anche da alcuni sciatori discesisti, alpinisti o fondisti:  
 

Lo snowboard, beh, è tutto un altro mondo, quelli sono esibizionisti totali, dei pazzi, trasmettono libertà ed è comunque uno sport giovane, solo che è pericolosissimo, fortuna che

 

 

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 adesso gli hanno fatto le loro piste apposta [gli snowpark] cosi si possono sfogare lì sennò farebbero strage. E’ una disciplina proprio incompatibile con tutti gli altri stili, e penso sia stiloso nel senso che negli ultimi anni è scoppiata la moda, ma quanto a eleganza e raffinatezza è chilometri sotto alla discesa! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13)

 

Lo snowboard ha avuto infatti in questi ultimi anni uno sviluppo notevole, e si presta benissimo alle discese in neve fresca fuoripista e in montagna.  Purtroppo il numero relativamente elevato di incidenti riscontrato, dimostra che non tutti gli snowboarders sono preparati ad uscire dalle piste. E’ il mezzo preferito dai giovani, perché permette di esprimere la propria creatività tra acrobazie, salti e corse libere sulla neve fresca con ineguagliabili scariche di adrenalina, derivanti, appunto, non solo dal rischio della disciplina in sé, ma anche dall’avventatezza di incorrere in pericolosi incidenti con altri sciatori.      
Proprio “un altro mondo” rispetto alle altre pratiche sciistiche, un mondo esposto, pubblico, in cui tutto è spettacolo, scena, esibizione, immagine e anche questo fattore estetico, che per certi versi può riprendere l’universo della discesa, contribuisce non poco all’emozione di scendere sulla neve con la tavola:

 

dal punto di vista dell’immagine, noi [i discesisti] e quelli che fanno snowboard diamo spettacolo, tipo come un’esibizione pubblica, che richiede tanto impegno, creatività... anche perchè ci sono gli altri che ti guardano e tu ti metti sempre in gioco, devi far vedere la tua personalità, anche perchè ognuno ha uno stile, un modo di scendere, che dipende dalla scuola e quindi anche dalla nazione ma anche dalla tecnica e dalla fantasia! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13)

 

Una visione che riserva in alcuni casi anche lati negativi, riprendendo in questo le “diffidenze” dei praticanti delle altre discipline, che a volte possono sentire perfino “tradito” lo spirito sportivo e della montagna:

Se pensi allo snowboard […] quel genere non è sport, è ostentazione, velocità, esibizione, lo sport è un’altra cosa, prima di tutto rispetto per l’ambiente che ti circonda (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15)

 

[…] ci sono questi giovinastri che trasferiscono la discoteca sulle piste, basta che vai negli snowpark, un casino infernale, birra a fiumi, tutti con l’ipod in tasca e il cellulare in mano a filmarsi, hanno stravolto tutto quello che è il rapporto puro e rispettoso che può esserci tra l’uomo e la montagna! Poi uno sport così è la moda del momento e più persone lo fanno più si

 

 

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 alimenta e sarà sempre peggio. Sarò anche pieno di pregiudizi, ma nella realtà non vengono smentiti. Questa gente non ha nessun punto in comune con lo spirito della montagna! (AD, Alleghe, 7 luglio 2007, cfr. Intervista 14) 

 

Una visione dello spirito che resta comunque soggettiva, non generalizzabile, e dipende dai punti di vista e dai valori di chi ne parla, come vediamo analizzando l’osservazione di una snowboarder:

 

parliamo da punti di vista diversi e non si può generalizzare. Chi fa snowboard seriamente non si sognerebbe mai di buttarsi su una pista di discesa come un pazzo tra la gente. Per noi ci sono gli snowpark, o comunque il fuori pista. Chi è veramente pericoloso sono gli scellerati che non sanno neanche stare sulla tavola e credono di essere chissàchi… ma non siamo tutti così… poi, beh, lo spirito sportivo non penso sia univoco, ognuno che pratica sport ci vede qualcosa di diverso. Ad esempio, per me spirito sportivo è divertirmi, esprimermi, sentirmi vibrare nelle vene l’adrenalina quando scendo, liberare le mie energie così, insomma, e se lo sento, per me e credo anche per gli altri surfisti, vuol dire che dal nostro punto di vista allo spirito dello sport gli stiamo facendo onore!   (AM, Alleghe, 29 agosto, cfr. Intervista 21)           
 

Per quanto riguarda “lo spirito della montagna”, quello inteso e amato dai praticanti ad esempio di alpinismo e fondo, si tende invece a minimizzare l’impatto che ci può essere, probabilmente anche perché la concentrazione e l’emozione dello snowboarder sono soprattutto focalizzate sulla pratica in quanto tale e sulle sensazioni che possono dare il movimento, il rischio e l’espressione creativa. Sembra quasi che il contesto e il paesaggio assumano un’importanza secondaria, almeno in rapporto a ciò che rappresenta nelle altre discipline (cfr. Intervista 12, 14):

 

Non facciamo mica del male alla montagna, è lì per tutti, anzi, noi la rispettiamo e ne sfruttiamo a pieno i suoi dossi e le sue conche, che più ce n’è meglio è, non la cambiamo mica. E poi, quando scendiamo tra i boschi, o sulla neve fresca, quella è immersione nella natura! Ok, avremo anche la neve artificiale e tutto il resto, ma anche la discesa e il fondo ce l’hanno. Ma cosa vuol dire poi spirito della montagna, che ci sono i folletti?!  (AM, Alleghe, 29 agosto, cfr. Intervista 21).

 

Una pratica creativa

Per la “generazione di Internet”, lo snowboard ha una continuità speciale con il Web, sia nel linguaggio sia nel movimento: si “naviga” in rete, si “surfa” sulla

 

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 neve, ma sempre all’insegna dell’indipendenza e della fantasia più totale, prediligendo la neve che più assomiglia all’acqua e alle sue onde: fresca, alta e

polverosa, che non tutti sono in grado di affrontare, anche perché richiede un grande impegno fisico e mentale:

 

la cosa essenziale, anzi le cose essenziali, sono l’equilibrio, la concentrazione e la velocità. Con la neve fresca, bisogna galleggiare e il galleggiamento è dovuto dal rapporto tra la superficie della tavola, velocità di avanzamento e peso del rider… in più abbiamo la capacità e la sensibilità del surfista, ma anche la sua costituzione, che deve essere in buon rapporto con la tavola, ad esempio per una persona che pesa tipo 75 Kg c’è bisogno di una tavola di 155/160 cm, bella larga in spatola e non troppo dura… ed è importante anche la posizione, leggermente indietro con il peso per alleggerire la punta. Per curvare basta inclinarsi leggermente all’interno della curva, rimanendo appoggiati alla neve e lasciando fare il resto alla tavola… (AM, Alleghe, 29 agosto, cfr. Intervista 21)

 

mi spiega una snowboarder, che continua soffermandosi sulla velocità, altro elemento fondamentale per questo tipo di neve e di sport:

 

più siamo veloci e decisi, più la nostra traiettoria sarà precisa e potremo controllare dove andare a fare le curve, o i salti. All’inizio, timorosi, tutti tendiamo a rallentare e invece, così, la tavola tende a sprofondare improvvisamente, si ferma e facciamo molta fatica a fare pochi metri. Ecco perché la velocità è importante, fa stare a galla senza sprofondare e permette di sfruttare la pista anche per le acrobazie e i salti. Paradossalmente è così, più vai veloce meno rischi di cadere! (AM, Alleghe, 29 agosto, cfr. Intervista 21)   

 

Le discipline agonistiche dello snowboard sono diverse e si dividono principalmente in due gruppi. Ci sono quelle praticate con attrezzatura hard[35] (scarponi rigidi, tavole strette e sciancrate) che consente di ottenere maggior velocità e conduzione, riservate soprattutto ai “professionisti”. Accanto a queste, lo snowboard con attrezzatura soft –  scarponi morbidi, tavole simmetriche e larghe che consentono maggior elasticità e versatilità – che ha più richiamo tra i giovani e le cui specialità più diffuse sono l’half pipe (in cui gli atleti si misurano con un canalone artificiale eseguendo vari tipi di figure ruotando sia sull’asse verticale sia su quello orizzontale), lo snowboardcross (dove i riders scendono in gruppo su un percorso comune contraddistinto da ostacoli quali salti, gobbe, tronchi, cunette e curve paraboliche) e il freeriding estremo, in cui ci si butta letteralmente da pendii con inclinazioni estreme sfidando gli altri sullo scorrere dei secondi.


[35] Lo snowboard “hard” si suddivide a sua volta in diverse specialità: slalom, slalom parallelo, gigante, gigante parallelo, supergigante.

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Ma dove praticare lo snowboard? A differenza di discipline come la discesa e il fondo, questa pratica non necessita per forza di piste obbligate, anche se oggi sempre più stanno nascendo aree particolari dedicate chiamate snowpark: spazi liberi con collinette, salti (jumps), percorsi e attrezzature per ogni tipo e livello di rider. Oltre a questa possibilità, però, gli snowboarder si possono lanciare anche tra boschi o spazi liberi. Nel bosco ci sono relativamente pochi pericoli per quanto riguarda le valanghe e gli scontri con gli altri sciatori, ma ci sono rischi di collisione con gli alberi, quindi è preferibile scegliere boschi radi, con buon spazio dove poter gestire le traiettorie:

 

in questo terreno le emozioni sono fortissime, la sensazione di velocità è esaltata dagli alberi che diventano punti di riferimento fissi, e destreggiarsi da un ostacolo all’altro, saltare su tronchi abbattuti o tagliati è fantastico! Negli spazi liberi, invece, in certe condizioni di neve, c’è il pericolo di prendere troppa velocità e di distacco di valanghe e slavine (AM, Alleghe, 29 agosto, cfr. Intervista 21).

 

Con il passare del tempo e della buona pratica si impara a sfruttare il terreno proprio come i surfisti fanno con le onde, risalendo sponde naturali e spazzando la cresta con uno spruzzo gigante o surfando un canale come due onde che si guardano. Lo snowboard è l’emozione di una tavola che scivola sulla neve fresca: permette sia una sciata estrema, sia discese che si avvicinano alla sciata tradizionale, facilitate però dal galleggiamento della tavola, che permette di curvare in neve profonda con più facilità, ritmo e minor affaticamento. E’ uno sport “giovane”, con caratteristiche, tecniche e tempi diversi, indirizzati alla velocità e al divertimento:

 

Prendi lo snowboard […] c’è solo una tavola, non due, c’è una tecnica completamente diversa, e le piste sono apposta, è uno sport a sé quasi, ma uno sport giovane. (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15)

 

In un certo senso, anche qui ritroviamo la componente di libertà ed entusiasmo nel mettere alla prova la propria energia e fantasia, e rispetto alla discesa è un

 

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 paragone che si ferma non solo alla tecnica, ma anche al tipo di attrezzatura:

uno snowboarder vero dev’essere qualcuno cui piace sentirsi libero e creativo per esprimersi. La tavola ti dà una sensazione di indipendenza e poi l’attrezzatura ti impaccia meno rispetto agli sci, sei più leggero e agile (AM, Alleghe, 29 agosto, cfr. Intervista 21).


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Capitolo 4 – SCI, NATURA E SPETTACOLO

 

Lo sci è in senso comune considerato uno sport sano, emozionante, che si svolge in un contesto privilegiato in termini di natura e di paesaggio d’alta quota, dove ogni disciplina si caratterizza per un rapporto diverso con l’ambiente circostante, come si è visto in precedenza e come emerge dalle interviste raccolte. Nel presente capitolo proveremo a concentrarci sul significato di “essere a contatto con la natura e il suo spettacolo”, un’affermazione spesso portata all’attenzione dagli intervistati, fermo restando che lo sci stesso in alcune sue discipline viene rappresentato come un vero e proprio spettacolo nella cornice naturale montana. Il termine “natura”, parola vivace e carica di significato, è sempre più politicamente intrisa anche di senso ideologico, riferito sia al tema ambientale, sia a quello umano – basti pensare alle coppie e ai figli naturali, al legame naturale, tanto da farci perdere il contatto con l’idea stessa che di natura è stata costruita almeno a partire dal 1700. La natura può essere vista come una costruzione culturale, che esiste dal momento in cui abbiamo provato a definire il rapporto tra noi e un dato contesto, presunto naturale, eppure in fondo modellato dall’uomo.     
L’accezione della parola “natura”, nel senso per cui viene comunemente usata e che emerge anche dalla ricerca di campo, indicherebbe la biosfera non contaminata dall’artificio umano, un complesso di cose ed esseri dell’universo che hanno in sé un principio costitutivo che ne stabilisce l’ordine e le leggi (Martini, 1999, 108); questa non è però una definizione assoluta, come conferma uno studente alpinista:

 

penso che la naturalità sia il non essere mai stato toccato dall’uomo, o comunque non cambiato in peggio, come di solito l’uomo fa […] mah, probabile che sia un’opinione soggettiva e culturale, alla fine dire che qualcosa è naturale non è un giudizio di valore positivo o negativo, è una visione personale, anche se, personale o no a volte sembra proprio che stiamo violentando le montagne (FF, Feltre, 5 giugno 2007, cfr. Intervista 12)          

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Anche nel significato più diffuso della sua definizione, viene categorizzata e classificata in un senso normativo che riflette la struttura del reale e dei processi mentali dove comunque è la cultura umana a decidere del valore e dell’applicazione di qualità e proprietà naturali (cfr. Remotti, 1993, 124). Nel passato vista come aspetto in contrapposizione a “cultura”, in un confronto dove rappresentava gli elementi ereditati biologicamente versus gli elementi socialmente acquisiti, a ben vedere la nozione di “natura” risulta essere quasi un concetto romantico, distorto e inconsistente, raffigurante un’armonia immutabile. Non è forse questo artificiale e privo di contorni?    

Da qui emerge come anche la dicotomia natura/cultura non sia oggettiva, ma una rappresentazione culturale costruita, un confine arbitrariamente disegnato dall’uomo attraverso il quale egli fonda la sua identità. Ma l’uomo stesso è parte del complesso di elementi dell’universo che in quanto naturali hanno in sé il principio costitutivo che ne stabilisce l’ordine e le leggi (Id., 109).     
Per questa impossibilità e labilità di definizione, in questa sede di studio preferiamo sostituire all’espressione “natura, nell’uso comune spesso riportato nelle interviste raccolte, il termine paesaggio (fattore compreso nel più ampio significato di “natura”), da intendersi come parte del territorio fisico-naturale, così come viene percepito dalle popolazioni, il cui aspetto può essere determinato da influssi naturali, seminaturali e antropici[36]. Nella definizione di Romani (1994, 47): "Il paesaggio è l'insieme eterogeneo di tutti gli elementi, i processi e le interrelazioni che costituiscono l'ecosfera, considerata nella sua struttura unitaria e differenziata, ecologico-sistemica e dinamica, che lo identifica con un processo evolutivo in cui si integrano le attività della natura e quelle dell'uomo, nella dimensione storica, materiale, culturale e spirituale”.


[36] Alla definizione percettivo-formale ed estetica di paesaggio la più diffusa , va per completezza affiancata la definizione scientifica derivante dalle scienze naturali, che studiano e valutano il paesaggio come oggetto in sé, e non come percezione di un soggetto esterno. L'approssimazione scientifica al paesaggio, è di norma limitata all’impiego nella stretta cerchia dei naturalisti e in particolare degli ecologi del paesaggio, che chiamano tale ogni insieme di elementi naturali e umani comprendenti terre, acque, piante e animali, intuendo la presenza di una logica che ne sottende l'organizzazione, i legami reciproci e il perenne divenire.

 

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4.1 La costruzione culturale del paesaggio

 

Negli esseri umani, a detta di alcuni studiosi, il rapporto con l’ambiente assume le forme di un’apertura al mondo in cui gli aspetti sociali e fisico-materiali sviluppano una notevole influenza sulla strutturazione dell’identità individuale. Frutto di rappresentazioni date da “operatori simbolici”, il rapporto tra paesaggio e cultura da sempre è un particolare oggetto di riflessione nello studio antropologico, un rapporto in cui lo stesso confine tra i due fattori può essere analizzato come una costruzione sociale, in una realtà poco lineare e definita, dove è proprio grazie alle sue diverse sfumature che l’uomo fonda la sua identità specifica e la sua irriducibilità ad altre forme di vita (cfr. Remotti, 1996, Cardona, 1985/b). Basti pensare che, ad esempio, sin dall’epoca romantica, in pieno fulgore paesaggistico esistevano quasi solo rappresentazioni di paesaggi antropizzati: lo sguardo sul contesto ambientale (modellato dall’uomo) volgeva la sua attenzione sullo spazio dominato e soprattutto conosciuto (Romani, 1994).

Per comprendere la natura umana e la sua antropologia occorre dunque  primariamente prendere in considerazione da quale logica profonda è prodotta la visione ecologica – di inserimento e “abitazione” (cfr. Ingold, 2001, 111) in un particolare contesto/ambiente, da intendersi come trama di significati condivisi in continua costruzione e ri-costruzione culturale. Le ricerche sugli aspetti biologici del comportamento e dei sistemi socioculturali andrebbero sottoposte allo stesso vaglio critico con cui dovrebbero passare tutte le teorie sociali: attraverso l’esame delle implicazioni ideologiche reali e virtuali, intenzionali e non, al fine di chiarificare lo stretto e complesso nesso spaziale  che riguarda il fatto di vivere in una porzione di ambiente specifico, in cui modellare la propria identità e immagine culturale (Remotti, 1993, 32).

L’essere umano, con la sua percezione, identifica l’ambiente circostante e, con le sue attività, può influenzarne in modo decisivo l’evoluzione. Il paesaggio è in pratica l’aspetto formale dell’ambiente, che esprime la sintesi visibile del contesto naturale (fisico e biologico), delle attività dell’uomo (eredità storiche,

 

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 testimonianze artistiche, aspetti economici, condizioni sociali, ecc.) e della loro collocazione in un ambito culturale. Esso viene sempre più percepito, quindi, come un bene culturale, o un “archivio storico”, in cui sono visibili le tracce della storia degli esseri umani e della natura (Lai, 2000, 16).
Un approccio di studio al paesaggio deve necessariamente essere di tipo integrato, considerando i suoi elementi (fisici, chimici, biologici e socio-culturali) come insiemi aperti e in continuo rapporto dinamico fra loro, in un’analisi multidisciplinare e trasversale che superi la compartimentazione fra le diverse discipline.

 

Il paesaggio tra espressione e rappresentazione

 

Il paesaggio[37] non è solo “un bel panorama”, ma un territorio umanizzato tessuto di relazioni, mediazione tra l'uomo e l'ambiente che rispecchia il modo in cui viviamo (Turri, 1998): può, a tutti gli effetti, essere considerato un linguaggio. Osservarlo è come assistere a una rappresentazione teatrale, dove siamo al contempo attori e spettatori e in cui più conosciamo la lingua, più apprezziamo lo spettacolo: ad esempio, immergendoci nel silenzio del paesaggio montano, possiamo entrare in sintonia con esso.       

 

[Con] spirito della montagna […] intendo saper ascoltare e respirare l’aria pura della montagna, con disciplina, ritmi lenti e silenzio, fino quasi a spogliarsi del proprio abito mondano, arrendersi alla grandezza della natura, contemplarla e ricevere quello che trasmette: la calma, la lentezza ma anche forza e resistenza (AD, Alleghe, 7 luglio 2007, cfr. Intervista 14).


Ma come guardare al paesaggio? Può essere questo inteso come una costruzione culturale con significati e linguaggi propri?     
In termini di antropologia ecologica lo studio dovrebbe concentrarsi sulle relazioni complesse che si sviluppano tra persone e ambiente, valutando il contatto e l’impatto che si genera da questo rapporto bi-direzionale. Ogni popolazione interagisce con particolari aspetti del contesto paesaggistico che la circonda, contribuendo a definire il proprio habitat in base a particolari orientamenti e adattamenti peculiari alle conoscenze, agli strumenti e alle qualità specifiche delle condizioni socioculturali che la caratterizzano (Salzman, Attuaad, 1996, 169; cfr.
Ingold, 2001).


    [37] Per un’analisi della complessa problematica riguardante il concetto e la definizione di paesaggio cfr. Romani, 1986, pp. 7-55.

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Originariamente il termine paesaggio, dal francese paysage, indicava un’estensione di paesi (étendue de pays) o un quadro rappresentante un paese, con una valenza più descrittiva e soggettiva dell’inglese landscape[38]. Il paesaggio era sopratutto il risultato del lavoro collettivo degli uomini, in termini di organizzazione materiale di un territorio, accanto a una definizione che mette un accento soggettivo, quando ci si riferisce all’apprezzamento visivo o al godimento di un panorama. In passato, i tratti geografici vennero assunti non come variabili da correlare alle altre (etnografia, cultura, educazione) ma come fattori determinanti lo stato della realtà. Questo modo di intendere il ruolo esercitato dall’ambiente diventò un’ideologia, intesa come la logica di un’idea: quella del determinismo delle condizioni geografiche sulle risorse sociali prodotte dall’uomo, in una relazione molto complessa. In seguito, l’evoluzione del pensiero geografico da un’interpretazione fondata sull’apprezzamento fisionomico ed estetico influenzata dalla visione determinista (Porena, 1892, 78-81), giungerà a introdurre l’uomo come elemento costitutivo e modificatore del paesaggio, alla pari degli agenti fisici e biologici (cfr. Almagià, 1945; Sestini, 1963).         

Nella fattispecie del contesto montano, ad esempio, esistono elementi in grado di incrinare l’idea di un mondo alpino reso omogeneo dalle condizioni ambientali. Come hanno dimostrato gli etnografi americani Wolf e Cole (1974 [trad. it. 1994]), in un medesimo ecosistema possono convivere culture diversissime quanto a strategie di adattamento, per esempio nella struttura della proprietà fondiaria e nell’organizzazione della vita famigliare. Fattori notevoli, che contribuiscono a marcare specifiche identità costellando il territorio montano di un mosaico di piccole patrie, differenti nel parlare, nelle abitazioni, in diversi aspetti della tradizione orale e della cultura materiale.


[38] In cui si può comunque riscontrare il significato di unità di spazio o di territorio oggetto di trasformazione umana e, allo stesso tempo, di oggetto di ammirazione consapevole, la cui percezione nasceva nel ‘700 in Inghilterra dal fascino che un paesaggio può suscitare: quello “di far venire in mente allo spettatore la rappresentazione dipinta di un paesaggio, o landskip” (Thomas, 1983, 340).

 

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Un paesaggio antropo-geografico, quindi, risultante dall’azione degli elementi naturali, dalla presenza e dalle attività dell’uomo che nel corso del tempo ha organizzato la superficie terrestre in modo da soddisfare le proprie necessità (Lanternari, 2003, 243). Questa è una considerazione cruciale in merito alla discussione sulle capacità espressive del paesaggio e della montagna, sul suo significato, sulle modalità della sua costituzione e sulle forme della sua rappresentazione (Mangani, 2006). Il paesaggio antropizzato rappresenta quindi l’esito di una costruzione sociale complessa che implica, tra l’altro, una sintesi dell’identità territoriale delle comunità, a qualsiasi scala (da microlocale a macroregionale) vengano prese in considerazione. La manipolazione o il misconoscimento del paesaggio, dunque, incide sui suoi significati e, di conseguenza, sui valori propri delle popolazioni che nel tempo hanno prodotto quello stesso ambiente (cfr. Vallega, 1989). Entra qui in gioco anche la componente dinamica, per cui il paesaggio non si presenta come una struttura statica, un dato di fatto, ma un insieme di rapporti in continua evoluzione, che conservano i segni stratificati di quanto impresso dalle forze della natura e dal lavoro delle generazioni umane passate e presenti. E’ quindi preferibile concentrarsi in una definizione non univoca di questo concetto versatile e comune a molteplici aree disciplinari, esplorabile sotto differenti angolature (Romani, 1994; Lai, 2000, 20). L’analisi della complessità di quello che viene identificato anche come il mondo della nostra esperienza e del nostro agire, richiede un approfondimento antropologico sul modo degli abitanti, anche precedenti, di usare e abitare l’ambiente e di lasciare nel paesaggio la propria impronta (cfr. Ingold, 2001, 134-139; Remotti, 1993, 31 e segg.). Si può giungere, nei termini di Gambino (1997) alla prospettiva di paradigma paesistico, che definisce il paesaggio quale luogo del depositarsi delle intenzioni e delle rappresentazioni successive di coloro che abitano la terra, decretandone il carattere dinamico e l’interazione che vi si produce tra processi ecologici e sociali. Anche i fenomeni economici e demografici possono determinare la dinamica dei rapporti che nel tempo si stabiliscono tra suolo e società: ad esempio, la predilezione per il paesaggio regolato dall’uomo o per quello “incontaminato” e le modalità con cui si percepisce l’uno o l’altro hanno influito nel passato sulla localizzazione della popolazione, soprattutto nei periodi di crescita demografica o, viceversa, di calo[39] (cfr. Haussmann, 1972).


[39] Così, quando la popolazione era meno numerosa prevaleva il gusto per le zone abitate, fertili e produttive, mentre quando era in crescita o se ne auspicava una stabilità numerica veniva apprezzato il paesaggio naturale e la natura selvaggia. A quest’ultimo proposito Stuart Mill scriveva: “Un mondo nel quale la solitudine sia scomparsa è un ben povero ideale. La solitudine, nel senso di stare spesso soli, è essenziale alla profondità della meditazione e del carattere; e la solitudine alla presenza della bellezza e della grandezza della natura suscita pensieri e aspirazioni che non soltanto hanno valore per l’individuo, ma sono anche necessari per la società. Non vi è molta soddisfazione nel contemplare un mondo in cui nulla sia lasciato all’attività spontanea della natura: nel quale ogni zolla di terra adatta a produrre alimenti per gli uomini sia già coltivata; ogni prato fiorito e ogni terra da pascolo solcata dall’aratro; [...] dove ogni siepe e ogni altro superfluo siano sradicati, e non rimanga quasi una zolla di terra dove possa crescere una pianta o un fiore, senza che vengano sradicati come erbacce in nome del miglioramento” (Stuart Mill, 1983, p. 1002).

 

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Il paesaggio si fa così espressione evolutiva degli sviluppi economici, sociali e culturali storicamente e territorialmente determinati, assumendo un ruolo rilevante nella pianificazione territoriale e prospettando l’esigenza dell’elaborazione di una teoria politica del paesaggio, che ne recuperi la dimensione sociale e identitaria, tanto più rilevante negli attuali scenari di globalizzazione e sostenibilità (Turco, 2002; Romani, 1994, 142).

In particolare, alcune delle riflessioni condotte conformemente a questo approccio ben colgono il divenire del paesaggio socializzato, per giungere a determinarne i segni e la loro interpretazione fondata sui principi e i metodi della scienza semiotica (Turri, 1979, 1998; Farinelli, 1992).       

Emblematico in questo senso è il legame tra paesaggio e rappresentazione espresso dall’ambiguità del concetto stesso di paesaggio (così come quello di natura): il suo alludere alla realtà e alla rappresentazione che se ne fa, alle cose e alla loro immagine. Sotto forma di paesaggio simbolico esso si avvia a produrre nuove contingenze, fino a giungere alla smaterializzazione del concetto, in quanto modo di vedere prodotto dalla tensione tra soggetto e oggetto, sfera personale e ambito sociale, dato culturale e campo naturale. Da insieme di cose esistenti, tangibili e numerabili, si guarda ora al paesaggio come ad un universo di cose sussistenti, che non si possono toccare o vedere: esso assume non più l'aspetto di un complesso di oggetti ma la natura di un modo di vedere dinamico e in movimento, come l’ambiente stesso del resto, in cui risiede l'essenza propria del paesaggio (Farinelli, 1991, 10-17).   
Partendo da questi presupposti, una consapevole lettura analitica del paesaggio e della sua evoluzione passata e possibile deve considerare una pluralità di aspetti, tra i quali anche i dati che consentono di riconoscere i valori e i significati stratificati nella sua costruzione, gli elementi che portano a individuare le ragioni e i modi della rappresentazione che ne viene data, e, ancora, il senso identitario che si può desumere dall’esito della costruzione.

La rappresentazione del paesaggio dipende dalla forma di ambiente data, in veste di un’autonoma essenza o, viceversa, la sua considerazione dipende dalla sua rappresentazione – nella percezione e nella qualificazione culturale – in quanto risultato di un processo posto in essere mediante rappresentazioni, come quelle cartografiche[40]? In questo modo è possibile vedere la rappresentazione del paesaggio come pura e semplice immagine di una realtà autoevidente, come si può intendere, al contrario, il paesaggio non altro che risultato di specifiche forme di rappresentazione che influenzano anche la costruzione e la rappresentazione dell’identità delle genti locali. Accanto alla cartografia, altre forme di costruzione/rappresentazione dei paesaggi rivestono un ruolo importante, come ad esempio resoconti di viaggio, itinerari e guide per viaggiatori, fotografia, cinema, televisione fino alla letteratura specifica che ha per oggetto proprio la descrizione dei paesaggi. Dal punto di vista della loro costruzione, incidono anche elementi di natura immateriale (come la religione) ma in grado di orientare scelte valoriali precise, che si materializzano in particolari forme di territorializzazione e quindi di paesaggi. Le diverse realtà ambientali vanno quindi considerate come compresenza di una stratificazione storica di usi e spazi, in cui sono rintracciabili i segni delle trasformazioni subite nel tempo: gli elementi naturali e artificiali, il “nuovo” e il “vecchio” coesistono nello spazio come insiemi di totalità storiche, in cui il contesto, così inteso, diventa spazio ricco di memorie e di tensioni proiettate nel futuro, concepito come una struttura identitaria, un capitale comunicativo organizzato, dove si intrecciano in connessioni continue complessi assetti materiali, simboli, fenomeni culturali, abitudini, testimonianze, dichiarazioni ed evocazioni (cfr. Augè, 2003; Remotti, 1993, 27). Questo rapporto si struttura in un vero e proprio processo culturale (Lai, 2000, 9), in cui è necessario capire e verificare se e in quale misura, nella relazione tra società, identità e paesaggio, sia prevalso un atteggiamento di neutra descrizione dell’esistente o piuttosto un progetto (spesso implicito) di costruzione del paesaggio tramite la sua rappresentazione, in continui processi di interrelazione fra i due esiti.    


 [40] Si intende qui “cartografia” nel senso ampio del termine e in un’accezione transcalare includendovi cioè le carte geografiche, le mappe catastali e simili, le piante urbane, le vedute pittoriche, la cartografia tematica, la cartografia informatica fino ai più recenti sviluppi, dall’ipotesi della “cartografia come imitazione della natura del paesaggio” a quella della “cartografia come rappresentazione costitutiva del paesaggio”.      

 

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L’identità del paesaggio montano

 

Le rappresentazioni della natura paesaggistica hanno contribuito a costituire una visione come rappresentazione (spettacolo naturale o scenario storico-culturale), in cui, nel bene e nel male, gli ambienti montani sono soprattutto il risultato delle attività finalizzate alla sopravvivenza dell’uomo. Per nulla “incontaminato”, nel corso dei secoli, il territorio alpino è stato organizzato, plasmato: in pratica, umanizzato. I primi insediamenti, la colonizzazione, la coltivazione, diventarono presupposti per accampare un diritto di appartenenza, in cui, ad esempio, la conoscenza dei luoghi, delle piante e degli animali, con la codifica dei loro nomi, è una lenta e progressiva scoperta che ha valore cognitivo, radicante e identitario. Inoltre, quando si cammina per le strade di montagna e si alza lo sguardo sulle cime, rassicuranti e incombenti al tempo stesso, si può vivere e percepire questo particolare ambiente naturale anche se non lo si osserva intenzionalmente, bensì con la sola immersione.

 

L’uomo cerca da sempre fattori stimolanti. Tende ad andare verso l’alto per impadronirsi di cose che non ha mai visto, e la montagna dà tutto questo, dà la scoperta, e molto di più, come ad esempio il silenzio, la pace, un’atmosfera diversa dal mondo frenetico e dinamico in cui siamo abituati a stare. Permette uno “sconfinamento”, anche dalla pista stessa se vuoi, prendi i fuori pista sulla neve fresca (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15).

 

La scoperta e la descrizione dell’ambiente, di elementi del paesaggio, come piante, animali e persone che caratterizzano il luogo, ha sempre avuto a che vedere con la costruzione dell’identità (Lai, 2000, 120). Si tratta di località montuose, con una conformazione che ha sicuramente influenzato la cultura locale, e viceversa: il paesaggio culturale[41], frutto dell’intervento degli indigeni sul proprio habitat, dimostra infatti che l’influenza è stata reciproca. Il paesaggio è dunque prodotto socio-culturale di un particolare processo, in cui le società manipolano lo spazio a livello tecnologico e simbolico attraverso sia pratiche materiali di produzione, sia rappresentazioni simboliche che implicano complessi rapporti biunivoci e vicendevolmente connessi (id., 20). 


[41] La prima definizione di questo concetto fu data nel 1938 al Congresso di Amsterdam e si limitava a definire il paesaggio geografico come la sintesi del paesaggio sensibile o visivo (ciò che si vede) e a dichiarare la geografia come scienza del paesaggio. Da allora varie sono state le riflessioni critiche sul concetto di paesaggio geografico (Gambi, 1961; Cosgrove, 1984, fra gli altri) che lo hanno ridefinito arricchendolo di una dimensione storica e culturale che la prima definizione non aveva considerato, conferendo invece al paesaggio geografico una fissità correlata ad interpretazioni naturalistiche o deterministiche, in cui non si ravvisava l’intervento dell’uomo della storia (e perciò del rapporto società-natura), ma solo dell’uomo dell’ecologia (che fa parte della natura, come ogni altro rappresentante del regno vegetale o animale), e che solo in quanto tale può avere prodotto forme paesaggistiche (Gambi, 1961, in Sereno, 1992). Ma l’essere umano, oltre che fatto biologico, è fatto storico ed è proprio in quanto tale che plasma, trasforma, organizza il proprio quadro territoriale, in continuo rapporto dialettico con la natura (Sereno, 1992).  

 

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La pendenza, ad esempio, è una categoria che qui fa parte della vita quotidiana, così come alla “chiusura” degli orizzonti nelle valli si contrappongono i “passi”, le aperture verso nuovi mondi. Può essere definito anche paesaggio verticale, con tutti i problemi che la ripidità e la verticalità possono causare: asperità, fatica, valanghe. Lo spopolamento dei borghi montani ne è una conseguenza, ma non è detto che si tratti di una prospettiva irreversibile, anche perché le comunità di queste zone sono da sempre caratterizzate da un forte senso di attaccamento e protezione alla propria terra. Regole e particolari usi civici sono le tracce di un antico uso in comune del territorio: terre di cooperazione, hanno visto relazioni umane che per secoli hanno rinsaldato i legami, dalle prestazioni d’opera reciproche ai consorzi, agli usi civici, al collettivismo delle comunità (cfr. Barzaghi, 2001); tutto questo viene inteso non solo come solidarietà tra conterranei ma anche come apertura al mondo, grazie anche alla motorizzazione e alla viabilità, che hanno aperto orizzonti sconosciuti maturando anche nuovi rapporti nella cultura materiale locale[42] e favorendo, tra l’altro, anche la diffusione dello sci:

 

a parte tutti gli impianti, poi una roba importante è viabilità... tutte le strade sono gestite da operatori professionisti che con i spalaneve e i mezzi meccanici per lo sgombero della neve possono raggiungere le stazioni sciistiche e i campi di neve anche dopo una gran nevicata, così le strade si aprono subito e le piste sono subito disponibili, meglio se c’è tanta neve, no? così la gente si sveglia alla mattina vede che c’è un botto di neve [tanta neve] dice andiamo a sciare e si trova già tutta la strada già spianata! (AA, Alleghe, 10 aprile 2007, cfr. Intervista 1)

 


[42] Un esempio ne è la relazione fortemente affettiva che molti giovani di montagna instaurano con l’automobile, considerata molto più di un semplice mezzo di trasporto, un vero e proprio simbolo di “uscita” dai monti, di indipendenza.

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Questi contesti conservano tuttora il loro valore etico ed estetico. Il paesaggio viene investito di implicazioni politiche e culturali che possono favorire la costruzione e ri-costruzione delle identità locali di una regione a partire dall’ambiente ecologico stesso (Lai, 2000, 46-47): si tratta di paesaggi culturali in diretto rapporto con l'identità dei residenti (cfr. De Michelis, 1999). Spesso si afferma che presso le popolazioni di montagna è in atto una sorta di “crisi di identità”, a cui diversi fattori contribuiscono in modo più o meno profondo: la deriva dell’universo contadino e pastorale, il venir meno di legami solidali, l’irruzione dell’economia di mercato, l’abbandono di pratiche religiose tradizionali, i mutamenti del paesaggio, la nuova mobilità e, non da meno, anche gli impatti del turismo e dell’immigrazione, sono da ricordare come agenti di riflessione in questi termini (Messner, 1976; Corona, 2003).   
Questa situazione può stimolare un processo di re-identizzazione, ossia la ri-costruzione di un’identità in cui riconoscersi, adattandola alle contingenze di un contesto in continua evoluzione e cambiamento (Lai, 2000, 109). Un processo che si può sviluppare in modi diversi, dal considerare l’identità un condensato del mondo tradizionale ormai passato, al cercarla nei valori e nei gesti della pratica della vita quotidiana, al guardare ad essa come un’esistenza a priori, che risiede nella famiglia, nel lavoro, nella religione o nella vita associativa (cfr. Sansot, 1991). Si tratta comunque di un processo convenzionale e innovativo, di recupero del tradizionale e di invenzione del nuovo (cfr. Destro, 2001, 56).        
La definizione di identità dovrebbe prendere in considerazione questi e altri percorsi, ampliandoli in una dialettica tra specificità e omologazione in cui  esiste ma è “fluida”, si può discutere e rimettere in discussione, rinegoziare. Le identità che resistono sono quelle che hanno saputo affrontare e inglobare gli elementi estranei, una reazione che previene il rischio di irrigidimento e di crepe nella struttura stessa. L’identità non è qualcosa che si conquista e che si ha per sempre: al contrario è in continua evoluzione, va lavorata, conservata, migliorata guardando al futuro, in una crescita relazionale, in fieri appunto, definita dal rapporto con l’altro, dalla cui esistenza essa stessa dipende (Amselle, 2001; Allovio, 2002; Remotti, 1996). Il confronto fa crescere chi non teme la diversità e l’alterità e non ha paura di perdere o modificare la propria identità. Affrontando la questione “montana”, appare sempre più evidente la necessità di un concetto dinamico che va ricercato sia nell’ambiente, sia nell’arte e nella cultura: meno schematico, più ricco e controverso, in cui identità sognate, rivendicate, autocertificate, affondano le radici nella mitologia collettiva di un ambiente spettacolare quanto difficile e complesso.

 

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Ora, la sfida per queste genti è anche quella di superare i vari interessi particolari maturando una sensibilità naturalistica che corrisponda a una nuova cultura: non di sfruttamento, ma di rispetto per un ambiente solo apparentemente “improduttivo”. Considerato il patrimonio paesaggistico montano, emerge dal lavoro di campo come si tratti anche di un dovere nei confronti delle generazioni future. I tempi sono cambiati, il turismo ha portato nuove possibilità e circostanze, che in quest’ottica possono venire intraprese in modo costruttivo e positivo sia per le popolazioni sia per l’ambiente.

 

4.2 sviluppo sostenibile in montagna

 

Il passato è stato sinonimo di “esplorazione” e chi l’ha vissuta [la montagna] ha cavalcato un momento irripetibile, il fascino degli anni ’30, delle pareti inviolate e delle prime scalate. Oggi, la montagna è più accessibile sia per le maggiori condizioni economiche sia per le migliori vie di comunicazione. Domani, penso che l’alpinismo avrà un ruolo obbligato che è quello di aiuto della salvaguardia dell’ambiente. Non basta sfruttare le risorse montane, è necessario fare in modo di conservare le bellezze naturali (AL, Alleghe, 26 agosto 2007, cfr. Intervista 20).

E’ interessante notare come in questa e in altre riflessioni raccolte nelle interviste effettuate emerga spesso un aspetto riguardante l’impatto delle discipline sciistiche nell’ambiente circostante montano e il concetto di sviluppo sostenibile ad esso correlato. La presenza sciistica, infatti, se da un lato può essere vista come una fonte di sostentamento per le vallate che ne sono interessate, dall'altro viene a volte considerata un problema e una causa di degrado per le stesse. Il presente lavoro, con la consapevolezza di essere lungi dal raggiungimento dell’esaustività in materia, si propone di esaminare alcuni aspetti di queste forme di turismo nei termini della sostenibilità ambientale o dei potenziali rischi a danno dell'ambiente e del tessuto socio-culturale nel territorio di riferimento: aspetti, questi, che dal lavoro di campo appaiono a volte come molto rilevanti per le popolazioni interessate, facendo assumere alle discipline sciistiche un significato che va ben oltre la semplice immagine sportiva. Come vedremo, il concetto di sostenibilità si riferisce tanto all'ambiente quanto al contesto territoriale nell'accezione più ampia, comprendendo in esso aspetti sociali, culturali, politici ed economici, da

 

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collegare trasversalmente per salvaguardare il territorio senza fermare lo sviluppo. A quanto emerge anche dai colloqui con gli intervistati, gli strumenti della politica ambientale non dovrebbero mirare solo a correggere gli effetti esterni negativi, ma anche a suscitare effetti positivi, nel senso di coniugare lo sviluppo del territorio (economia, infrastrutture, insediamenti produttivi e abitativi) con la tutela del paesaggio al fine di armonizzare entrambe gli aspetti. Questo andrebbe attuato indagando sulla specificità di ciascuna zona, sfruttando tutte le informazioni a disposizione, dalla toponomastica alla pittura, dallo studio della storia fino alle relazioni di viaggi e ai dialoghi diretti con la gente locale, così da giungere ad articolate ricerche multidisciplinari in cui quella antropologica riveste un’importante posizione (Lai, 2000, 55).

Ogni paesaggio è insieme causa ed effetto di una situazione concreta e di una percezione, e l'idea che se ne ha viene organizzata anche dalle rappresentazioni che di esso vengono date. Il pianeta sembra essere alle strette, come se si fosse forzato drasticamente lo scollamento fra le forze della natura e le attività umane, il che pone domande radicali alla popolazione: oggi i problemi ambientali sono visti e analizzati dagli studiosi del settore come trasformazioni globali e pervasive (Howarth-Norgaard, 1995, 111-113; cfr. Beck, 1997 [trad. it. 2006, 58-62]).

L’analisi del paesaggio dovrebbe iniziare con una buona comprensione del suo stesso oggetto, senza prescindere dal considerare la storia, la cultura e l’organizzazione sociale che nei secoli hanno caratterizzato determinati tipi di paesaggi montani. Un’idea di paesaggio il cui campo di interpretazione va dall’accezione estetico-percettiva (paesaggio come immagine della realtà), all’accezione ecologica o scientifica (paesaggio come la stessa realtà), vede un concetto trasversale ai confini dei vari campi del sapere (Lacoste, 1977; Romani, 1994, 11-16). Oltre al carattere polisemico, la nozione di paesaggio può essere vista anche in quanto entità spaziale in continua evoluzione: un bene pubblico e un patrimonio da conservare, valorizzare e progettare mantenendo aperto il suo significato, interrogandosi sui rapporti tra processi di rappresentazione e processi reali ma respingendo la rigida oggettivazione scientifica, o, congiuntamente, le regressioni all’impressionismo a-scientifico (Gambino, 1997, 26).

 

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Il primo impatto che normalmente si ha con un paesaggio è fondato sull’osservazione e a volte sulla contemplazione, tanto che spesso viene definito proprio a partire da queste: esso esiste solo quando è osservato. Ma così si evidenzia solo la forma, trascurandone la funzione e la struttura, che in realtà possono essere conosciute solo analizzando il processo che ha portato alla sua formazione: “il paesaggio non è semplicemente il mondo che vediamo, è una costruzione, una composizione di quel mondo. Il paesaggio è un modo di vedere il mondo” (Cosgrove, 1990, 33). Un modo di pensare e vedere il reale che, però, può essere compreso solo come parte della più vasta storia della società. Il paesaggio serve a saper pensare lo spazio, scrisse Lacoste (1977), un invito a “saper pensare il paesaggio come forma concretata dello spazio”, (Sereno, 1983, 1251) oggetto di scelte economiche e politiche, con i relativi segni manifesti del lavoro impiegato, delle tecniche utilizzate, dei sistemi produttivi prevalenti – che si estrinsecano in insediamenti montani, impianti di risalita, case sparse, strade, ecc.. Quasi ogni paesaggio contiene elementi di passate organizzazioni del territorio e non si può quindi trascurarne l’aspetto storico, soprattutto oggi che sono le esigenze della produzione a determinare l’uso del territorio e non, come in passato, il territorio a guidare la produzione e tutte le altre attività umane. Si tratta quindi di contemperare due esigenze che non sempre coesistono pacificamente: l’esigenza di trasformare e di conservare il paesaggio.

Nel nostro caso, è opinione comune sia degli studiosi sia delle popolazioni residenti che le Alpi stanno cambiando rapidamente aspetto negli ultimi decenni, quasi a perdere il proprio fascino e le loro caratteristiche (Messner, 2006, 130). Se da un lato sparisce quasi la gestione del paesaggio montano da parte dei montanari “originari”, che abbandonano sempre più frequentemente pascoli, colture e boschi in quota, dissolvendo piano piano anche il difficile ma armonico rapporto che negli anni l’uomo aveva costruito con la natura, dall’altro la cultura della città che si travasa in montagna porta spesso un turismo di massa a volte irresponsabile, incivile, quasi di rapina, che “riempie le valli di cemento e le vette di funivie e impianti sciistici, prosciugando i bacini idrici montani per produrre tonnellate di neve artificiale[43]”.

 


[43] Per produrre la neve artificiale sparata dai cannoni sulle piste soprattutto da gara o ad alta frequentazione, si miscelano aria e acqua proveniente da fonti idriche naturali, torrenti di montagna e bacini di raccolta, a volte addizionate dal batterio Pseudomonas syringae per favorire la cristallizzazione delle goccioline d’acqua anche a temperature che altrimenti non consentirebbero la neve. Questa “creazione artificiale” è un’esigenza che nasce al fine di salvare il turismo invernale alpino. Si stima infatti che nell’ultimo decennio, all’aumentare della temperatura media alpina di 1-2 °C, la nevosità si sia ridotta anche fino a un quarto rispetto al passato. Gli effetti della neve artificiale nell’ecosistema montano sembrano preoccupanti: in alcuni casi il prelievo di acqua dai bacini idrici di riserva ha perfino superato il consumo per usi civili, e, sul lungo periodo, non sono trascurabili i danni che questo tipo di neve, più compatta, pesante e lenta a sciogliersi, con tutte le tubature e le infrastrutture correlate che comportano i suoi impianti, procura al suolo e alla vegetazione in termini di erosione e riduzione della biodiversità (Dossier WWF, Alpi e turismo: trovare il punto di equilibrio, 2006)

 

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Pur essendo un’eredità del passato, l’ambiente non è un limite condizionante il cambiamento, bensì una risorsa che va conservata e tutelata, soprattutto da quando il paesaggio non è più l’opera esclusiva degli indigeni locali, ma diventa il luogo di frequentazione o quadro di vita di gruppi sociali che intrattengono con esso rapporti di varia natura. Conservare non significa astenersi dall’introdurre innovazioni: questo “bene collettivo della civiltà” (Braudel, 1966, 24) può diventare il luogo stesso dell’innovazione perchè conservare non significa difendere lo stato attuale dei paesaggi da ogni alterazione facendolo diventare un oggetto da museo, bensì “tornare a prendersi cura del territorio abitato, gestire, recuperare e riutilizzare il patrimonio di risorse naturali e culturali, ridar senso all’eredità del passato” (Gambino, 1997, 10). Per quanto riguarda lo sport sciistico, il concetto di sostenibilità che si andrà ad analizzare più oltre, rientra in questa riflessione. Un turismo sostenibile montano si impegnerebbe infatti ad accordare le esigenze dell’economia e del turismo con le regole dello sviluppo sostenibile. Regole che ad esempio consistono nel pianificare i flussi turistici nelle aree protette e nei periodi di vacanza, nel sottoporre nuovi progetti di realizzazione di piste e impianti di risalita con considerevoli valutazioni di impatto ambientale, cercando così di dare spazio a forme di turismo più integrate nel territorio e con le risorse culturali locali.

Il paesaggio non è dunque un dato immutabile ma un processo creativo permanente, che sfugge a ogni teorizzazione, nonostante sia stato a volte inteso come un insieme di elementi autoevidenti e statici.

Il concetto di sviluppo e turismo sostenibile

Concentriamoci ora in un percorso che vada ad affrontare il concetto di sostenibilità ambientale, valutando sia gli strumenti teorici raccolti finora, sia le interviste effettuate per la presente ricerca.        
Lo sci è uno sport molto praticato, e sebbene in fase di saturazione, a volte la

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 cosiddetta “settimana bianca” rimane per molti turisti l'irrinunciabile vacanza invernale. La domanda di servizi legati al benessere psico-fisico aumenta in modo esponenziale, e non riguarda più esclusivamente segmenti di clientela “ad alto reddito”. Oggi si ha l’imbarazzo della scelta, con un’offerta in cui ci sono tante e diverse attività sportive adatte ad ogni tipo di esigenza. Se da un lato, come emerge dal lavoro di ricerca, lo sci ha contribuito al sostentamento delle popolazioni residenti in alcune vallate, queste, tuttavia, hanno pagato il caro prezzo di un turismo spesso improvvisato e maleducato che nel lungo periodo ha manifestato i suoi effetti in certe circostanze deleteri; dal decollo di questa pratica sportiva ad oggi si è riscontrato infatti un impatto ambientale talvolta negativo per il fragile contesto montano (cfr. Lai, 2000, 118):

 Natura... cos’è. La forza, l’immensità di quello che vive e cresce senza il dominio dell’essere umano, che poi. Anche gli uomini fanno parte della natura, solo che invece di rispettarla nel suo corso la ostacolano in tutti i modi [...] la stanno rovinando. Con troppe funivie, impianti, qui come sul Monte Bianco, o il Cervino. La stanno rovinando per portarci il turismo di massa, quello con le scarpe basse, sino oltre i 3000 metri. Renderà anche i miliardi, ma questo non è progresso, è regresso. E’ uno schifo. Vedi dovunque ormai gente che sale senza calze, ragazze con gonne cortissime, sembra di essere in sfilata, non su una montagna che va rispettata e che fa paura. Forse ho una mentalità un po’ vecchia, ma non mi arrendo al regresso. Non solo in Italia, ma dappertutto! Cercano i furbi di allungare la stagione, usano mezzi sempre più veloci per portar su più turisti possibile, per avere più introiti dal turismo. Non si rendono conto che quando avranno rovinato l’ambiente sarà finito anche il turismo. So che occorre creare lavoro nelle zone di montagna, però il traffico uccide la natura. La gente non va più a piedi nemmeno al cesso, sale in macchina per comprare le sigarette e pretende il posto davanti alla tabaccheria. Di questo passo non voglio neanche pensare a come andrà a finire! (AF, Alleghe, 11 luglio 2007, cfr. Intervista 16).           

 

Una visione, questa, condivisa da altri abitanti delle località montane (cfr. Messner, 1976, 2001; Corona, 2002), che però può essere affiancata anche a un punto di vista diverso in merito, parallelo e più ottimistico, come riporta un altro sciatore:   
 

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se in una valle dispersa si inizia a portare turismo o comunque gente, questo automaticamente porta una rivitalizzazione generale del posto stesso, dei paesini di montagna, dell’economia, delle case che vengono ristrutturate e diventano pensioni o bed&breakfast... insomma so che lo sci porta inquinamento, ma anche vitalità! [...] nel senso che grazie alla nuova ventata che portano i turisti ci sono anche le occasioni per ricercare e rivitalizzare le tradizioni locali, per affermare le loro identità, [...] e poi quanto fanno le baite o i ristoranti tipici! perchè sennò tutti quei paesini sono destinati a morire, se ne vanno tutti e decadono! così almeno ritornano a vivere! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13).          

 

E’ quindi possibile vedere il turismo, oltre che come una risorsa economica, un mezzo di promozione sociale che possa sanare alcuni problemi socio-culturali, demografici, ambientali e politici che interessano la generalità delle località montane. Da questo punto di vista, lo sci, sebbene possa talvolta arrecare danno in quelle valli laddove sia praticabile, può rappresentare pure una risorsa preziosa, in quanto capace di contrastare l'abbandono delle montagne e consentire la fruizione di quei servizi elementari e comuni ai residenti delle valli (cfr. Barzaghi, 2001). Costoro potrebbero beneficiare di esternalità[44] positive (essenzialmente infrastrutture e servizi) indotte dallo sviluppo turistico, anche se, tuttavia, le esternalità negative tendono a prevalere, e la cronica carenza di neve, nonché lo “sfasamento” delle stagioni e i problemi ambientali come il rischio di valanghe e la siccità, ne sono il risultato più emblematico  :

 

[...] gli impianti inquinano tantissimo, anche perchè spesso sono quelli vecchi che vanno ancora con i generatori e i gruppi elettrogeni sotto terra o a gasolio, ma adesso comunque si sta cercando di cambiare la situazione, tra qualche anno si inizierà anche a usare le fonti di energia pulite... se ci danno i finanziamenti, perchè alla fine è sempre un problema di soldi... sì e poi una cosa, soprattutto il rialzo termico ha ridotto l’estensione dello spessore del ghiaccio e di conseguenza il ritiro verso monte ha diminuito le piste da sci... a parte che tipo quest’anno la stagione va in malora perchè sempre per l’inquinamento, e il riscaldamento del pianeta non viene più neve e noi restiamo bloccati su tutti i fronti, perchè non è che puoi fare sempre e solo neve artificiale anche perché viene a costare tantissimo e conviene fino a un certo punto! (BB, Belluno, 14 aprile 2007, cfr. Intervista 6)


[44] Per esternalità vengono intese le conseguenze positive o negative dell'agire di un soggetto economico in capo ad altri soggetti, e sono la discriminante tra un atteggiamento benevolo o avverso nei confronti del turismo, a seconda del bilanciamento di positività e negatività.

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purtroppo per noi, ma era ora che anche la natura si facesse sentire […] è tutto strampalato adesso, l’è come se se fuse rincojonì l’temp [è come se si fosse scombinato il tempo] e le stagioni, vedi, adesso siamo ad aprile e sembra maggio, ma a marzo sembrava dicembre quassù, quando a dicembre sembrava ottobre! [...] questo è un problema per le montagne, quando nevica troppo e fuori stagione, è molto pericoloso, soprattutto in primavera, perchè la neve si accumula a strati, ma fa caldo di giorno, tipo in marzo faceva caldo, così si staccano le masse di neve e ci sono le valanghe, e queste si che sono pericolose, anche per noi alpinisti! soprattutto per noi alpinisti! (FD, Feltre, 20 aprile 2007, cfr. Intervista 10)

 è stata una stagione disastrosa, senza neve, calda e asciutta... e perchè questo? per tutto l’inquinamento che c’è! è un tumore nero, sì il progresso va bene finché vuoi, ma se si esagera come si è fatto come adesso... poi ovvio che la natura si ribella, è comprensibile, però quelli che ci rimettiamo siamo noi alla fine, che già siamo sfigati abbastanza a vivere in posti come questi, poi ti ci si mette anche l’unica cosa buona a mancare e siamo a posto! L’unica cosa che possiamo fare è sperare che i prossimi inverni ci vada meglio... anche se ne dubito! (FB, Feltre, 12 aprile 2007, cfr. Intervista 4)

 Emerge dal lavoro di campo come sia opinione diffusa che senza una gestione attiva, con politiche più incisive volte alla protezione dell’ambiente montano, non si ottiene una vera difesa di questi contesti, nell’analisi dei quali si deve tener conto che il patrimonio storico-culturale è determinato dalla combinazione di diversi fenomeni – in gran parte integrati con la natura – demografici, economici, culturali e legati al progresso tecnico. Non vi è paesaggio “che non rechi il segno di un lavoro continuo, arricchito di generazione in generazione” (Braudel, 1966, 26), che non possa essere quindi considerato il risultato di una sedimentazione di processi storici. La tutela di questo patrimonio richiede uno sforzo che si inserisce nell’ampio dibattito sullo sviluppo sostenibile e sul valore patrimoniale di un bene ambientale.

Attribuendo allo spazio montano funzioni che vanno oltre quelle che esso ha storicamente svolto e caricandolo di attese, aspirazioni e nuove esigenze da parte degli “urbani” – quale luogo di loisir, di libertà, di bellezze da ammirare –  sembra che attualmente la società rivesta di un peso crescente la dimensione patrimoniale ed estetica dei paesaggi montani. Da qui l’esigenza di considerare questi come beni patrimoniali collettivi, dotati di valore non solo economico, ma anche sociale, culturale ed estetico, da salvaguardare nelle possibilità future di scelta e di trasmissione alle generazioni a venire, in un’ottica di imprevedibilità e incertezza del futuro (cfr. Vercelli, 1995). Così il concetto di sostenibilità dello

 

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 sviluppo acquista un valenza più precisa: lo sviluppo è sostenibile se riesce a garantire che le generazioni future possano fruire di un grado di libertà effettivo, nel rapporto con il contesto naturale e le sue risorse, non inferiore a quello a nostra disposizione: per questo è necessario un progetto che tenga conto dell’interazione tra sviluppo montano e paesaggio, così come, più in generale, tra sistema economico e ambiente.

Come sostiene Messner (2001), le iniziative in questo senso sono responsabilità di tutti, nessuno escluso, dalle amministrazioni comunali alle comunità montane, dai turisti agli abitanti locali. “Io non sono contro il turismo, ma bisogna controllarlo, riportarlo alle regole, abituarlo a ritmi più lenti [...] Chi ha a cuore la sorte delle montagne deve assumere delle responsabilità dirette. Magari acquistando malghe e terreni, ripristinando funzioni e attività che rispettino l’ambiente montano [...] Se vogliamo veramente salvare le Alpi, bisogna che ognuno si dia da fare” (Id., 2006, 130).

Una visione, quest’ultima, che può essere affiancata a quella di un altro grande protagonista della montagna, Mauro Corona: “La natura sta correndo un grosso rischio. Il rischio di piegarsi su se stessa e morire avvelenata come un fiore annaffiato da varechina. L'acido dell'inquinamento, dello sfruttamento, della superproduzione, del consumismo ad oltranza, della conquista dell'inutile, sta intossicando il pianeta, e cercare di opporsi al disastro che si profila è compito di tutti” (2002).

Inoltre, spesso il degrado del paesaggio è il risultato di azioni singolarmente razionali a livello micro ma distruttive a livello macro: soluzioni ottimali da parte delle unità micro-economiche possono coincidere con una disgregazione dell’ambiente naturale e sociale (Kapp, 1970, 844). Ciò significa che si dovrebbe preservare il patrimonio naturale e culturale rappresentato dai paesaggi montani analizzando a fondo la situazione attuale, “intervenendo per regolamentare le attività produttive generatrici di esternalità intertemporali nel momento in cui si manifestano i primi segni di danno ambientale” (Zamagni, 1995, 219), un concetto né semplice né immediato:

 

[...] sviluppo sostenibile è una cosa di cui tanto si parla e poco si fa, bisognerebbe davvero impegnarsi in questo senso, fare qualcosa di vero, pratico, come ridurre drasticamente gli impianti a fune, investirci nell’energia alternativa che, tra parentesi nei rifugi è già stata attuata, creare una coscienza di rispetto per l’ambiente e la montagna! Basta che passi

 

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 davanti a una pista la domenica tardo pomeriggio, altro che bianca, la neve è diventata un puzzle di rifiuti!! e la cosa peggiore è che spesso non gliene frega niente a nessuno! gli uomini che si riversano sulle montagne sono una moltitudine e questa è già di per sé una presenza dannosa, gli strumenti per agire li hanno, ma non la forza o la volontà! [...] [la tecnologia per la salvezza dell’uomo ci sarebbe], ma dato che agli uomini nel breve periodo magari non conviene e non sanno guardare oltre il lungo periodo, guardano solo al risultato immediato, non se ne fa niente, anzi peggio. Un nonno non pianta più un albero per far mangiare le castagne al nipote... le castagne le compra direttamente. E in questa logica di guadagno e soddisfazione immediata c’è il devasto per il futuro, non si pensa più al dopo, a come sarà (FF, Feltre, 5 giugno 2007, cfr. Intervista 12)     

 

Pare quindi necessario considerare il paesaggio montano come un patrimonio, una risorsa da trasmettere alle generazioni future ma anche come l’insieme degli elementi materiali e immateriali che concorrono a mantenere e a sviluppare l’identità di una comunità (Lai, 2000, 109), una volontà e un impegno da portare avanti anche di fronte al pericolo di una potenziale “crisi di identità” e di perdita di senso delle istituzioni (cfr. Augè, 1992, 94-95).

Stiamo parlando rispettivamente dei due poli del patrimonio paesaggistico: il polo diacronico e il polo sincronico (Godard, 1990, 229-231). Sotto il primo aspetto si fa riferimento all’essenzialità, per la salvaguardia dell’ambiente, di “lasciare in eredità” i beni naturali o culturali in un’ottica che considera il passato, il presente e il futuro. Inoltre, il valore patrimoniale ha anche una valenza sincronica, che coinvolge la questione dell’identità storica di una comunità: la trasmissione di un patrimonio ambientale dipende non solo dalla volontà di gestirlo per raggiungere questo scopo ma anche dall’esistenza di condizioni che consentono di alimentarne il flusso e di conservarlo, in uno specifico rapporto tra sistemi di relazioni tra spazio e comunità.

Il territorio è uno spazio estremamente complesso, definito da caratteristiche fisiche, economiche, culturali, politico-istituzionali, in cui vigono particolari sistemi di produzione, scambio, cooperazione e solidarietà: elementi che definiscono l’individualità dei diversi territori. Uno spazio sociale determinato appunto dall’insieme dei sistemi di relazione che intercorrono nella realtà considerata (Condominas, 1981, 316), definizione a cui è possibile aggiungere l’aggettivo totale, vedendo nel paesaggio un “fenomeno in cui troviamo espressione a un tempo e di colpo di ogni specie di istituzioni e sistemi di rapporti di diversa ampiezza e finalità” – nel linguaggio di Mauss (1965, 157). Tuttavia, solo

 

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 quando gli uomini hanno una cognizione matura dell’individualità territoriale in cui dimorano, si svolgono quei processi di costruzione che con il loro sedimentare e incrociarsi hanno prodotto il paesaggio (Gambi, 1986, 104). E’ però difficile ipotizzare interventi nelle aree montane per ripristinare determinate strutture paesaggistiche quando i residenti di tali aree non hanno più uno stretto legame tra paesaggio ed esperienza di esso. Invero, se in passato il paesaggio montano è stato il risultato di processi in cui la fusione di natura e attività umane è stata armonica, oggi, invece, si ha una situazione più complessa, in cui esso diventa oggetto di tensione tra diversi protagonisti (residenti, investitori, turisti, ecc.) e altrettanti interessi funzionali a determinate scelte economiche e politiche.

Nella visione dello sviluppo montano sostenibile il paesaggio costituisce un fattore dinamico e in evoluzione nell’insieme delle opzioni che vanno trasmesse in quanto patrimonio comune. Pare necessario ragionare a fondo sui fattori di criticità nell’ambito del prodotto sciistico, come la questione ambientale, la problematica delle certificazioni territoriali, gli aspetti prettamente strutturali e impiantistici quali variabili chiave dell’offerta sciistica, l’innevamento artificiale, la sicurezza, il lavoro, ecc.. Inoltre, ad esempio, pare importante creare dalla base una coscienza di informazione e rispetto ambientale, insegnando già nelle scuole la geografia e la storia locale, per trattenere l’attenzione con consapevolezza sulle problematiche complesse della cultura e della struttura del territorio di montagna (Corona, 2002).

E’ opinione di molte persone locali, fra cui alcuni intervistati, che le organizzazioni turistiche in questione dovrebbero privilegiare strutture che investano in un turismo sostenibile[45], attraverso, ad esempio, attività con l’obiettivo di osservare e valorizzare la natura e le tradizioni culturali locali, con risvolti anche educativi; iniziative organizzate da specializzati tour operator locali che minimizzino gli impatti negativi relativi all'ambiente naturale e socio-culturale, che garantiscano la protezione delle aree naturali, generando benefici economici per le comunità ospitanti, per le associazioni e per le autorità che gestiscono le aree naturali con scopi conservativi: un turismo, insomma, che aumenti la consapevolezza e il rispetto verso la conservazione dei beni culturali e ambientali, sia fra i residenti sia fra i turisti.


[45] Un esempio in questo senso è dato proprio dallo sci alpinismo, che può vantare una serie di peculiarità positive, al punto da essere indicato, a livello mondiale, come una delle attività turistiche del futuro, nell'ottica del cosiddetto "ecoturismo". In pratica, una definizione che si adatta all’escursionismo alpinistico: una forma di turismo antica che, paradossalmente ma non troppo, è indicata come modello per il futuro.

 

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Le politiche per le aree montane dovrebbero promuovere uno sviluppo che sostenga la qualità e le attrattive dei paesaggi (risorse naturali, biodiversità, identità culturale), in modo che il loro uso da parte della generazione di oggi non pregiudichi le opzioni per le generazioni future; a questo proposito si stanno effettivamente sviluppando progetti che si muovono in tal senso, come riporta uno sciatore:

 

negli ultimi anni queste attrezzature [impianti di risalita e strutture di supporto allo sci] si sono continuamente evolute, sono sempre più resistenti e sicure anche per tutte le normative in materia di sicurezza che sono uscite, e questo è stato un bene perchè cosi anche le regioni e le province hanno dovuto iniziare a impegnarsi per la sicurezza e il rispetto ambientale! Per il resto, devo dire che la pista di sci non ha più confini, ormai arriva anche oltre i 3000m, e oltre lo zero termico [quota fino alla quale scende la neve], e a volte è veramente troppo, anche per la montagna (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15).

 

i nuovi sistemi di impianti per la discesa si sono evoluti rispetto a una volta, in risposta all’ambiente e per limitare il più possibile i danni e l’inquinamento... che comunque resta, so che c’è e tanto, ma qualcosa si sta muovendo per abbassarlo, ad esempio i motori che vengono usati si stanno via via sostituendo quelli a gasolio con quelli elettrici che inquinano meno! La strumentazione che viene usata è sempre più ricercata, curata, per garantire anche alti standard di sicurezza e di evoluzione tecnologica! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13)

 

Questo non significa fare del paesaggio un prodotto del passato, fisso e statico, da ammirare solo in qualche riserva o parco naturale. Se esso cessa di essere un processo di crescita creativa permanente da trasmettere, diventando una risorsa data e immutabile, non è più un paesaggio vero e proprio. Con ciò non si vuole dire che la montagna non ha bisogno di vincoli per essere conservata e tutelata, ma, invece, ogni discorso sul paesaggio dovrebbe basarsi su un’adeguata considerazione delle sue specificità fisiche, sociali, culturali, economiche ed estetiche (Romani, 1994; Lanternari, 2003). La creazione positiva è possibile solo se si sviluppano politiche e attività produttive che non abbiano come oggetto lo sfruttamento e l’appropriazione del paesaggio stesso: lo sviluppo diventa la condizione per la conservazione di detti caratteri e per la creazione di nuovo paesaggio. L’analisi antropologica del paesaggio montano dovrebbe considerare, nel paradigma dello sviluppo sostenibile, la ricerca di un nuovo rapporto – basato su una profonda

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coscienza ecologica – tra uomo e patrimonio naturale e culturale, in una sintesi che vede capacità scientifica e tecnologica al servizio del futuro dell’uomo, nel rispetto di fattori come l’ambiente ecologico, che determinano e definiscono specifiche identità (Lai, 2000, 67-70; Marcuse, 1964).

Turri (1998) paragona il paesaggio ad un teatro in cui gli uomini concertano l’evento teatrale di cui sono i protagonisti, richiamandoli ad essere anche spettatori e osservatori di tutto ciò che hanno prodotto; noi recitiamo, insieme alla natura, in un teatro che è il paesaggio, e lo formiamo, continuando a recitare, se abbiamo sia la consapevolezza di leggere, sia quella di recitare, di essere attori. Allora l'insieme forma un teatro che è una recita nella quale e con la quale noi viviamo, per cui è condizione imprescindibile mantenere e preservare il nostro palcoscenico, un compito per la società intera e per il bene del paesaggio stesso:

 

vorrei sottolineare che esistono molte montagne …Dolomiti, Monte Bianco, Cervino,... ma di fondo esiste l’amore per la montagna! [...] Tutto ciò dovrebbe essere maggiormente valorizzato in modo tale che i vacanzieri e i frequentatori si rendano conto del posto in cui si trovano, sappiano la storia dei monti che ammirano. Possano riuscire, in sostanza, a sfogliare le pagine del “libro” scritto da tutti coloro che hanno partecipato alla vita delle montagne. E’ la memoria storica che non deve essere abbandonata (AL, Alleghe, 26 agosto 2007, cfr. Intervista 20).

 

4.3 Uomo e montagna tra spettacolo ed emozione

Sciare è mettersi in scena, per sé e per gli altri, è recitare nel grande scenario del “circo bianco” che il paesaggio montano invernale mette in atto. In questa dimensione ludica ed estetica, gli oggetti materiali, dagli sci stessi al vestiario a tutta l’attrezzatura di contorno, rivestono un ruolo significativo, legato strettamente alla cultura materiale non solo sportiva, ma anche e soprattutto montana. Da questo punto di vista, anche l’industria e l’artigianato a contatto con le discipline invernali si distinguono anzitutto per il rapporto con il proprio territorio, sviluppando connotati che valorizzano la cultura specifica del contesto montano in una posizione aperta al dialogo e al confronto con l’alterità. Infatti, i mutamenti in corso per il paesaggio e le identità montane, di

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 cui si è scritto più sopra, non sono limitati all’ambiente o alle genti locali, ma riguardano anche e soprattutto le culture materiali e immateriali montane, laddove la prima non si vuole intendere in contrapposizione alla seconda. Nell’artigianato, per esempio, c’è sempre dello “spirito immateriale”. Con  cultura materiale si definisce piuttosto l’insieme degli artefatti di una società: sia quelli connessi alle attività di sussistenza, sia quelli prodotti a scopo artistico o rituale e, nel nostro caso, sportivo, che non sono semplicemente connotati come “cose” tangibili o fisiche, ma, contestualizzati, assumono precisi significati (Destro, 2001, 140). Ad esempio, se gli usi tradizionali di produzione e di trasformazione della natura corrispondono a tecniche apprese, ebbene, queste tecniche sono un patrimonio di cultura materiale.

La storia evolutiva dell’uomo montano è legata anzitutto alla foresta (cfr. Corona, 2003). Pastori disboscatori, prima che agricoltori, hanno elaborato una civiltà del legno che ha prodotto manufatti ingegnosi come gli sci e gli strumenti ad essi correlati: fondamentali mezzi di locomozione e sussistenza che oggi, nell’evoluzione del proprio significato, hanno perso anche l”artigianalità originaria”

 

negli anni ’50 cambiava tutto, sono arrivate le macchine anche per gli sci, sono aumentati gli sciatori, e anche sono cambiati i materiali. Ad esempio è arrivata la plastica... perchè prima erano tutti di legno sa [...] Ecco vede come cambiano le cose. Comunque adesso ormai fanno tutto le macchine i falegnami come me che facevano gli sci non esistono quasi più, anche perchè ormai il legno non si usa neanche più! La mano del progresso, ah… ormai più niente fa la mano! (BA, Belluno, 14 aprile 2007, cfr. Intervista 5)

 

Vecchi attrezzi come gli sci di legno, hanno lasciato posto oggi alle nuove tecnologie, mentre cambia anche la cultura dell’abbigliamento (che si tratti di vestiti, abiti o costumi). Non solo i bisogni legati alle pratiche, ma anche la moda, essenza mutevole e diversificata legata al costume socioculturale (Seymour-Smith, 1986, 273) che ondeggia variando sul piano spazio-temporale di ogni società in funzione dell’inclinazione degli individui a seguirla, paiono i protagonisti indiscussi dei rapidi mutamenti che investono la cultura materiale montana e sciistica. Moda come indicatore di status e ruolo sociale, ostentazione di ricchezza e potere, strumento di esibizione o fattore transclassista di rivalità o competizione a fini di prestigio (cfr. Baudrillard, 2002; Codeluppi, 2003), questo aspetto investe lo sci in modo non marginale, come si vedrà in seguito.

 

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Per quanto riguarda l’attrezzatura, prima di addentrarci nella riflessione antropologica, mi riservo di fare in merito un accenno di carattere tecnico-pratico, così da darne al lettore una visione più completa. In montagna è necessario uno specifico e adeguato abbigliamento[46], e non è retorico dire che, in condizioni estreme, questo può salvare la vita. Tra gli altri, i materiali compositi ad alto contenuto tecnologico (gore-tex, kevlar, fibre di carbonio e di vetro, ecc.) hanno assunto negli ultimi anni un’importanza crescente, grazie ad elevatissime proprietà fisico-meccaniche che consentono applicazioni strutturali in svariati ambiti. La continua ricerca e l’innovazione tecnologica in questo settore hanno riconosciuto a tali materiali un ruolo di primaria importanza, sia perché non sostituibili dai materiali tradizionali quanto a resistenza e flessibilità, sia da un punto di vista commerciale, essendo oggetto di una crescente domanda. Le applicazioni, un tempo riservate a settori ad alta tecnologia (aerospaziale, aeronautico, militare, ecc.) che notoriamente hanno elevate disponibilità finanziare, si sono largamente diffuse fino a giungere ai beni di consumo, con particolare riferimento all’ambito sportivo. Ad oggi, nello specifico dello sci, in cui è necessario poter disporre di attrezzi leggeri, resistenti e sempre più high tech, non si può prescindere dall’impiego di questi materiali, che assumono rilevanza anche dal punto di vista commerciale.

Sulle piste gli sciatori appaiono quasi come “mascherati”, paragonabili a cavalieri in armatura, dove spesso proprio i colori, i materiali dell’attrezzatura e lo stile ne consentono la riconoscibilità, proprio come in un torneo medievale... sulle piste da sci (Trivero, 2004, 156).


[46] In questo senso, ci si dovrebbe vestire a strati, peraltro come negli altri sport all'aria aperta, considerando tre livelli di protezione: strato di protezione: il più esterno, destinato a proteggere dagli agenti atmosferici, impermeabile, antivento e traspirante; strato calore: regola la temperatura corporea, mettendo o togliendo indumenti a seconda delle necessità; strato comfort: indumenti a diretto contatto con la pelle, che devono assorbire e allontanare il sudore, mantenendo la pelle il più possibile asciutta.

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Da ciò nasce una riflessione che ha come oggetto appunto la seduzione degli “strumenti” stessi dello sci, la complessità, il fatto che la loro significazione può andare oltre la semplice utilità strumentale. Sciare diventa una dimensione di autorappresentazione, di trasformazione in un altro-da-sé grazie a un preciso travestimento, con il quale dare spettacolo nel quadro del paesaggio montano. Nascosti dietro occhialoni, tute, scarponi, caschi e maschere si ricostruisce una sorta di mondo a parte, in cui questi elementi identificano la propria identità, in una sorta di “apparenza velata”.

Anche il significato assunto dall’attività sportiva stessa supera l’aspetto funzionale e pratico, in una comunicazione di più ampio respiro e senso:

 

[...] la gente vuole uscire dalla propria noia ed elevarsi socialmente mostrando che va a sciare, ma senza spirito sportivo, sono solo chiacchiere in più. E questo va bene per l’economia del territorio, per il mercato che ci gira intorno... ma a che prezzo per la montagna e per lo sport? (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13).

 

Già, cosa comportano questi cambiamenti? Lo abbiamo visto brevemente nei paragrafi precedenti, passando per la costruzione dell’identità e delle emozioni fino ad arrivare al significato del paesaggio (in generale e montano).

Le discipline sciistiche stesse possono essere viste come movimenti culturali in continuo divenire e cambiamento, sia nel senso che derivano da una costruzione culturale sia in quanto piattaforma di creazione e ri-creazione di nuovi significati. Ad esempio,

 

l’alpinismo è stato cultura sin dall’inizio, anche se forse oggi non lo è più tanto... La calata di interesse per l’alpinismo è dovuto ai protagonisti che magari non hanno il carisma degli alpinisti di qualche anno fa. Non è tanto colpa di questi ultimi ma dei tempi in cui viviamo dove si consuma ogni cosa: ora anche l’impresa più straordinaria non ha la giusta risonanza. Però, i grandi alpinisti facevano la cultura. L’alpinismo italiano nasce come movimento culturale! Tutti i personaggi che si sono succeduti dopo hanno sempre dato testimonianza della loro attività attraverso i loro scritti, in cui descrivevano non solo la montagna, ma anche quello che significava, le persone e i posti che c’erano lassù, i paesi, le tradizioni. Questa è cultura di montagna! Poi, se pensi ai rifugi, sono sempre stati centri di cultura internazionale, di incontri alpinistici, di crescita e conoscenza! (AL, Alleghe, 26 agosto 2007, cfr. Intervista 20)

 

Se il paesaggio è lo spettacolo in cui ci si immerge praticando lo sci, non è forse vero che anche lo sci stesso è uno spettacolo immerso nel paesaggio? Ora vorremmo concentrarci sulla seconda parte di questa domanda, e in particolare sul rapporto che nasce dall’ingresso dell’uomo in montagna attraverso l’”universo sportivo”, in un palcoscenico dove si scivola sulla neve.

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Lo spettacolo dello sport, in montagna

 Che cosa porta l’uomo ad affrontare la montagna? Quali sono le sue aspirazioni in merito al mondo dello sci? Nelle interviste che ho raccolto sono emersi diversi punti di vista in merito, con altrettante risposte spesso in funzione della particolare disciplina che si va ad intraprendere. Sono consapevole che non è possibile dipingere in modo esauriente tutte le visioni che possono esserci a riguardo, anche semplicemente perchè ogni persona può avere un pensiero diverso. Tuttavia, può essere utile provare a considerare le informazioni che ho raccolto, le quali, per quanto frammentarie, possono stimolare degli interessanti spunti di riflessione per quel che riguarda il rapporto tra l’uomo e la montagna attraverso le discipline sciistiche:

 

[...] emozioni ed esperienze sono anche interiori, la scalata in montagna è soprattutto interiore, nel senso che ciascuno ha una possibilità diversa di conoscere sé stesso e i propri limiti. E’ chiaro che l’attrazione fatale per il rischio è un’attrazione che va a toccare i sentimenti, prima dei muscoli. E quando l’alpinista è consapevole di poter andare oltre i limiti che pensava di avere, scatta la fusione, l’attrazione estrema verso la montagna. Ma attenzione, l’alpinismo non è per tutti, è necessario avere il coraggio di mettersi in discussione, di confrontarsi con sé e “l’altro da sé” e possedere una vocazione all’avventura in senso lato. La montagna a differenza di altre attività ha anche valenze di tipo spirituale. In mezzo ai monti si va alla ricerca di solitudine, di isolamento, esigenza non sentita da tutti. (AL, Alleghe, 26 agosto 2007, cfr. Intervista 20)


ci sono diversi motivi e significati per cui uno decide di  praticare lo sci! ad esempio può rappresentare una tradizione familiare, o uno può avere una particolare capacità atletica, può essere una pausa di astrazione o un desiderio indotto dalle dinamiche commerciali e di moda oppure una necessità medica, come la riabilitazione, che io consiglio spesso! (FA, Alleghe, 20 luglio 2007, cfr. Intervista 3/b)

 

L’ascensione della montagna può avere anche una dimensione rituale e meditativa, che affonda le sue radici nella storia stessa dell’alpinismo, come si è visto in precedenza, in cui prove fisiche e capacità si uniscono al piacere della ricerca e della scoperta non solo esteriore, ma anche interiore e spirituale (cfr. Lai, 2000, 120). Accanto a questa visione, è da notare la motivazione “indotta dalle dinamiche commerciali e di moda” che porta a volte a praticare lo sci – un concetto che ritorna spesso nel corso delle interviste raccolte –, considerandolo

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quasi in bilico tra due “anime”. Da un lato quella in cui l’uomo cerca il pieno, sincero, diretto contatto con la montagna (in cui baluardo ne è l’alpinismo, o il fondo), dall’altro lato l’anima più “mondana”, che punta più sulla spettacolarizzazione dello sport, che cerca affermazione sociale e immagine commerciale nell’ottica della moderna società dei consumi (cfr. Ferraresi, 2005; Di Nallo, 1997).

 

E’ profondamente mutato il concetto dell’“andar per monti”. Non a caso nel periodo tra le due guerre l’alpinismo assumeva un valore sociale molto diverso rispetto a prima e dopo, era quasi un’attività eroica per il fascismo. Oggi non è così, il valore è cambiato: siamo in un’epoca consumistica e tutto si ‘consuma’ molto rapidamente, anche le scalate. (AL, Alleghe, 26 agosto 2007, cfr. Intervista 20)

 Ormai è diventato più un turismo “di facciata” più che di vere persone che vogliono sciare per il piacere di sciare... io vedo nei miei allievi, prendi i bambini, a loro sì piace sciare, ma i genitori... che palle, la maggior parte si preoccupano più di avere una bella tuta in completo con gli sci piuttosto che sciare bene. Sembra quasi di vedere delle sfilate! Così tornano a casa e dicono che sono andati a sciare, che si sono abbronzati, [imita le signore snob e si atteggia con le mossette] ecc. e “si fanno vedere”. Bah, vedi di quegli elementi [...] inoltre oggi con tutte le agenzie e i tour operator ...ci sono i pacchetti tutto compreso, mi sembra che si chiamino “ski total” [confermato poi in un’agenzia turistica], ti danno con prenotazione pacchetti di settimane bianche, con l’aereo, l’alloggio o l’albergo, la scuola di sci, i pasti, i servizi... tutto insomma, e tutto compreso, in ogni posto e per tutti i gusti! (FB, Feltre, 12 aprile 2007, cfr. Intervista 4)

 

Un “consumismo” di facciata che ormai segue più spesso le leggi del mercato di quelle della montagna, restando in balìa della domanda, dell’offerta e soprattutto della moda.

 

[...] lo sci ormai non è quasi più uno sport, anzi, è quasi un oggetto in mano al mercato, è tutto mercificato! ...non sono mica contento sa, no. E poi anche gli sci cambiano secondo quello che chiede il mercato e le esigenze degli atleti, e degli sponsor... perchè ormai hanno tutto in mano loro. Sono pochi quelli che vanno a farsi una sciata perchè vogliono sciare, anzi, più che altro ormai ci sono o gli atleti che fanno gare o gli sciatori della domenica, che vanno a sciare più che altro per dire che sono stati a sciare in quel tal posto e farsi vedere che sono fighi no... ma no che vogliono fare sul serio per il piacere di sciare. (FE, Feltre, 24 aprile 2007, cfr. Intervista 11)

 Ci sono continuamente questi sponsor che trattano gli atleti come fossero burattini, tanto che a volte perfino gli atleti stessi impazziscono e arrivano a perdere contatto con l’animo dello sport vero e proprio, e ci vedono solo soldi, non più divertimento, né emozione, solo soldi (AH, Alleghe, 17 agosto 2007, cfr. Intervista 18).          

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Come parlare, dunque di “sport”? Che significato dare alla pratica sciistica? Probabilmente a queste domande non esiste una risposta unica, oggettiva. Ognuno di noi infatti ne ha una concezione e un modo proprio e diverso di affrontare la pratica. Per lo sci questa labilità di definizione vale moltissimo, specialmente se parliamo in termini di immagine esterna e interna, dove non ci si può esimere dal considerarne la potenza “comunicativa”. Possiamo riferirci ad esempio allo sci da discesa, ma anche allo snowboard. Sport in cui si è, a tutti gli effetti, “in vetrina”, esposti senza barriere agli occhi di tutti. Ecco che il fatto di sciare è già di per sé uno spettacolo – in primis nel senso dell’esposizione a degli “spettatori”, laddove allo stesso tempo, è proprio questo fattore del “dare spettacolo” una delle massime leve che determinano l’emozione della disciplina, in un connubio tra esperienza personale e pubblica che, nonostante il contenuto di immagine che si vuole dare, travolge la concezione stessa di status sociale (Trivero, 2004, 163). Due sciatori esprimono molto bene questo concetto:

 noi [i discesisti] e quelli che fanno snowboard diamo spettacolo, tipo come un’esibizione pubblica, che richiede tanto impegno, creatività... anche perchè ci sono gli altri che ti guardano e tu ti metti sempre in gioco, devi far vedere la tua personalità, anche perchè ognuno ha uno stile, un modo di scendere, che dipende dalla scuola e quindi anche dalla nazione ma anche dalla tecnica e dalla fantasia! [...] non solo devi scendere, possibilmente senza cadere, ma anche scendi veloce, lasci scorrere l’adrenalina che hai dentro, cerchi di sciare bene e in modo corretto, con la tecnica giusta ma aggiungi in più il tuo stile personale, che alla fine è quello che si vede, e non è facile, bisogna impegnarsi a fondo, e poi è soddisfazione e divertimento insieme! ti senti realizzato! (FG, Feltre, 6 giugno 2007, cfr. Intervista 13)

 fai conto che se fai snowboard o discesa sei in vetrina. Tutti ti guardano, giudicano, pensano. Tu sei lì, sulle piste e devi dare il meglio. Ma comunque vada, tutto resta soggettivo, tutto quello che si comunica è sempre in funzione a chi sta osservando e interpretando, niente comunica in modo oggettivo e univoco, è relativo in base a quello che vuoi leggere! quindi, tu sei, sì, esposta, ma il “chi” sei si può mimetizzare alla grande, nel senso, anche le classi sociali si possono mimetizzare se pensi. Puoi avere tutte le tute che vuoi, gli sci più belli, ma il tuo approccio di presenza può essere ottimo indipendentemente dall’attrezzatura, e viceversa, puoi fare delle figure bestiali nonostante tu sia un fighetto. Per contro, ci possono essere degli operai da 600 € al mese con un abbigliamento ricercatissimo che non sanno fare una mazza... che si fanno il mutuo per prendersi tutto all’ultima moda... insomma, è tutto che si confonde, un casino, non ci capisci più niente. (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15)

 

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Questa visione, che considera anche lo stravolgimento delle classi sociali, risulta molto interessante e un utile spunto di riflessione per il nostro oggetto. La pratica dello sci spesso viene vista come uno status symbol, un modo, cioè, per affermare la propria posizione sociale in base ai significati racchiusi sia materialmente (abbigliamento, accessori, impianti sportivi) sia simbolicamente nella disciplina e nel consumo. Mary Douglas  scriveva che “la funzione essenziale del consumo è la sua capacità di dare significato. Dimentichiamoci che i beni servono per nutrirsi, vestirsi e riposarsi; dimentichiamo la loro utilità e sperimentiamo invece che le merci servono per pensare” (1979 [trad. it. 1984, 68]). Bourdieu (1979) ha ugualmente riservato un ruolo centrale alle pratiche di consumo che vanno a definire l’identità di un individuo, strettamente e reciprocamente influenzate da variabili quali il capitale economico (proprietà materiali ed economico-finanziarie), sociale (relativo alla qualità e alla quantità di relazioni che un uomo intrattiene con i suoi simili) e culturale (in funzione della cultura trasmessa dalla famiglia di provenienza e dall’educazione istituzionale). Si consumano segni, si fanno parlare e comunicare i prodotti, si esplicitano nuove forme di tattualità sociale, proprio come affermava De Certau (1974). Oggi il consumo non è più fondato sui processi di domanda e offerta che interessano la produzione, bensì, nel passaggio dalla produzione al consumo, ci troviamo di fronte a rapporti tra domanda e offerta di significato (Ferraresi, 2005, 107). Il consumo è, senza più un legame “sacro” con la produzione, laicizzato, pervasivo in ogni sfumatura della vita umana, motore del cambiamento e del progresso sociale, investito di un potere tale da giungere alla smaterializzazione dei prodotti stessi, conferendone un valore d’uso che oltre ad essere materiale è prima di tutto simbolico, in un mercato moderno dove a competere sono i messaggi, non più i prodotti (Fabris, 2003, 65-71). Questo vale non solo per le merci, ma come è stato visto in precedenza, anche per i paesaggi.
Spesso, il successo di un prodotto consiste in ciò che esso comunica, in una strutturazione complessa di relazioni e significati con l’esterno. Ad esempio, avere una tuta di una certa marca, in completo con uno specifico paio di sci e di equipaggiamento e il fatto, ad esempio, di andare a sciare nella cornice di

 

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 Cortina, può essere visto come un indicatore di un determinato messaggio o di appartenenza ad una particolare classe sociale (Ferraresi, 2002, 51-73). Una complessità che richiama il concetto stesso di tessuto, di interdipendenze intese come trama di rapporti tra i vari elementi che costituiscono il tutto, con rispettive influenze reciproche tra i vari ordini di realtà. Ogni oggetto assume quindi significato nel contesto in cui è inserito, attraverso la rete di relazioni con le quali è connesso, fino a costituire un “sistema di significato” nel “sistema degli oggetti” (Baudrillard, 1968; cfr. Martini, 1999, 23), in un continuo gioco di rinegoziazione del senso.

Come affermò Balducci, “le cose si danno esistenza e senso reciprocamente e nessuna di esse può essere intesa adeguatamente se non nel sistema di relazioni che la fa essere quel che è” (1992).

Tuttavia, spesso ciò che si vuole comunicare non ha riscontri effettivi nella ricezione reale. Questa discrepanza nella comunicazione viene ben messa in luce da uno sciatore:

 

Pensavo che lo sport in realtà rivoluziona le classi sociali [...] perchè se pensi, nello sport in quanto tale non importa che reddito hai o chi sei, perchè comunque, la maggior parte delle volte ti comporti in maniera diversa dalla vita normale. E’ come se ci fosse un livellamento, anche nello sci, tipo uno può prendere 10.000 euro al mese ed essere sulle piste tutto firmato, ma magari è più brocco e impedito di un semplice operaio che cosi si rivaluta... oppure, prendi la corsa. Spesso non avere i mezzi dà la possibilità di costruire le capacità di resistenza e forza, perchè devi sviluppare fatica, coraggio, come gli africani o anche come la gente di montagna che in alpinismo è imbattibile, al contrario dei cittadini che si riversano in montagna a volte più per apparire che per altro [...] quando sei sulle piste si confonde tutto, non occorre essere straricchi quando poi non sai stare in equilibrio su due tavole, non è il benessere che fa sciare, anche se certamente aiuta, ma è l’umiltà, la volontà fisica e il rispetto, di sé, degli altri e della montagna [corsivo mio]. Ti racconto un aneddoto, l’anno scorso un maestro di sci mi ha raccontato che stava tenendo un corso al personale di un’importante azienda di Treviso, un corso con diversi tipi di dipendenti, dal manager all’operaio. Però questo mio amico non sapeva chi era chi, per lui erano tutti uguali sugli sci. Insomma alla fine è saltato proprio fuori che le capacità tecniche non sono manageriali, anzi, spesso gli operai erano stati migliori dei loro capi sulla vita “normale”! Hai visto, è come se ci si trasferisse in un altro mondo, dove le classi sono trasversali, i comportamenti cambiano e tutto viene rimesso in discussione! (AE, Alleghe, 9 luglio 2007, cfr. Intervista 15)

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 Emerge sia dalla ricerca di campo sia dalle riflessioni attuali come il concetto di classi sociali stia sfumando sempre più a favore di un’evoluzione del linguaggio e delle categorie concettuali stesse (cfr. Mora, 2005). La classe sociale è un modo di classificare i diversi gruppi umani in termini marxisti, in funzione al rapporto instaurato con i mezzi di produzione e definendo un insieme di persone occupanti una stessa posizione nell’ambito delle relazioni di potere nella dimensione sociale del lavoro (Martini, 1999, 25). Oggi i determinanti di questa definizione (lavoro e potere sui mezzi di produzione) sono cambiati moltissimo, facendo variare di conseguenza anche le categorie, i soggetti, il linguaggio e i rapporti che si sviluppano tra questi concetti. Le posizioni e la mobilità sociale sono in continua evoluzione, così come i gruppi sociali non possono essere definiti in modo netto e inequivocabile, bensì analizzando la loro esistenza trasversale e multidimensionale nel più ampio contesto collettivo.

Tornando alle piste da sci, accanto alla particolare discrepanza tra immagine e comunicazione, un altro aspetto può essere degno di nota: sulla neve effettivamente si è tutti diversi, ma eguagliati da una sorta di ritualità comune che col tempo è diventata sempre più affollata e meno elitaria (cfr. Rivière, 1995). Sulle discese innevate, gusto infantile, gestualità liberatorie e divertimento si fondono in una festa simile a un carnevale dai tanti costumi colorati, ognuno con il suo personale spettacolo (Trivero, 2004). Questa dimensione edonistica si può riferire ad alcune discipline, come la discesa e lo snowboard, mentre in un certo senso si “scontra” con altre (cfr. Interviste 12, 13). Nelle prime, guardare ed essere guardati non è solo un’opzione, ma una delle motivazioni che spingono all’azione, al coinvolgimento emozionale, in un immaginario teatralizzato anche dai mass media. Inoltre, dalle opinioni che ho rilevato l’alpinismo sembra avere una visuale molto diversa rispetto alla discesa in rapporto al contesto ambientale e allo sport stesso. Un punto di vista che pare avere molto in comune con l’umiltà, la volontà fisica e il rispetto di sé, degli altri e della montagna, ma a cui si aggiunge una forte componente di rischio e di avventura in stretto rapporto con il paesaggio naturale. Nel dilemma tra apparire ed essere, abilità e presunzione, le varie discipline ricoprono quindi posizioni talvolta divergenti.

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Comunque, se lo spettacolo è anche l’emozione di mettersi in mostra, certo è che in montagna non si può bluffare: ci si può nascondere dietro attrezzature all’ultima moda e costosissime, ma bastano pochi metri di pista per svelare ogni inganno. 

Le forme di sport e di turismo praticate in modo differente fin qui descritte, comportano a loro volta esperienze e contatti particolari con ambiente e popolazioni locali. Questi “turisti sportivi” nella neve e all’aria aperta, tuttavia, per quanto variati possano essere, sono accomunati da una certa ritualità, che concerne soprattutto la ricerca della dimensione alternativa, del distacco temporaneo dalla vita quotidiana, in un periodo temporale in cui allontanarsi dal proprio contesto abituale per immergersi in una dimensione spazio-temporale quasi rituale, in cui il rito è costituito proprio dalle diverse prove fisiche, dalla conoscenza di altri ambienti non solo fisici, ma anche spirituali, emozionali e socio-culturali (Lai, 2000, 120; Simonicca, 1997).

 

 


 

 

 

 

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Capitolo 5 – NOTE METODOLOGICHE

SUL LAVORO DI RICERCA

 

 

5.1 L’esperienza di un’etnografia “montana”

 

L’idea di una tesi relativa al fenomeno dello sci e alle sue implicazioni socio-culturali è nata chiedendo a me stessa, in prima persona, “che cosa significa lo sci, quali aspetti della realtà sono ricollegabili a questo, che non è solo uno sport, ma un vera e propria costellazione di rappresentazioni?”

Per me, pensare allo sci, significa avvolgermi in un tepore che mi fa sentire, semplicemente, a casa. Automaticamente nella mia mente si affacciano ricordi e immagini anche sensoriali che riportano in quella che è la mia terra d’origine, un luogo che spesso, purtroppo, la mia anima viaggiatrice e cosmopolita ha trascurato per non dire, a volte, snobbato. Il profumo della sciolina calda appena colata nel laboratorio di mio padre, gli sci colorati e allineati più o meno ordinatamente al muro, lo svegliarsi presto al mattino per partire in direzione delle piste con un thermos di tè caldo mentre le vette delle Dolomiti si tingono di un meraviglioso rosa, il trovarmi in cima a una discesa bianca come un tappeto di velluto che fa capolino tra gli alberi e poi scendere, lanciarsi, scivolare sulla neve… tutto questo e altro ancora, per me è casa.         
La decisione di affrontare un argomento particolare com’è il mondo che ruota attorno a queste “due tavole” è nata quindi come una sorta di omaggio a un contesto e ad uno sport che mi hanno vista nascere e crescere in un’immersione fisica, emotiva e sociale quasi completa: da quando mio padre mi ha letteralmente “messo sugli sci” a tre anni, ho infatti trascorso quasi tutti gli inverni sulle piste, sciando. Oltre a ciò, come accennato nell’introduzione, con questo scritto desidererei non solo approfondire il tema della rappresentazione delle varie realtà e significati connessi alle discipline sciistiche, in relazione alle comunità montane-alpine di riferimento, ma anche dare voce ad un territorio, qual è quello delle Dolomiti Bellunesi, a una realtà sociale e fisica a volte trascurata negli studi antropologici.

 

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Una pratica etnografica che alimenti la riflessione sul mondo dello sport connesso alle piccole comunità montane può porsi come un confronto dell’antropologia nel dare il via ad un nuovo dialogo, che permetta di impostare particolari forme di conoscenza, e che getti le basi per innovativi sentieri della disciplina. Perseguo la convinzione che non è sufficiente affermare di “voler dar voce a chi non ce l’ha”, ma è fondamentale sforzarsi nella comprensione di un territorio, delle dinamiche sociali, della storia, delle persone e della lettura del contesto in cui sono inserite. Lo stimolo e la curiosità della ricerca etnografica possono appunto dare questo contributo partendo dalla condivisione dei saperi, dalla discussione delle diversità, dalla relatività dei contesti e dalle conoscenze che altri attori nativi hanno della realtà sociale.

 

Dopo questa breve ma necessaria premessa è forse più comprensibile esprimere il mio non semplice lavoro di campo e di interpretazione, influenzato da quello che può essere definito “il disagio dell’antropologo” a contatto con una realtà in un certo senso “troppo” familiare. Ogni membro nato o cresciuto in un dato gruppo riceve e accetta uno schema standardizzato del modello culturale in cui si trova, facendone un uso sia prescrittivo sia interpretativo e mettendolo raramente in discussione. Ma in una ricerca etnografica, le idee, le linee interpretative che il gruppo di origine ha fornito non saranno pienamente utili, laddove il “pensare come al solito” viene messo in crisi, non essendo più applicabile: è necessario uno sguardo distaccato, dotato della lucidità che permetta un’interpretazione nitida dell’esperienza, che renda appunto estraneo il familiare e familiare l’estraneo (cfr. Geertz, 1973); tutto ciò facendo del contesto che si va a studiare un campo di avventura, non un’ovvietà ma un argomento discutibile da sottoporre ad analisi, una situazione problematica difficile da dominare. Se strutture e procedure abituali nel settore sciistico “quotidiano” possono apparire scontate per gli attori sociali, così non è per uno sguardo etnografico. Riprendendo Dal Lago e De Biasi (2002, X), suggerisco dunque con la presente una ricerca che intenda descrivere un particolare mondo sociale in base ad una prospettiva non scontata; non una mera descrizione della

 

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 realtà, ma un’analisi non ovvia che metta in luce aspetti non evidenti, soprattutto pluridimensionali: “occorre scendere per le strade e guardarsi attorno, esercitare l’uso di tutti i sensi possibili e non solo della vista: capacità di sentire e di ascoltare, di interpretare, di comprendere e anche di patire” (Id., XIX). Chi affronta uno studio etnografico deve dunque entrare nel mondo che ha deciso di studiare per osservarlo con professionale distacco, “spaesandosi” e in qualche modo sdoppiandosi tra ciò che è nella propria vita ordinaria e ciò che diviene durante lo studio.
L’oggetto della presente ricerca è dato dalle pratiche sociali e dalle rappresentazioni relative al fenomeno sciistico – un fenomeno a cui gli attori intervistati sono o dicono di essere strettamente legati per motivi sia “sentimentali” connessi alla tradizione e alla cultura locale sia economico-materiali nella vita quotidiana, dove regnano l’interazione e la comunicazione in contesti limitati e spesso inconsapevoli. Il principale “strumento etnografico” qui utilizzato, accanto alla pratica delle interviste, è quello dell’osservazione partecipante: la presenza diretta del ricercatore nella società oggetto dello studio, in un lavoro caratterizzato dal fatto che l’antropologa raccoglie informazioni sulla cultura e sulla vita quotidiana, o su aspetti più specifici di un gruppo sociale, osservando le pratiche e le persone di quel gruppo oppure partecipandovi direttamente (Marzano, 2006, 3; Bianco,1988, 119 e segg.).

Una partecipazione che nel mio caso è stata una costante per 21 anni, e nello specifico si è affermata nel lavoro di campo svolto durante la scorsa primavera-estate[47]. Questo periodo ha compreso anche due mesi di “immersione” totale in una comunità montana (diversa da quella mia di origine) la cui vita è pienamente connessa con il fenomeno dello sci; un periodo durante il quale sono stata assunta come cameriera in un hotel del paese in oggetto – splendida località adagiata sulle pendici del monte Civetta e completamente immersa nelle valli dolomitiche. Inoltre, ritengo opportuno sottolineare l’intervento fondamentale, durante tutto l’anno di ricerca, di un informatore privilegiato e molto “particolare” sia personalmente sia in relazione alla materia: mio padre.

 


[47] Dall’inverno 2007 ho iniziato a fare ricerche bibliografiche tra le varie sedi delle comunità montane bellunesi - in particolare Feltre e Belluno, iniziando così l’analisi documentaria. A questo si sono aggiunte le interviste effettuate da aprile a settembre 2007 che hanno avuto luogo durante le mie trasferte in territorio montano con colloqui a residenti della provincia di Belluno e a persone strettamente coinvolte nell’argomento di tesi (cfr. Appendice II).

 

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Maestro di sci da oltre trent’anni, direttore di scuola di sci e titolare di numerose specializzazioni, ha svolto un ruolo estremamente importante nel presente lavoro per quanto riguarda le preziose informazioni trasmesse e per i contatti, la letteratura e le conoscenze date dalla sua esperienza personale, che mi ha entusiasticamente messo a disposizione. Insolito gatekeeper per l’”entrata al campo”, egli si è rivelato anche una vera e propria guida all’osservazione e all’interpretazione di un “mondo” sociale di non immediato accesso e comprensione, ricco tuttavia di stimoli costanti per la riflessione sul tema in oggetto. Complessivamente, quindi, il background e il mio impegno per la ricerca non si esauriscono nei due mesi di luglio e agosto 2007, ma hanno radici più profonde e complesse.

Il lavoro si è sviluppato in un percorso di partecipazione, osservazione e realizzazione di interviste a persone a diverso titolo e livello coinvolte nel fenomeno sportivo, selezionate in modo vario ma cercando comunque di seguire criteri equilibrati e trasversali. Ho infatti scelto persone di diversa età, sesso, luogo di residenza, attività professionale e disciplina sciistica praticata, distribuite in modo uniforme sul territorio provinciale, così da poterle ritenere rappresentative di realtà eterogenee e significative. Agli intervistati veniva proposto un dialogo abbastanza aperto alla libera discussione, dando spunti per avere opinioni su determinati argomenti relativi allo sci e ai suoi diversi ambiti di significato (cfr. Appendice I).

Durante l’esperienza nella provincia di Belluno dell’ultimo anno, ogni occasione di interazione e contatto con le persone locali è stata analizzata, o meglio “vissuta” in maniera quasi disgiunta: partecipandovi in quanto Serena, ma allo stesso tempo distaccandomi per essere osservatrice, per registrare con occhio analitico dall’esterno ciò che in quel momento stava accadendo e ciò di cui le persone stavano parlando. Ho attivamente cercato anche altre forme di interazione oltre alle interviste programmate, creando occasioni per incontrare persone anche al di fuori dalla cerchia di conoscenze, ad esempio partecipando a feste, manifestazioni locali o semplici aperitivi nel bar del paese, conoscendo nuovi maestri di sci e turisti, ecc.. L’approccio alla ricerca è così cresciuto con la convinzione di poter raccogliere meglio le sfaccettature e le contraddizioni del fenomeno che mi accingevo a studiare tenendo sempre “gli occhi e le orecchie bene aperti”: informazioni, dettagli, momenti rituali, “illuminazioni”, possono infatti cogliere il ricercatore di sorpresa e arrivare sotto forme più impensate, come canzoni, battute, romanzi, favole per bambini, film, commenti nel mezzo di una conversazione, ecc..

 

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Se da un lato in quanto “indigena” ammetto di aver riscontrato una sorta di difficoltà a mantenere uno sguardo limpido costante nella ricerca, dall’altro questo è stato un punto a mio favore in quelle che sono state le “relazioni” con le persone del luogo. Le comunità montane in questione, a volte dipinte come chiuse e refrattarie a farsi esplorare e capire, gelose delle proprie tradizioni e peculiarità, si sono invece dimostrate molto disponibili una volta a conoscenza delle mie origini “non forestiere” e dell’argomento che andavo studiando, in diretto rapporto con le loro esperienze e tradizioni.

Uno dei criteri secondo cui è possibile distinguere i tipi di osservazione etnografica è, secondo Atkinson e Hammersley (1994), il numero di persone a conoscenza dell’identità del ricercatore, ovvero la natura coperta o scoperta dell’osservazione. Nella mia esperienza, ho optato per un ruolo “pienamente aperto”, in cui mi sono presentata agli intervistati come un’antropologa interessata a studiare le implicazioni di significato che ha lo sci per gli attori sociali coinvolti a diverso titolo in questo sport/attrezzo. Tutti gli interlocutori con cui ho conversato e che ho frequentato, sia formalmente sia informalmente, erano quindi a conoscenza dei contenuti, dei metodi e degli obiettivi della mia ricerca, così da poter valutare, esprimere opinioni, ma anche consigli e/o dissensi verso i quali ho cercato di non essere insensibile. Questa scelta metodologica è stata secondo me importante per impostare sin dall’inizio un rapporto di fiducia e conoscenza reciproca tra attori e ricercatrice, elemento rilevante in una ricerca etnografica al fine di renderla un processo fluido, in cui i due mondi in gioco possano risultare permeabili in entrambi i sensi; da un lato gli attori sociali conoscono e riconoscono il ruolo dell’etnografa e sono in grado di contribuire al lavoro non solo come “oggetti di ricerca”, ma come veri e propri co-autori, agenti attivi nel processo stesso di interpretazione. Dall’altro la ricercatrice abbandona la pretesa ingenua di non interferire con il mondo che osserva, prendendo consapevolezza del proprio coinvolgimento nella realtà studiata, utilizzandolo anzi come strumento di analisi (cfr. Clifford J., 1986, 35; Fabietti, Matera, 1997).

Una comunicazione chiara e diretta che si è dimostrata molto utile, in aggiunta al fatto che ho cercato anche di informarmi preventivamente attraverso vario

 

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 materiale relativo alla letteratura locale montana e sportiva riferita allo sci. Ogni argomento e testo recuperato mi è risultato interessante, considerata anche la scarsità di documentazione esistente a riguardo nel campo antropologico: sono rimasta in un certo senso stupita di trovare un numero limitato di testi e dati specifici esistenti in merito al progetto di cui stavo avanzando lo studio, un fattore che da un punto di vista si è rivelato uno stimolo ad approfondire quanto la realtà non solo dello sport sciistico ma anche delle comunità montane bellunesi, sia più complessa, sfaccettata e intensa di quanto normalmente la si immagini. Lo scopo e il contenuto del lavoro sono stati dunque chiari sin dall’inizio sia agli informatori sia ai miei conoscenti, a vantaggio della ricerca e dell’interpretazione, che in questo modo si sono altresì arricchite di nuovi spunti di riflessione e d’analisi. Mi sono impegnata a interagire direttamente con gli attori intervistati, cercando di mantenere sempre il focus della conversazione sulle rappresentazioni che dello sci vengono fatte e chiedendo loro di spiegare, di “creare immagini” per concetti complessi come quelli relativi all’ambiente, alle emozioni, alle comunità, ecc. che ruotano attorno a questo fenomeno – nel passato, nel presente e nel futuro. Per agevolare lo studio ho a volte usato alcuni accorgimenti linguistici e retorici, ad esempio cercando (con difficoltà) di parlare nel dialetto locale per farmi capire, soprattutto con persone di una certa età. Inoltre, ho spesso formulato domande lasciandole inconcluse, aspettando una risposta “riflessiva” dall’interlocutore, o in alcuni casi, proponendo io stessa affermazioni che avevano lo scopo di riassumere il già detto e di sollecitare un commento da parte dell’intervistato. Nella trascrizione delle conversazioni mi sono impegnata ad essere il più fedele possibile ai tempi dell’interazione, nel tentativo di mantenere al meglio il significato originario con le relative interruzioni, divagazioni, possibilità di scherzare e andare fuori tema o aggiustamenti di traiettoria qualora ciò fosse d’aiuto ad avvicinarmi al nucleo del tema trattato, pur dovendo eliminare il linguaggio non verbale.   

L’esplicitazione degli obiettivi e la scelta di un’osservazione scoperta è una soluzione che, nonostante renda più facili i meccanismi relazionali all’interno del campo, comporta a volte lo svantaggio di limitare le possibilità di accesso ad alcune dinamiche di retroscena che gli attori riservano ai soli membri.

 

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 Personalmente, in quanto etnografa-membra, da questo punto di vista mi sono trovata in una situazione spesso (ma non sempre) privilegiata, fermo restando che non posso ignorare di essere una ricercatrice che, come ogni attore sociale, porta con sé il proprio bagaglio di credenze, norme, valori, pregiudizi e teorie, che qualunque esercizio di de-soggettivazione non potrà mai neutralizzare del tutto. Allo stesso modo, non si può trascurare il fatto che l’accesso al campo sia passato attraverso porte e collegamenti ben precisi e inevitabilmente non-neutri.      
Durante la ricerca mi sono confrontata con problematiche di varia natura: personale, culturale e “tecnica”. All’inizio la questione era di mettere in pratica il concetto vago e versatile che è la ricerca etnografica, con la difficoltà di codificare gli oggetti, i percorsi e i risultati di una pratica eterogenea e difficilmente basata su una metodologia radicata e rigorosa. Nello svolgimento del lavoro e nel formulare le domande delle mie interviste ho inoltre dovuto confrontarmi con altre questioni, come ad esempio il significato (spesso richiesto dagli intervistati) di cosa sia l’antropologia, di come spiegarla, di che cosa c’entri mai con lo sci e, in termini più vasti, con il tema di studio che viene descritto e perchè proprio io, nella “posizione sociale” che rivestivo per la comunità (sciatrice, figlia di un maestro di sci, ecc.) lo volevo affrontare. Ciò implica in un certo senso la continua ridiscussione della mia posizione rispetto al lavoro che andavo a fare, chiedendomi: quello che sto facendo serve davvero ai fini della ricerca? E dove sta andando quest’ultima? Sto rispettando questa cultura e la sto guardando con un giusto distacco etnografico o mi sto comportando in modo controproducente o troppo coinvolto a livello emotivo? Considerato il carattere aleatorio e parziale di ogni osservazione, le mie interpretazioni e le pratiche di narrazione scritta rappresentano con cura il “mondo” che sto presentando? Ho cercato di rispondere a queste domande in modo consapevole e onesto, confrontandomi anche con la problematica relativa alla densità dello sguardo del ricercatore: quanto di me e della mia personalità veniva trasmesso nelle domande agli intervistati e nelle mie reazioni? E quanto l’analisi del materiale raccolto era condizionata dalle mie aspettative? Inoltre, alla luce di tutto ciò, quali sono le garanzie di attendibilità, considerata la “finzione” e la soggettività del lavoro etnografico? Secondo Dal Lago e De Biasi (2002, XXI),

 

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 queste garanzie dovrebbero essere di tipo metodologico, adottando una leale trasparenza delle procedure di descrizione e soprattutto delle ragioni che hanno spinto ad assumerle. Un principio che mi sono impegnata a rispettare sperando altresì che il presente lavoro vada a creare come “effetto collaterale” anche un’azione riflessiva dei soggetti stessi, che possano così ri-considerare la propria esperienza vissuta attraverso l’etnografia stessa, in una sorta di “specchio virtuale”.

I testi delle interviste riportati nei capitoli precedenti possono aiutare nell’illustrazione delle argomentazioni e delle ricostruzioni presentate, con la consapevolezza che contengono molto più di quanto viene fatto loro dire: parlano con l’immediatezza dell’esperienza vissuta, conferendo plausibilità e verosimiglianza all’interpretazione dell’etnografa, che in questo modo può dimostrare al lettore che le sue asserzioni derivano direttamente dalla voce dei nativi, dando così testimonianza tangibile di “essere stata là”. In secondo luogo, citare un discorso diretto può essere utile a evocare un’esperienza vissuta nel mondo indagato, mettendo in comunicazione gli attori sociali con il lettore stesso, aiutandolo a ricreare con essi una certa familiarità e partecipazione alla narrazione – in cui viene anche recuperata la soggettività degli interlocutori, che si presentano nella singolarità delle proprie esperienze di vita, delle opinioni e del linguaggio. In alcune parti sono le interviste ad assumere un ruolo predominante, così da consentire la possibilità di formare una propria interpretazione dei fatti direttamente dalle parole delle persone coinvolte. Nell’appendice riguardante il materiale etnografico si trovano le trascrizioni delle interviste (registrate in formato mp3) e le linee guida seguite nel mio percorso di ricerca di campo.        
Cosciente che un’etnografia non può pretendere di fare un’analisi esaustiva di tutti gli aspetti relativi a un fenomeno o a una comunità che sia identica alla realtà stessa, con il mio lavoro vorrei piuttosto proporre l’obiettivo di un’illustrazione originale, a partire da punti di vista diversi seppur parziali, di aspetti, rappresentazioni e dimensioni particolari legate ad uno specifico fenomeno, in questo caso quello sciistico-montano. Sono dunque consapevolmente aperta a critiche e osservazioni per gli errori interpretativi che inevitabilmente posso aver commesso, dovuti anche al condizionamento soggettivo della ricerca.

 

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Un appunto sulla comunità studiata

 

La comunità da me studiata può apparire peculiare per alcune caratteristiche. Innanzitutto per l’affetto e il forte legame che gli abitanti nativi dimostrano nei confronti del propri luoghi, che, anche geograficamente, possono sembrare isolati. “Sembrare”, considerando come emerge bene dal lavoro di campo, quanto invece non sia così; soprattutto con l’arrivo della viabilità stradale, del turismo e del denaro correlato, alla fine degli anni settanta del XX secolo (cfr. Interviste 1 e 6), la comunità residente è entrata “ufficialmente” in connessione con il mondo, sotto tutti gli aspetti: sono arrivati gli impianti di risalita, la tecnologia, le antenne paraboliche e i cellulari a fornire i servizi necessari, caratterizzando una società sempre più complessa e progredita. Sono arrivati costumi e culture a volte “lontane” da quello che viene detto lo “spirito originario” della montagna, spesso in marcata opposizione alle tradizioni e alle visioni locali (cfr. intervista 16): grandi alberghi, discoteche,  pubs, centri commerciali, nightclubs, in certi casi stanno letteralmente colonizzando valli e paesini. E’ vero, riprendendo Agar (1996, 16) che communities don’t stay the same; they change continously, often in a struggle with forces well beyond their control, ma non sta a noi dire se la modernità e la ricchezza hanno portato gli abitanti ad avere identità più complesse, in positivo o in negativo, di quanto non fossero prima (posta la questione se il progresso offre davvero più opportunità di essere e più sfaccettature alla personalità?). Di certo, come emerge dalle interviste raccolte, la modernità ha creato influenze, interrelazioni e contraddizioni che a volte entrano in corto circuito con i valori tradizionali delle società montane (cfr. Intervista 20, 14). Durante la stagione invernale l'afflusso di sciatori e turisti soggiornanti è strettamente legato alla pratica dello sci, con un impatto diverso secondo le zone dolomitiche interessate. Ad esempio, le “presenze” sono più concentrate nelle località nei pressi degli impianti di risalita o dei comprensori sciistici come quello del Civetta ­– Alleghe, Selva di Cadore, Zoldo Alto, del Sellaronda – Arabba e Rocca Pietore e di Cortina, le quali mantengono una popolarità abbastanza costante, grazie anche alla capacità di rinnovare l'offerta di impianti di risalita e di piste per la discesa.

 

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In genere sembra che il numero di appassionati dello sci alpino non sia più in crescita come negli anni scorsi e le cause possono essere diverse, tra le quali rientrano anche fenomeni legati alla crisi economica o al costume e alla moda (cfr. Intervista 14). Inoltre, gli sciatori tendono ad avanzare una domanda di pratica dello sci che giunge sempre più anticipata (fine novembre), rendendo così necessaria la creazione e l’uso di neve artificiale per mantenere un buon livello di innevamento sulle piste. Un fattore, quest’ultimo, che però non sempre riesce a sopperire completamente alla neve naturale, soprattutto per i riflessi che esso ha sulla visione generale dello sciatore, il quale spesso non si accontenta di sciare in un contesto ambientale “lontano” da quello che egli si attende da una località montana in piena stagione.

Le popolazioni del territorio Bellunese in esame presentano un particolare e contraddittorio atteggiamento nei confronti della risorsa “sci” per il turismo e l’economia locale, come emerge dalle interviste riportate. Inoltre, le bellezze naturali della provincia vengono identificate generalmente come una risorsa primaria: è parere comune che le attrattive naturalistiche e l'attenzione per la tutela ambientale siano fondamentali per il territorio, adesso e in futuro, puntando su un turismo responsabile e uno sviluppo sostenibile.

 

5.2 Il quadro teorico di riferimento della ricerca

 

Analizzando i percorsi e le considerazioni intraprese in merito all’oggetto d’analisi è opportuno fare riferimento alle basi teoriche su cui regge il presente lavoro. Riflettere sulla costruzione degli strumenti antropologici all’interno dei quali si è sviluppata la ricerca porta a una puntualizzazione importante perché può fornire una mappa metodologica all’interno della quale orientare le affermazioni riportate.   
Che cosa significano cultura e “fatto culturale”? E’ anche a partire da questo tipo di domande che l’antropologia (dal greco Ανθρωπολογία, composto da άνθρωπος, ànthropos, “uomo” e λόγος, lògos, nel senso di “studio”) si è costituita come disciplina autonoma, arricchendo e complicando l’ambito di ricerca delle scienze umane con lo studio dell'uomo dal punto di vista sociale,

 

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 culturale e fisico. Nel senso di antropologia socio-culturale, in quanto cornice teorica dello studio qui riportato, essa non indaga la “cultura” come sistema chiuso e ipostatizzato, bensì si pone in una posizione di analisi critica per studiare i processi di significazione e costruzione dei discorsi sociali e culturali, e dell’impatto che questi hanno sulla realtà in termini ad esempio di relazioni sociali, comportamenti, pratiche, ideologie, sistemi di produzione e consumo dei beni negli scambi e nelle espressioni culturali (Piasere, 2006; Remotti, 1999, 1-32) così come si può fare riferimento trattando dello sci e delle sue rappresentazioni. L’antropologia socio-culturale, in particolare, abbraccia un vasto campo di questioni, occupandosi di molti aspetti delle società umane; fu divisa in antropologia sociale e culturale, secondo un approccio più improntato nello studio del comportamento sociale degli individui in determinati gruppi etnici, o della cultura e delle tradizioni di un gruppo sociale. Entrambe le visioni, comunque, si fondono nella ricerca pratica, non essendo possibile studiare la cultura di una società senza analizzare il rapporto degli individui con il gruppo stesso e viceversa (cfr. Destro, 2001). I processi culturali sono parte integrante della natura umana: ogni persona classifica il mondo e le proprie esperienze, codifica simbolicamente tali classificazioni e ne comunica le astrazioni all’esterno, il tutto secondo il contesto di apprendimento e crescita; questo è proprio ciò che emerge anche dalla mia personale ricerca sul campo. Fondamentale per l'antropologia degli ultimi decenni è stato il dare rilievo al carattere astratto e costruito non solo dei concetti di etnia e gruppo, ma anche di quello stesso di cultura, inteso sempre più come rete di significati in continua evoluzione e costruzione (cfr. Geertz, 1973; Marcus, Fischer, 1998). La dimensione interpretativa americana è uno degli esiti di questa fase riflessiva e introspettiva del pensiero antropologico, che ha come temi centrali la ridiscussione della rappresentazione sociale e il dibattito sulle modalità della scrittura etnografica (Clifford, Marcus, 1986). In questo ambito è stato proposto il concetto di “negoziazione dei significati”, in cui in un certo senso l’antropologo, a diretto contatto con il gruppo di ricerca e gli informatori, interpreta i significati dei fenomeni culturali in base a una transazione dove il punto di vista “interno” (dei nativi), viene confrontato con il punto di vista “esterno” (dell’antropologo); l’etnografo a volte implicitamente opera con metodo comparativo nelle ricerche e nei temi affrontati, costruendo così prospettive di ricerca che convogliano

 

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 interessi differenti in un’ottica caleidoscopica, come si è cercato di sviluppare nei precedenti capitoli (Piasere, 2006; Fabietti, Matera, 1997, 25 e segg.).         
Come fa notare Geertz (1973 e 1994), quelli che chiamiamo i nostri dati di ricerca, sono in realtà le nostre interpretazioni delle interpretazioni di altri su ciò che essi fanno e pensano. La cultura appare dunque un concetto semiotico: una rete di significati, il contesto all’interno del quale le azioni degli uomini diventano fatti culturali e sociali e le cui rappresentazioni sono essenzialmente fenomeni pubblici, che non hanno “significato culturale” nella mente degli individui, ma devono essere letti sempre in rapporto a un contesto e liberi da associazioni aprioristiche (Semprini, 2003). Si rinuncia così e nel presente lavoro a una “teoria della cultura” come scienza sistematica, accettando la componente di soggettivismo che accompagna qualsiasi approccio interpretativo (Corbetta, 2003, 43-44).      
Questa prospettiva fornisce lo spunto per intendere l’etnografia in modo “autoriflessivo” ponendosi in maniera critica e analitica non solo sul contenuto della ricerca, ma anche sulle difficoltà, le strategie e le politiche che hanno portato alla sua realizzazione. Il lavoro sul campo impone la responsabilità di tradurre in concrete operazioni di ricerca la propria personale sensibilità metodologica, ma impone anche – se si vuole che altri possano trarre profitto dal proprio lavoro – di dar conto dell’itinerario di ricerca seguito, costruendo così l’obiettività del proprio resoconto (Cardano, 2003, 112), così come ho cercato di fare nel paragrafo precedente.
Si allarga in questo modo il quadro teorico nella prospettiva dei paradigmi proposti da Clifford e Marcus (1986), i quali, proponendo una riflessione sulla pratica dell’etnografia stessa, affermano un percorso di scrittura su doppio binario che vede da un lato l’esperienza etnografica come tale, con i propri obiettivi, interpretazioni, limiti ed errori, e dall’altro l’esperienza etnografica del ricercatore stesso: con difficoltà, vie d’approdo, manovre per accedere al campo di ricerca e la consapevolezza che tale metodologia può essere realizzata solo riflettendo passo dopo passo sulle esperienze vissute. Il percorso intellettuale dovrebbe dunque scaturire da una sorta di “autocritica” proposta in un’ottica postmoderna, non solo sui metodi, ma anche sulla posizione che l’etnografo assume nel momento stesso in cui determina l’obiettivo della ricerca,

 

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 ponendo che ogni elemento inserito in un sistema determina una “forza” all’interno del sistema stesso. Questa osservazione è rilevante soprattutto per una ricerca come la presente, che mette alla base della sua metodologia proprio l’osservazione partecipante (cfr. Bianco, 1988, 119 e 145 segg., Fabietti, Matera, 1997), “partecipazione” che non è mai neutrale, bensì sempre investita di una certa responsabilità, se non altro intellettuale: in un’etnografia si produce pensiero, si costruiscono opinioni e teorie, e l’impatto può essere a volte significativo. Il parlare, ad esempio, si configura come un atto sociale e in quanto tale può essere visto a tutti gli effetti come un’azione pragmatica (Duranti, 2001, 256-261) che produce conseguenze sul nostro modo di essere al mondo e sulla stessa pratica etnografica. E’ attraverso questa che si cerca di entrare in un mondo, per quanto “familiare” come nella mia situazione, non dato per scontato, nel tentativo di comprenderlo e affrontarlo accantonando pregiudizi e rigide valutazioni o classificazioni. Ogni interpretazione è un’interrelazione di altre sotto-interpretazioni, non meno importanti o rilevanti di quella etnografica: da un lato ci sono gli attori osservati – ad esempio gli sciatori, i maestri, le persone locali – dall’altro c’è l’etnografa, ed entrambi riflettono sulla base dei propri presupposti culturali e delle proprie capacità di rielaborazione, della finalità e dell’obiettivo che pongono nell’interazione. La partecipazione della ricercatrice si trasforma così in un’azione sociale e attiva in cui non è possibile essere osservatori invisibili e innocui, in quanto si produce pur sempre un’influenza sul territorio (non sempre richiesta) e, in qualche modo, sul sapere antropologico (Piasere, 2006; Marcus, Fischer, 1986). Concetti, questi, messi al servizio del presente studio con il proposito di concentrare l’attenzione su vari aspetti ricollegabili al mondo dello sci talvolta dati per scontati nell’esperienza quotidiana, separandoli dall’orizzonte oscuro e indistinto che è la conoscenza di senso comune, negandone lo statuto “naturale” per metterne e nudo gli elementi di costruzione sociale, dando così accesso al lettore a mondi “non scontati” che attorno alle discipline sciistiche gravitano (Dal Lago, De Biasi, 2002, X).          
Riprendendo Clifford, infatti, la tradizione dell’etnografia guarda di traverso a tutte le condotte collettive, rendendo strano ciò che è familiare e domestico quel che è esotico, situandosi in posizione attiva tra potenti sistemi di significato e

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 potere. Collocandosi ai confini tra civiltà, culture, classi e generi sessuali, decodifica e ricodifica, rivelando le basi della diversità, dell’inclusione e dell’esclusione, descrivendo processi di innovazione e strutturazione, processi di cui essa stessa fa parte (Clifford, 1986, 26-7). I fenomeni culturali e le identità umane sono fattori vivaci, confusi, meticci e in continua trasformazione relazionale, costruiti attraverso la stratificazione e la fusione di infinite identità, interconnessioni e rapporti di una complessità tale da non poter essere decodificati con modalità semplicistiche e unilaterali – ad esempio solo economiche o solo sociali o solo politiche (Id., 42). E’ esattamente ciò che è emerso dalla mia ricerca di campo, dove ho valutato necessario tenere sempre conto delle inter-relazioni esistenti tra i vari aspetti relativi ad ogni fenomeno studiato: ad esempio, una descrizione univoca del “fenomeno sci” non sarebbe possibile, dal momento che ogni attore in gioco darebbe una propria descrizione ­­– diversa da quella degli altri attori.
Essere “sul campo” e confrontarsi con la diversità, con le differenti opinioni e visioni, cercare di tradurre in un altro linguaggio ciò che si sente o si osserva, sono elementi caratteristici della ricerca etnografica e introducono l’esperienza degli attori nella ricerca e nel vissuto dei ricercatori (Piasere, 2006). Tuttavia, se la presenza può essere una condizione importante per prendere consapevolezza della molteplicità, questo non basta a garantire che la polisemia venga poi restituita in modo soddisfacente nell’etnografia finale.
La critica postmoderna mette in crisi l’onnipotenza interpretativa dell’etnografo, il quale dovrebbe essere in grado di incorporare nella sua narrazione altre voci, interpretazioni e descrizioni raccolte sul campo, garantendo loro altrettanta autorevolezza rispetto alla propria, cercando così di dare spazio a diversi orizzonti di significato, come si è tentato di fare nei capitoli precedenti (cfr. Dwyer, 1982).
Agar sostiene un’etnografia che porti


ways of understanding that are lost in the story of human evolution into awareness, making them explicit and public, and building a credible argument that what one learned should be believed by others who were not present
(Agar, 1996, 15).

 

Si afferma così il senso di un approccio, quale quello che mi sono impegnata a seguire nella ricerca, basato sulle relazioni umane, atto a svelare le conoscenze di fondo necessarie per capire un messaggio di una comunità, attraverso una

 

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 metodologia che collochi l’antropologo direttamente inserito nel mondo sociale analizzato e descritto. Confrontandosi con la diversità, lo scopo principale dell’antropologia è quello di comprendere l’altro, o meglio di comprenderne le differenze, in un confronto diretto che diventa costruzione di una relazione personale che l’etnografo si propone con i suoi interlocutori, come effettivamente è stato nel mio caso personale (Marcus, Fischer, 1986; Fabietti, Matera, 1997). Sulla dimensione dell’incontro e dell’interazione è possibile avanzare un’ulteriore riflessione.

Quando il ricercatore si propone in una posizione aperta alla conoscenza dell’altro, includendo nelle proprie considerazioni concetti, categorie, strumenti concettuali e linguistici differenti, configura un’operazione di espansione del senso delle proprie convinzioni, sospende il giudizio e impara a valutare i modelli culturali tenendo conto del contesto storico, ambientale e sociale in cui sono stati elaborati (Piasere, 2006). Come può affiorare dalle riflessioni riportate nel corso del lavoro, ho sempre considerato il fatto che noi vediamo le vite degli altri tramite le “nostre lenti”, così come gli altri osservano le nostre vite con le “loro lenti”, laddove ogni etnografia è rivestita di un valore localizzato, reale, concreto e sempre relativo alle variabili sociali, politiche e storiche dalle quali trae informazioni. La condotta degli individui deve essere dunque compresa e spiegata in base alle norme e al sistema di pensiero da essi riconosciuto e a cui viene fatto riferimento: deve essere quindi, sempre, contestualizzata (cfr. Matera, 1998, 19-20; Destro, 2001, 13; Ingold, 2001).

A partire da questo principio l’antropologia interpretativa permette di caratterizzare le interviste raccolte come qualcosa di costruito, generante una “finzione”, una “verità parziale”, in cui ogni partecipante alla ricerca inserisce nel testo etnografico parte della propria esperienza non solo relativa ai fatti riportati, ma anche al processo socioculturale di riferimento, complicando il discorso in una re-interpretazione basata su di una dimensione dialogica e plurale (Fabietti, Matera, 1997, 165; Clifford, 1986, 31). In generale non si tratta per l’attore sociale di diventare etnografo, né per l’etnografo di diventare nativo, poiché i due ruoli rimangono distinti anche se, la mia particolare situazione personale ­­– come viene riportato nel paragrafo precedente­­ ­­– ha comportato alcune difficoltà in merito. Tuttavia, questi due mondi comunicano con la reciproca (spesso inconscia) consapevolezza di esercitare un’influenza l’uno sull’altro.

 

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Ho ritenuto dunque utile assumere, come indica Malighetti (2004), una prospettiva che riconosca consapevolmente che le espressioni e le azioni umane degli “osservati”, così come del ricercatore, contengono una componente significativa riconosciuta dal soggetto che vive in un certo sistema di valori e di significati. La comprensione diventa quindi una sorta di mediazione fra polarità: empatia e distacco, costruzione e rispecchiamento, in un rapporto dove la ricerca costruisce una storia che tuttavia non è l’unica realtà, bensì un’interpretazione mediata da una pluralità di voci tra le quali si inserisce quella del ricercatore – regista (Piasere, 2006).

Il processo interpretativo, permeando tutte le fasi della ricerca, non può essere isolato in una fase ben definita. Vi sono state infatti interpretazioni pre-esistenti alla ricerca che hanno influenzato la scelta dell’oggetto, interpretazioni che sono emerse durante la raccolta dei dati, che hanno influenzato le domande della ricerca e le scelte metodologiche successive, interpretazioni effettuate alla fine del lavoro di campo o che sono giunte durante il processo di scrittura, andando talvolta a modificare le precedenti in base a esigenze narrative o in funzione di altri pareri esterni (cfr. Geertz, 1973). Per questo considero importante esplicitare l’impianto argomentativo, senza trascurare il fatto che le circostanze e le modalità della raccolta dei dati sono molto legate ai processi di ricostruzione e interpretazione degli eventi. Riconosco che la forma assunta dalle tecniche di ricerca impiegate, quali l’osservazione partecipante e le interviste, è stata modellata anche dallo stesso oggetto d’analisi, mentre il linguaggio come medium del senso dell’agire ha assunto un ruolo specifico e rilevante (Cardano, 2003, 20).

In questo tipo di etnografia è stato privilegiato un approccio induttivo, dove le ipotesi emergono direttamente dal lavoro sul campo, ad un approccio deduttivo, in cui esse vengono ricavate dalle teorie e poi testate nel mondo empirico (Marzano, 2006, 7; Corbetta, 2003, 31). Ho riconosciuto basilare “l’esserci” (cognitivo ed esistenziale), l’instaurare una relazione diretta con il mondo di studio, senza partire da una teoria aprioristica, ma immergendomi con uno sguardo obliquo, focalizzato nell’aspetto performativo, nella contestualizzazione del fenomeno e del punto di vista degli attori coinvolti.

 

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Proseguendo in questa riflessione, vorrei sottolineare come la scrittura di un testo rappresenti una componente costitutiva primaria della ricerca sociale, recentemente fatta oggetto di problematizzazione (Clifford, Marcus 1986; Matera, 2002; Fabietti, 1999). Attraverso la scrittura la ricerca prende corpo, concretezza, assume il carattere di intersoggettività che è requisito principale di ogni produzione scientifica. Per lungo tempo in antropologia, privilegiando la discussione critica della fase di raccolta dei dati e di interpretazione, è stato posto lo sguardo sugli aspetti metodologici e teoretici della ricerca, mentre la scrittura veniva considerata quasi meramente un mezzo di comunicazione, uno strumento tecnico e neutrale. E’ stata soprattutto la critica postmoderna a focalizzare il tema della scrittura come momento fondamentale e ricco di criticità, scelte e conseguenze per la produzione di un discorso nella pratica etnografica (Tyler, 1986, 191; Asad, 1986, 200 e segg). Si è così evidenziato come i modi in cui si “traduce” in testo ciò di cui si ha fatto esperienza o si è visto, come il mondo che ruota attorno al significato e alle rappresentazioni dello sci nel mio caso, non possono essere considerati semplici e neutri atti trasparenti, poiché comportano un intervento attivo di interpretazione e di selezione. Il tema della riflessività ha messo infatti in luce come i contenuti di una narrazione non siano indipendenti dai modi della sua produzione (cfr. McLuhan, 1964; Semprini, 2003). Il linguaggio, anche scritto, non è solo uno strumento di comunicazione della realtà, ma diventa un mezzo di costruzione del mondo e del pensiero.

Resta il fatto che l’antropologia è stata a lungo un’area di studio in gran parte monopolizzata dalla contrapposizione tra “cultura occidentale e resto del mondo”, i cui confini, tuttavia, non sono così chiari e delineati come in passato potevano apparire, bensì vengono messi sempre più in crisi da un insieme di mescolanze culturali e interazioni volte nel tempo a scardinare la visione che associa la lontananza culturale a quella geografica (Viazzo, 2003, 168). Le culture non sono – mai state – assegnabili a regioni, spazi e territori strettamente definiti: questo non determina la loro estinzione, ma enfatizza invece l’intrinseca capacità di modificazione e adattamento delle stesse in intrecci di una rete sempre più globale (cfr. Amselle, 2001).
L'antropologia si pone allora come sapere mobile, disposto a riformulare i propri parametri sulla base di esperienze suscettibili di produrre nuove interpretazioni

 

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 (Fabietti, 1999; Scarduelli, 2003, 14-19). Il rapporto e la distinzione tra “noi” e le varie forme di alterità è ormai inapplicabile: la relazione tra esse è profondamente modificata, e in termini di concezioni spaziali, temporali e cognitive, l’antropologo si trova a confrontarsi con realtà ibride, contaminate e interconnesse come sono emerse essere anche le comunità montane oggetto dello studio (Fabietti, 2003, 25).

Ecco l'importanza di non restare ancorati a modelli di studio tradizionali, imparando e impegnandosi ad accogliere sguardi e forme di osservazione differenti, come ad esempio quelli che fanno capo all’”antropologia nativa”, anche detta “antropologia domestica”. Quest’ultimo tipo di studio – in cui si può far rientrare il presente lavoro, vede l’etnografa apparire quasi come una straniera nell’osservazione di un mondo familiare, sforzandosi di usare “lenti nuove” e cercando in modo flessibile e aperto di carpire significati, pratiche e visioni non immediatamente comprensibili, per quanto comuni e diffuse (Marzano 1999).

In un’ottica più ampia, l'affermarsi di questo settore di analisi antropologica è collegato, oltre che ad importanti trasformazioni nel contesto storico-politico globale in cui l'antropologo si inserisce, anche a mutamenti sul piano teoretico ed epistemologico che investono la disciplina contemporanea e le scienze umane in genere[48]. Una situazione, ben presentata da Jackson (1985, 8), che mette in crisi l'immagine che l'antropologia ha costruito di sé, come esperta di esotismo e alterità in genere, mentre si guarda ad un percorso verso nuovi e più “ravvicinati” orizzonti di ricerca. L’antropologo, che inserisce la sua ricerca nel contesto domestico della propria società d'appartenenza, può essere anche stimolato a una riflessione su cosa sono stati la disciplina e il ruolo dell’etnografo fino ad oggi (Scarduelli, 2003, 8-9). Questo interesse per la propria società è ciò che Marcus e Fischer (1986) chiamano il “rimpatrio dell'antropologia come critica culturale” e rappresenta appunto una delle tendenze dell'antropologia contemporanea.


[48] Ad esempio, in primo luogo, le particolari competenze sviluppatesi nell’ambito della disciplina e il senso di impegno sociale, sia nel metodo di ricerca sul campo che nel modo di trattare certi temi sembrano spingere gli antropologi occidentali a studiare ciò che li circonda immediatamente. Inoltre, col crescere del numero di specialisti diminuiscono le disponibilità finanziarie per le ricerche all’estero, cosicché alcuni devono esercitare il proprio talento in loco. Infine, ad esempio, la ricerca sul campo in paesi stranieri è impedita a volte dagli stessi paesi locali: i visti necessari possono essere negati oppure, qualora concessi, consentire solo un accesso limitato al terreno.

 

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-          www.snobord.it

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