LIBRI  di  MATTEO

Senza alcun problema sull'attribuzione dei due libri ad un genere letterario piuttosto che ad un altro, li ho letti con grande piacere.
Requiem per l'Alberón mi ha riportato, con una certa nostalgia, ai tempi in cui, transitando sulla Porcen-Tomo in Lambretta, scorgevo spesso, all'ombra dell'Alberón, una ragazza  intenta a studiare. La tentazione di raggiungerla era forte: nonostante i trenta e più metri di distanza strada-Alberón, l'avevo riconosciuta, e già avevo immaginato il possibile approccio: "-Difficile la versione di latino? se vuoi posso darti una mano". Rinunciai a malincuore all'impresa, sicuro che quel "posso darti una mano" sarebbe stato interpretato in modo diverso dalle mie iniziali buone intenzioni.
La banda della Fenadora-Anzù solleva in modo ben più esteso e diretto i temi che "in nuce" erano già dentro il racconto del famoso albero. Lo stimolo a riflettere sulle problematiche indotte dalla realizzazione di un'opera, sia pur limitata (cinque minuti di strada!), su ambiente e tessuto sociale di "piccole" realtà, è molto forte.  Effettivamente quella della superstrada della Val Belluna è stata (ed è!) una brutta storia per istituzioni e popolazione direttamente interessate, e il periodo della fase operativa finale, con le macroscopiche evidenze di sbancamenti  e trasformazioni del territorio, è parte significativa di questa "lunga brutta storia". Ma, se i tempi impiegati per la realizzazione dei lavori in cantiere sono stati inspiegabilmente travagliati e lunghi, lunghissimi quelli per la predisposizione del progetto: anzi dei progetti, perché varianti rifacimenti stravolgimenti si sono succeduti con imbarazzante frequenza. Sarebbe interessante vedere quanti miliardi di lire sono costati in complesso questi progetti, ancor prima che fosse spostata una sola palata di terra.
Legittimo chiedersi: perché tutte queste lungaggini? c'era una lobby che mirava a ritardare e complicare i lavori per moltiplicare i costi e trarne vantaggi economici? E' evidente che se un progetto predisposto e già completato viene considerato non più idoneo e da rifare, i costi crescono e i tempi si dilatano. Lo stesso vale se elettrodotti, gasdotti, fognature non vengono adattati in tempi rapidi per consentire i lavori; in assenza di un definitivo sicuro progetto gli enti preposti però non intervengono, perché rischiano di dover fare il lavoro due o più volte; così  passa ancora più tempo!  Nella lunga fase della progettazione ciascun comune si batteva per ottenere il massimo dei (presunti) benefici dal passaggio della strada, cercando anche di rendere minimi i benefici per i confinanti. Questi comportamenti sono stati una delle cause delle lungaggini e della lievitazione dei costi; sono stati anche un esempio di miope individualismo degli enti pubblici, miranti ciascuno a fregare gli altri, perché incapaci di comprendere che il benessere del vicino si trasmette ai confinanti.
Uno dei comuni interessati, a progetto ultimato, si accorse che lo svincolo Ovest era qualche centinaio di metri più in là di quanto in precedenza pattuito con le aziende della zona industriale; inoltre sarebbe così stato favorito un comune confinante: tutto da rifare, quindi! Passarono altri cinque anni, lo svincolo fu costruito dove deciso a priori dal comune, cioè nel luogo più disgraziato: con il restringimento di un torrente il cui nome, Stizzòn, è tutto un programma; in zona senza sole, umida e molto fredda da novembre a febbraio, con viadotti che gelano e problemi di tenuta dei veicoli anche in assenza di neve; e scarsità di spazio (rubato allo Stizzòn!) che ha provocato la pendenza eccessiva degli svincoli, con interruzioni possibili, e già verificate in varie occasioni, per pochi cm di neve; lo svincolo in uscita che per poco non finiva entro un capannone!
Lotte fratricide tra comuni a rallentare e complicare le cose, ma secondo i "ben informati" anche alcuni privati han giocato duro per cercare di limitare attraversamenti e danni alle loro proprietà. Un amico, cui la strada ha tolto la voglia di stare nella casa che aveva sistemato con passione e fatica pluriennali, mi raccontò di aver cercato il responsabile del cantiere, per porgli una domanda. Aveva notato che un tratto di strada, che poteva essere in perfetta linea retta, presentava invece larghe curve, perciò il sospetto che esse servissero a evitare una proprietà; di qui la domanda: "perché avete fatto quelle curve, quando potevate far la strada dritta senza variare la pendenza?"  e la risposta: "perché i camionisti non si addormentino". L'amico non fu certo convinto dalla risposta, anzi si rafforzò nelle proprie convinzioni. Incuriosito anch'io ho indagato e sentito il parere di un caro esperto camionista. La sua risposta: "non ci fa addormentare la strada dritta, ma quella in cui veniamo ninnati da dolci curve".

TORNA